L’ossessione di chi resta: Il valore affettivo di Nicoletta Verna

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Sei arrivata viva alla fine di un’altra vasca.
Come nella vita.

Quello di Nicoletta Verna è un esordio folgorante.
Menzione Speciale della Giuria Premio Calvino 2020, Il valore affettivo, pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero Big, è un romanzo di intensità rara, che si nutre di esistenze in bilico tra ossessione e normalità. Quest’opera prima svela, senza pietismi e banalizzazioni, cosa significa subire un lutto e quali solo le reazioni imprevedibile e distruttive di chi sopravvive.

Come si supera una perdita? E soprattutto, cosa resta a chi rimane?

Il tempo è un miraggio, non esiste, […] è una ghigliottina che recide per sempre il movimento ondivago delle tue speranze, una bestia feroce che azzanna i tuoi giorni e li dilania, e li rende inutili.

Bianca, praticamente perfetta fatta eccezione per l’incisivo scheggiato, ha solo sette anni quando la sorella maggiore, Stella, muore in un incidente dai contorni indefiniti. Questo evento segnerà, inevitabilmente, lei e la sua famiglia: c’è sempre un prima e un dopo, un tentativo di digestione della disgrazia. Tentativo che prende tempo, energie e alla fine corrode, restituendo cocci di quotidianità familiare impossibili da tenere insieme. Le conseguenze della perdita sono immediate: la madre cercherà più volte di suicidarsi, in una danza macabra e febbrile che porterà il marito a lasciarla; Bianca svilupperà un disturbo ossessivo-compulsivo rivoltante: raccoglie rifiuti e li organizza, dà dignità agli scarti, a ciò che rimane.

Lei stessa è un rifiuto da gettare nell’organico; la figlia che i genitori non riescono più a guardare: è ciò che Stella non potrà mai essere.

Perché la vita è fatta di aspettative. È una miscela di attese, presentimenti, progetti che ci aiutano a non soccombere di fronte al terrore che il futuro possa essere disastroso come il passato. E a nessuno piace quando il futuro che aveva in mente si sgretola.

Ciò che costruisce Verna è quasi un racconto di guerra; una guerra lenta, incessante, tra le due nature di Bianca: quella perfetta, compagna di uno stimato cardiochirurgo, Carlo, che vive nella Roma eterna e immutabile, in una casa arredata con cura, e la Bianca maniacale, ossessiva nel suo rapporto con gli oggetti, lacerata dal senso di colpa.

Se non avesse chiesto con insistenza quell’oggetto, Barbie Magia nei Capelli, che Stella voleva procurarsi il giorno dell’incidente, sotto il diluvio, sarebbe ancora viva.
La sua morte è una colpa che non riuscirà a cancellare. Una colpa che si deposita nella memoria di un passato che cede il passo al presente, in un’alternanza di piani temporali che ricostruisce il trauma.

Questo peso, autoinflitto e irrazionale, accompagna Bianca in una catalogazione analitica, ordinata nella sua follia, di rifiuti racimolati ovunque: per strada, al lavoro, in casa. Una donna elegante, bellissima, che si immerge nel sudiciume per convogliare il dolore in qualcosa di produttivo, di controllabile. In questi frangenti la lingua si fa materica, corporale, pulsante. La lucidità delle descrizioni, la precisione chirurgica con cui vengono sezionate le emozioni, i pensieri e i ricordi, coinvolge il lettore fino all’ultima, sconvolgente scoperta.

In una storia tanto importante e ben costruita, feroce nella sua ordinaria semplicità, non mancano personaggi-spalla che sostengono la narrazione coerente in ogni dettaglio.

C’è Carlo, l’uomo che ama, “il patrimonio genetico” senza macchia, stimato dai suoi colleghi, il mezzo nel suo piano malato per far rivivere Stella; Liliana, l’amica sulla sedia a rotelle, campionessa paraolimpica spietata, e suo marito Rodolfo; i suoi genitori, riflessi sbiaditi di vite al limite; lo psicoterapeuta; i compagni di università e i colleghi di Balli & Pupe: sono tutti funzionali all’evoluzione della storia.

Il valore affettivo è crudele, onesto, capace di mostrare la sofferenza per quello che è: un essere velenoso che fagocita ogni flebile barlume di vita.

Non so se nelle circostanze della vita c’è un momento esatto in cui qualcosa diventa inevitabile: il punto di stallo fra il prima e il dopo in cui puoi dire ecco, fin qui sarei potuto intervenire per cambiare il corso degli eventi, e da qui in poi non più. So però che la disgrazia ebbe un insieme di prodromi complessi, in apparenza scollegati eppure perfettamente conseguenti l’uno all’altro, come una catena, come rifiuti che ogni giorno catalogo con cura.

Nicole Zoi Gatto


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