“Se Rose gli facesse spazio, Jack si salverebbe?” Intervista a Hilary Tiscione

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Il 14 febbraio è uscito per Bietti Edizioni il sesto titolo della collana Fotogrammi, l’autrice è Hilary Tiscione.

Hilary, da qualche settimana è disponibile Se Rose gli facesse spazio, Jack si salverebbe? una raccolta di racconti, di retelling per la precisione, in cui ti sei posta l’obiettivo di riscrivere il finale di sei film che hanno contribuito alla definizione del tuo immaginario. Quali sono i film? Perché proprio questi?

Si tratta di sei film molto famosi: Carnage di Roman Polanski (tratto da Il dio del massacro di Yasmina Reza) perché amo le narrazioni ambientate esclusivamente in interni. Meglio ancora se in un unico ambiente. Mi affascina concentrarmi sulle dinamiche più infime e trascurabili, quelle di vita quotidiana e vedere il modo in cui gradualmente si trasformano generando, una rottura che sfocia nel dramma. American Beauty perché per questo film di Sam Mendes ho una specie di fissazione, Lester Burnham credo sia uno dei personaggi meglio riusciti nel cinema di quegli anni. Match Point l’ho scelto per l’ammirazione nei riguardi dell’intelletto di Woody Allen e perché credo che l’incipit del film sia profondamente vero: non bisogna considerare la fortuna un ingrediente meno importante del talento. Mrs. Doubtfire è la storia che più mi riporta alla mia infanzia, mi ha insegnato l’importanza delle manovre imprudenti. Lost In Translation perché dice dell’amore tutto ciò che c’è da sapere; è un film ovattato e taciturno. È un’esposizione che apprezzo molto. In ultimo Titanic per il concetto di grandiosità e per sfidarmi. Nel mio finale alternativo – riguardo il film di Cameron – c’è un lieve rimando al romanzo di Richard Yates (Revolutionary Road): i protagonisti dell’omonimo film sono gli stessi del Titanic.

Ci sono dei “grandi sacrificati”?

Il grande assente è Forrest Gump. Se Jenny non fosse morta? Ma, è proprio la morte a rendere immortali certi personaggi. Credo sia la perdita a darci consapevolezza dell’esistenza, come la sottrazione a potenziare la consapevolezza. Penso anche a I ponti di Madison County di Clint Eastwood (tratto anche questo dall’omonimo romanzo), cosa sarebbe successo se Francesca (Meryl Streep), sul finale, avesse deciso di aprire la portiera della macchina per raggiungere Robert? E se lui, anziché restare fermo sotto la pioggia, avesse deciso di andarle incontro?

Una spontanea riflessione è: perché hai scelto di riscrivere opere cinematografiche e non letterarie. Mi spiego: oltre alla rivisitazione del plot la scelta narrativa ti ha obbligato anche a una ricodifica testuale di storie che il grande pubblico conosce per immagini. Quale riflessione è stata attuata per far sì che l’esperimento funzionasse?

Il racconto per immagini è il più potente. Ho voluto legare entrambe le cose: cinema e letteratura. Usare la veemenza della narrazione filmica con l’avvallamento della narrativa. Si è trattato di un esperimento dove, in realtà, le due cose comunicano largamente.

Se dovessi scegliere di ripetere l’esperienza ponendo al centro della tua scelta l’immaginario letterario, quale opera non mancherebbe nel tuo lavoro? E perché?

Farei un tentativo con Mentre morivo di Faulkner. Opterei per una narrazione ferma alla partenza; il prospetto di un viaggio senza alcuna effettiva partenza. Mi incuriosisce una forma di esposizione circolare dentro la quale ci sono i presupposti per un cammino che si scopre ostruito da continui impedimenti. Il viaggio come intenzione statica e inerte, racchiuso in una prospettiva immobile dove – in questo caso – la bara non arriverà mai a destinazione. Inizio e fine in un’unica estensione che si chiude dentro un epilogo flesso su sé stesso.

C’è un nesso tra i titoli della raccolta? Tutti (Tulipani¸ Asparagi, Burro d’arachidi, Birra, Peperoncino, Legno) sembrano riferirsi a un elemento di contorno eppure ne sono il centro.

Sì, il punto è proprio questo. Credo che gli elementi di contorno siano l’espediente da cui scaturisce tutto il resto. Penso che edificare una storia attorno a una guarnizione sia molto più interessante rispetto alla focalizzazione sulle realtà più ampie. Mi trovo a mio agio partendo da un aspetto o una materia più contenuta come un oggetto, una vivanda, un gesto.

Parlando di finale narrativo mi vengono sempre in mente gli appunti di Calvino che avrebbero dovuto comporre la sesta delle note lezioni americane. In quelle pagine lo scrittore sostiene di non amare i finali, perché sostanzialmente si riducono sempre alla morte o al naturale proseguo della vita. Per te, in narrativa, qual è il senso della fine?

Il finale ci allena alla nostra condizione di transitorietà, eppure il senso della fine – forse – sta nell’infinitezza del finale. Avere percezione di una non fine. Una storia termina perché c’è bisogno di un punto di arrivo, per dare corpo e anima al tempo, ma il valore sta nel non circoscrivere il finale nella prigionia di una scomparsa, bensì porre le basi dentro la rappresentanza di un trapasso permanente. Il finale concepisce dentro di sé la coscienza del nuovo.

Antonio Esposito


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Antonio Esposito nasce a Napoli nel 1989. È laureato in Lettere e specializzato in Filologia moderna. Attualmente scrive racconti, pianifica romanzi e insegue progetti editoriali di vario genere. Da editor collabora con la casa editrice Alessandro Polidoro, dove dirige anche la collana dei Classici.

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