La ragazza andalusa

C’è qualcosa di profondamente incantevole nel ritmo, nella melanconia e nei riflessi abbacinanti che attraversano le pagine de La ragazza andalusa (Arkadia, 2020) di Alessandro Gianetti.

Il romanzo racconta la storia di un doppio viaggio. Il primo, sottotraccia, è quello dell’io narrante, un italiano che di mestiere fa il traduttore e si allontana dalla natìa Firenze per andare a vivere a Madrid. Questo viaggio incede lentissimo e con un andamento carsico, come un rumore di sottofondo che emerge qua e là nella nostalgia e nelle sfide delle traduzioni – traduzioni che non sono soltanto linguistiche ma soprattutto culturali, come vedremo più avanti. E poi c’è un viaggio nel viaggio, ovvero un metaviaggio, che erompe dall’incontro con una donna misteriosa capace di spingere il protagonista a Sud, nella regione a cui fa cenno il titolo del libro, una terra assolata e arida sotto la canicola della lunghissima estate che accompagna i due amanti.

L’estate e il calore

Un Martini con scorza di limone bevuto insieme agli amici madrileni inaugura l’arrivo di un giugno promettente e pieno di novità, tutte incarnate nella taciturna e misteriosa Beatriz. Il protagonista la incontra a un concerto mentre lei è in trasferta nella capitale spagnola proprio per assistere all’evento. Da quel giorno comincerà un viavai continuo tra Madrid e Siviglia, e da Siviglia alle coste azzurre dell’Andalusia, contemporaneamente baciata dal Mediterraneo e dall’Atlantico. Le esplorazioni si estenderanno a volte fino al confinante e piovoso Portogallo, ma saranno sempre accompagnate da un elemento immutabile: il caldo. “Il caldo a Siviglia non era un caldo qualunque: era solido, ingombrante, maestoso”. Gianetti ci fa sentire sulla nostra pelle tutto il calore del sole andaluso e, sfatando alcuni miti che circolano persino anche a Madrid, ci racconta di come il caldo detti il ritmo degli iberici che vivono alle latitudini più basse della penisola, e di come la siesta non sia un lusso per gli oziosi ma un espediente per assicurarsi la sopravvivenza. “I sivigliani si ammassavano sotto le grandi acacie, all’ombra dei loro rami. Svolgevano lì sotto le mansioni quotidiane. Parlavano al telefono, sfogliavano il giornale, si scambiavano le ultime notizie. La città si rimpiccioliva, diventava una Siviglia normale, da cui veniva sottratta la parte esposta al Sole; non era più utilizzabile e andava dimenticata. […] A Siviglia capii che la siesta non è uno stratagemma per lavorare di meno, secondo un’accusa che avevo sentito circolare a Madrid, la siesta in Andalusia è l’unico modo per sopravvivere.”

Ho come límpresione che l’intero romanzo abbia un intento celebrativo del caldo, perché tutto sommato, anche quando la calura è insopportabile, resta sempre la sensazione di un confortevole tepore che ti avvolge e ti abbraccia per consolarti. E poi, non bisogna dimenticare che non tutto il caldo è insopportabile: questo lo sanno bene tutti i popoli meridionali che ci convivono per molti mesi l’anno. “In Andalusia il caldo si classifica in quattro categorie, conclusi, ognuna delle quali ha le sue caratteristiche irrinunciabili, in un crescendo di fastidio in cui il calor è il più comune, la flama la più prepotente, la calima la più pericolosa e il bochorno il più maledetto.”

Questo passo che ho appena citato mi fa venire in mente l’ipotesi di Sapir–Whorf, due antropologi che hanno introdotto il concetto di relatività linguistica secondo cui la lingua influenza la percezione del mondo e le capacità cognitive del parlante. La teoria si è rivelata poi molto fantasiosa e basata su premesse errate, perché partiva dalla constatazione imprecisa che gli eschimesi avessero decine e decine di parole per indicare diversi stadi della neve in base alla sua consistenza e in base ad altri fattori meteorologici. Ma prendiamo ciò che di vero e ragionevole vi è in questa teoria: se gli eschimesi sanno cogliere molte sfumature semantiche per riferirsi alla neve, gli andalusi hanno bisogno – come ci ricorda Gianetti – di almeno quattro parole per distinguere le diverse tipologie di caldo e i diversi effetti che esso ha sugli abitanti della loro terra.

Dal calore alla nevrosi ossessiva: sottrarsi alla Scelta

Il bochorno non ti fa respirare e ti opprime, ci ricorda Gianetti; ma bisogna ammettere che anche gli altri tipi di caldo più secco non invogliano all’operosità. Aleggia nell’aria, così come nelle pagine del romanzo, un incespicare voluttuoso, quasi pigro, e di questo incedere lento e sofisticato riconosciamo molti tratti del carattere di Beatriz, che ha sempre meno voglia di uscire e che si chiude in un mondo domestico e privato, una bolla dalla quale emergere soltanto per andare a lavoro. Il fascino di Beatriz è un fascino introverso e taciturno, flemmatico e refrattario, in cui le parole faticano a trovare una tempestiva vocalizzazione perché vengono meditate in lunghissimi silenzi di mistero. Il protagonista prova via via a incalzarla, a trarla fuori da una crescente apatia, dal disagio per l’incapacità di prendere decisioni.

Questo profilo, stando alle riflessioni psicoanalitiche di Freud e soprattutto di Lacan, corrisponde a quello della nevrosi ossessiva. Beatriz ha il tipico atteggiamento dei nevrotici: prova a sottrarsi a ciò che di aleatorio c’è nella vita, è “metodica, quasi meccanica nell’organizzazione delle sue giornate”, fa della propria esistenza un programma che segue ossessivamente (lavoro, faccende domestiche, siesta), e trascorre buona parte di molte giornate pigramente sul letto o sul divano. Anziché confrontarsi con l’esterno e con l’Altro, preferisce rinchiudersi in casa, costruendosi una fortezza nella quale sentirsi al sicuro (i quadri delle donne in bella mostra sulle pareti del suo soggiorno tradiscono un’inclinazione nevrotica a contemplare un ideale piuttosto che a sporcarsi le mani con il concreto). Questo atteggiamento non ci meraviglia, perché sappiamo bene che i nevrotici ossessivi sono indolenti, inerti, immobili come se fossero morti, e non vogliono assolutamente essere disturbati, come ci racconta Gianetti nel seguente passo: “Beatriz. A quell’ora stava certamente dormendo con le mani sul naso, che era intoccabile, e lo proteggeva anche di notte. Quando cercavo di sfiorarlo mi diceva sempre: «No me toques las narices.» Che in spagnolo significa ‘Non toccarmi il naso’, ma anche ‘Non rompermi le palle’.”

Insomma, Beatriz è preda di un “abituale stato di abulia” e, per dirla tutta, è angosciata dalla libertà della scelta. Anzi, è proprio il timore di prendere autonomamente una decisione importante per la sua vita che genererà un finale del tutto inaspettato.

La traduzione tra viaggio, passione e nostalgia

Dicevamo all’inizio che La ragazza andalusa è la storia di un metaviaggio: da Firenze a Madrid (viaggio trascendente) e da Madrid a Siviglia (viaggio immanente). L’anello che congiunge i due viaggi è l’attività di traduttore dell’io narrante, il quale, frapponendosi tra due culture e due contesti diversi tra loro, cerca di tracciare delle corrispondenze tra un piano e l’altro. Perfino Beatriz è essa stessa oggetto di un tentativo di traduzione da parte dell’amato, che rivedendola nei ricordi, ed evocandola attraverso parole appartenenti a un’altra lingua, arriva a modificarne l’essenza: “Il risultato della mia traduzione di Beatriz era una ragazza del tutto diversa da quella che conoscevo, e questo provocava l’immediata nostalgia della ragazza originale.”

Alla base dell’interesse per la traduzione c’è un duplice sentimento: la nostalgia per aver lasciato la propria terrà e la passione per un sano nomadismo che spinge a esplorare luoghi lontani, spiando le altrui esistenze fino al punto di immedesimarvisi con pervicacia. Così, se da un lato c’è “una particolare dolcezza riservata a chi apprende gli usi dei posti in cui trascorre del tempo, a chi frequenta le scuole delle abitudini altrui”, dall’altro lato c’è il fantasma del tradimento che genera un profondo senso di colpa: “mi consideravo già a quel tempo un esperto in tradimenti: avevo tradito i miei genitori e mi ero tenuto alla larga dal paese in cui ero nato. “Perché ero partito?”, mi chiedevo passeggiando per le vie di Madrid. Perché ero troppo debole, e i deboli finiscono per andarsene. I vincenti, i tipi che ci sanno fare, invece, restano. A ogni modo, chi abbandona il proprio paese è costretto a combattere contro il senso di colpa. L’accusa è di aver tradito il tuo paese”.

Un simile combattimento interiore può essere compreso solo da chi lascia la propria terra e si vede costretto a smussare gli angoli del proprio io pur di adattarsi a una nuova cultura, una nuova lingua, una mentalità differente. Questo dilemma è certamente presente nel romanzo di Gianetti e il sentimento che ne scaturisce è ben descritto ma soprattutto evocato: “Lungo l’autostrada tra Siviglia e Badajoz c’erano palme, pini e cipressi. I cipressi mi ricordavano la Toscana, le palme invece mi facevano sentire la sua lontananza.” 

Il passaggio appena citato si scontra con una riflessione che era stata esposta giusto qualche pagina prima: “Non erano rimasti uguali soltanto gli alberi, che cercavo ossessivamente per confermare che la mia esistenza attuale avesse qualcosa a che fare con la precedente?”. L’albero si fa segno del cambiamento o, meglio, segno della variazione che accompagna la vita dell’esule e dell’espatriato, perché un albero è sempre uguale a sé stesso (un tronco, i rami, le foglie) eppure può connotare significati diversi (Andalusia oppure Toscana).

Nell’impossibilità di tornare fisicamente agli affetti del luogo natale, l’io narrante si affida alla scrittura per colmare il vuoto che la nostalgia ha scavato nel suo cuore: “Finii per scegliere un modo diverso di tornare: scrivere. Si scrive sempre per tornare in un altrove, in un quando o in un dove. Scrivendo mi mettevo in viaggio, e viaggiavo in Italia”. Sì, perché la scrittura è essa stessa traduzione di sentimenti ed esperienze, e non solo di parole e libri: “In realtà, un traduttore è un individuo che vive sospeso tra due mondi, e si sente figlio del primo e del secondo, incompreso sia dall’uno sia dall’altro, follemente innamorato di entrambi”.

Una considerazione particolare andrebbe infine riservata alla capacità con cui l’autore ci presenta le divergenze interculturali tra l’Italia e la Spagna. Abbiamo già visto come il concetto di siesta possa generare equivoci anche tra spagnoli (figuriamoci tra italiani e spagnoli), e come il caldo abbia certe peculiarità semantiche che vanno necessariamente colte se si vuole conoscere la a fondo la cultura andalusa; eppure la più acuta dissacrazione degli stereotipi ha a che vedere con la presunta somiglianza tra spagnoli e italiani: lottatori i primi, velocisti i secondi. Per riassumere questa differenza, Gianetti ricorre a una analogia molto efficace: “Sapevo che Triana era il quartiere nel quale avevano vissuto Juan Belmonte e Joselito, due toreri che erano stati grandi rivali nell’epoca d’oro della corrida, cioè all’epoca in cui uccidevano tori in pubblico. In Italia una rivalità del genere l’abbiamo conosciuta solo con Fausto Coppi e Gino Bartali, e tra le ruote di una bicicletta e il filo di una spada corre tutta la differenza tra due paesi che si somigliano solo in apparenza”.

Il viaggio come mezzo per decifrare la relazione

Gianetti riserva un tono canzonatorio alla figura del turista, che definisce un “viaggiatore imperfetto” in quanto “è continuamente assoggettato dalle immancabili cose che deve vedere, invece che dalle insignificanti meraviglie che potrebbe scoprire per conto suo”. Il viaggio, al contrario, deve essere scoperta che ti sorprende, incontro inaspettato con l’ignoto, resoconto meditato di uno spostamento che consuona con la dignità dell’esploratore e della sfida interpretativa che accompagna lo scrittore-traduttore: “Viaggiare si trasformò in un secondo alfabeto per parlare con lei, con Beatriz […]. Viaggiare è disporre un punto di partenza, uno d’arrivo, e annotare cosa succede nel frattempo. […]. Un viaggio sono due punti disposti a tutto, o a niente, per incontrarsi”.

L’incontro di questi punti è la relazione tra il narratore e Beatriz, la cui immobilità viene spezzata dal movimento, da una peregrinazione che il protagonista promuove e dalla quale spera di trarre un incontro con la donna in un campo meno periglioso e più stabile, un compromesso tra due modi dissimili di intendere la ricerca reciproca: “Beatriz era una ragazza che non sapeva da dove partire, ma voleva andarsene da se stessa, io un uomo stanco di non tornare mai da nessuna parte, tranne che nel posto in cui avevo deciso di partire”.

Andalusia fa rima con Federico García (Lorca)

Per esprimere il proprio amore per l’Andalusia, Gianetti non si è limitato ad ambientarvi il romanzo ma si è prodigato a instillare nel testo dei riferimenti costanti a un poeta che quella terra l’ha resa celebre con versi d’amore e libertà. Mi riferisco ovviamente a Federico García Lorca, che ha pagato col proprio sangue la fedeltà a quegli ideali, e che ha composto versi struggenti dopo essersi lasciato ispirare dal suolo natale. La poesia preferita da Beatriz, Alle cinque della sera, che è sintesi perfetta di melanconia e combattività, dolore per la perdita di un amico torero ed elogio dell’onore portato nella lotta, diviene anche il mantra che attraversa il libro: quando lui la raggiunge a Siviglia, i due si danno appuntamento alla stazione degli autobus alle cinque della sera, e allo stesso orario avvertono il culmine del calore che prende “pieno possesso dei cuori degli andalusi”. Le cinque della sera sono il momento in cui l’amore si spande ed è dilaniato nell’impari lotta tra innocenza e violenza del sole, tra predatore e preda, tra vincitore e vinto: come nell’arena l’amico del poeta viene infilzato dal toro, così nella storia con Beatriz qualcuno è destinato a soccombere. Beatriz, spalle da nuotatrice, “longilinea e rossa di capelli, le braccia ferme lungo i fianchi” è lì immobile, purpurea come il calore della sera d’estate andalusa, e attraversa questo amore estivo come immersa in voluttuoso dormiveglia, nell’attesa di riaversi e di conoscere il verdetto che la sorte (non la propria scelta) ha riservato alla loro storia d’amore: “Incedemmo sul lungomare fin dove la spiaggia si faceva macchia, appropriandoci degli odori di lavanda e di pino marittimo, prima di sprofondare in una siesta che durò fino alle cinque della sera.”

Giuseppe Raudino

Insegno Giornalismo e Teoria dei Media all'Università di Scienze Applicate di Groningen, in Olanda. Scrivo e racconto storie. Il mio nuovo romanzo si intitola "Quintetto d'estate" (Ianieri Edizioni, 2022). Instagram: @raudino - www.linktr.ee/raudino

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