Atlante della fine del mondo. Conversazione con Davide Morganti

Atlante della fine del mondo (Marotta & Cafiero) è l’ultimo lavoro di Davide Morganti. Una raccolta di racconti maturata in anni di scrittura che raccoglie più di duecentocinquanta racconti. Uno per ogni paese del mondo, riconosciuto e non. Il tonto Casimiro Boboski vaga per capire se il mondo sta finendo o se a sparire sono i confini tra le nazioni; a ogni dogana il pegno da pagare è raccontare una storia.


Antonio Esposito: La prima domanda non ha preamboli. Come nasce L’Atlante della fine del mondo? Quando hai iniziato a scriverlo, qual è stato il primo germe, l’idea nuova? E quando hai capito che stava assumendo la forma che ha oggi?

Davide Morganti: Cominciai a pensarci una quindicina di anni fa, ne parlai con Francesco Durante, che mi volle a Neri Pozza dove poi pubblicai La consonante K. Se ne entusiasmò. Mi mancava però la cornice, l’ho cercata per anni, ho tormentato amici come Gianfranco Di Fiore, non sapevo come fare. Tutti mi dicevano che non sarebbe mai stato pubblicato, editori, agenti, amici: i racconti non si vendono, libri così voluminosi poi ancora meno. Non mi pareva una ragione sufficiente per non farlo, mica si scrive su ordine di un editore o del pubblico. Nel 2019 purtroppo Durante morì all’improvviso. Intanto editori medi, piccoli e grandi continuavano a rifiutarmi. Antonio Russo De Vivo mi suggerì di far attraversare i confini solo se avesse raccontato una storia, come Lao Tze. Fu così che finalmente il libro trovò la sua cornice.

AE: Mi interessa sapere quali riflessioni hai fatto sul linguaggio. Le tue storie, da sempre, si differenziano per stile e punti di vista. Quali soluzioni hai adottato per dare coerenza all’intera opera?

DM: Qualcuno in passato mi ha detto che cambiando sempre modo di scrivere si rischia di non essere riconosciuti, non so se abbia ragione ma se l’ho fatto coi romanzi figurarsi con tanti racconti, direi che la cosa era inevitabile. Casimiro, attraversando le frontiere, mi ha posto il problema di come farlo senza ripetermi all’infinito e questo valeva anche per i racconti. La coerenza è data da Casimiro e dalle sue avventure – infatti lui non è un espediente ma l’assoluto protagonista. All’interno dei cinque volumi ci sono sei racconti che si susseguono sviluppando una storia che parte da lontano e si allarga, poi ci sono cinque racconti, uno per continente, in cui la stessa famiglia viene declinata in prima, seconda, terza persona singolare e prima e seconda persona plurale. Riferimenti e richiami anche minimi li ho disseminati qua e là, come delle citazioni che rimandano. In un racconto uso lo stesso sfondo di un altro come avveniva nel cinema degli anni Cinquanta quando si riutilizzavano le scenografie di altri film per risparmiare. E poi Casimiro appare in quasi tutte le storie, come Hitchcock nei suoi film, da comparsa.   

AE: E sulla forma? Proporre 250 racconti circa a un mercato editoriale che da decenni respinge le raccolte – seppur con qualche recente apertura – è una scelta radicale, quasi una provocazione.

DM: Nessuna provocazione, piuttosto disinteresse per il mercato editoriale, mi comporto come da lettore, sin da piccolo ho sempre letto quello che mi apparteneva per affinità, lo stesso faccio quando scrivo.

AE: Rispetto al caos che rappresentavi ne La consonante K credi di aver trovato un ordine o siamo di fronte a una ulteriore scompagine?

DM: La consonante K è un libro che alcuni hanno amato e altri contestato, trovandolo accelerato e fatto di troppi personaggi, poco empatico. Era quello che volevo, creare l’anonimato nella velocità delle cose. L’ordine fatto da Casimiro invece è solo lo scricchiolio del mondo, il suo «speriamo che tenga», secondo una espressione rabbinica legata alla creazione e ai suoi tentativi da parte di Dio. Viviamo ogni giorno col timore della fine, qualunque essa sia.  

AE: Entriamo nel libro. A ogni confine il tonto e balbuziente Casimiro Boboski riscatta il passaggio di dogana con una storia. Il racconto nella tua opera è quindi moneta di scambio ma anche porta d’accesso su nuovi paesaggi, prospettive. 

DM: Sì, lui deve per forza andare via terra, non vola, arriverà al punto da desiderare di raccontare le sue storie anche ai morti.

AE: I temi: i tuoi lavori precedenti ci dicono quanto in passato tu ti sia interrogato su questioni morali, teologiche, poggiando una lente sulla provincia, o comunque in contesti urbani dove il degrado, le frustrazioni sociali deflagrano in insensate forme di violenza. Qui il paesaggio si allarga, di conseguenza aumentano gli argomenti. Ad esempio in Antartide – uno dei racconti già editi, apparso come sorta di anticipazione dei cinque volumi – tematizzi il passare del tempo, raccontato come una specie di morbo, che si attacca alla pelle e innesca l’invecchiamento. 

DM: Ovviamente non è un trattato di antropologia e dunque nei racconti ci sono solo le mie ossessioni, non altro: la morte, il tempo che passa, la figura di Cristo, Dio, il Natale, l’inganno, la presenza di un cadavere. Ho letto decine di giornali per cercare cronache da cui partire per essere aderente almeno nei fatti alla realtà di paesi lontanissimi da noi. Molti anni fa lessi una intervista a Cerami, disse che in fase di montaggio de Il vangelo secondo Matteo Pasolini decise di lasciare nel film un torpedone, sfuggito al controllo della troupe del regista, che saliva alle spalle della crocifissione di Cristo. Ho immaginato un maresciallo in quell’autobus che, dopo aver visto la croce da lontano, si convince della seconda venuta di Gesù, tornato per riparare al precedente fallimento, e decide di andare tra i sassi di Matera per incontrarlo. Oppure della rivoluzione fatta dalle donne di Mayotte facendo il solletico ai politici delle Comore.

AE: Quali sono i modelli stilistici e letterari? Qualcuno ha già immaginato collegamenti con la novellistica medievale, le grandi narrazioni con cornice che si facevano carico di valori e temi popolari, raccoglievano tradizioni e vita quotidiana; eppure tu hai sempre dichiarato di attingere da altre fonti: le scritture mistiche, la letteratura russa, gli autori messi a margine…

DM: Il mio amico Graziano Gala parla di influenza di Basile ma credo solo perché sono napoletano, in realtà Basile non l’ho mai letto, ci ho provato ma usa una lingua troppo difficile e barocca. Be’ sì, ho studiato teologia in seminario e in sinagoga, ho letto le mistiche sin da quando ero ragazzo, provando attrazione per Santa Teresa di Lisieux. La letteratura russa, tedesca, ceca e scandinava hanno sostenuto la mia crescita umana, i francesi sono stati i miei maestri di stile, specie Albert Caraco. Ma anche il rumeno Cioran, Montherlant, Bernhard, l’amatissimo Strindberg, il genio grottesco di Ladislav Fuks. Ne sono troppi. Non saprei cosa rispondere, dunque, come tutti sono un ammiratore dell’inarrivabile Čechov, trovo splendidi i racconti di Angelo Fiore, grande scrittore siciliano, e di Theodor Storm. Ma un vero modello non l’ho cercato né seguito.

AE: Un’ultima domanda: in questo lavoro la fine del mondo più che annunciata sembra da scoprire: è in corso una fine del mondo? Se sì, in che modo sta avvenendo? 

DM: Il mondo, girando, si usura, si consuma, come strusciasse contro qualcosa, la fine è nelle cose, in fondo morire è solo tornare all’Origine, e rientrare a casa dopo tanto tempo fa sempre paura perché intanto sei cambiato.

Antonio Esposito nasce a Napoli nel 1989. È laureato in Lettere e specializzato in Filologia moderna. Attualmente scrive racconti, pianifica romanzi e insegue progetti editoriali di vario genere. Da editor collabora con la casa editrice Alessandro Polidoro, dove dirige anche la collana dei Classici.

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