Il perturbante nella Varsavia di inizio Novecento: “Buio” di Anna Kańtoch

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La casa editrice Carbonio Editore presenta per la prima volta in Italia la scrittrice polacca Anna Kańtoch, il cui romanzo Buio (traduzione di Francesco Annicchiarico) ha vinto il prestigioso premio Żuławski, il riconoscimento più importante per la letteratura fantastica in Polonia.

Il romanzo, narrato da una voce femminile in prima persona, è ambientato agli inizi del Novecento (anni Trenta) e prende il via in un sanatorio. La protagonista racconta un trauma subito a Buio, che è il nome della residenza estiva dei genitori:

Non mi ricordo esattamente dove, ma non importa. La mia infanzia è compromessa, i miei primi momenti di vita sono segnati da quel corpo che viene tirato fuori dal fiume. Lo ricordo bene, anche se sono sicura che mia madre non mi avrebbe mai permesso di guardare una scena del genere.

L’attrice Jadwiga Rathe, di cui la giovane protagonista è innamorata, è stata trovata morta. Ciò ha lasciato un segno indelebile sulla sua persona. È questo il motivo per cui viene ricoverata dentro il sanatorio? A questa domanda, così come alle molte altre che il lettore si porrà durante questo perturbante viaggio nell’interiorità della narratrice, non verrà data una risposta.

L’opera è divisa in due parti: la prima ambientata nel sanatorio (luogo di culto del Novecento letterario, cfr. La montagna incantata di Thomas Mann), la seconda ambientata a Buio. All’inizio di ogni capitolo viene data una precisa indicazione temporale: adesso e ricordi. La narrazione, difatti, si alterna tra il presente della protagonista e i ricordi nella residenza Buio, insieme ai fratelli Franciszek e Staś. Nella seconda parte, invece, questa divisione, che già nella prima si rivela essere poco stabile, decade quasi totalmente. Formalmente, troviamo ancora le indicazioni all’inizio del capitolo, ma dopo che la protagonista partecipa a una seduta spiritica, in cui le viene chiesto di tornare a Buio per scoprire chi abbia ucciso Jadwiga Rathe, non siamo più in grado di stabilire cosa è reale e cosa non lo è, come dice la protagonista stessa in più punti del romanzo.

Anna Kańtoch

Per tutto il libro, il lettore deve fare i conti con una narratrice inaffidabile e con la  sospensione della realtà: è vero che in alcune parti vengono date precise indicazioni temporali (la data di nascita e morte dell’attrice; i riferimenti alla Germania nazista; le descrizioni degli eleganti café dell’epoca) che collocano il romanzo in un determinato periodo storico, ma è anche vero che nella seconda parte è difficile stabilire cosa stia veramente succedendo. La protagonista, infatti, rivive sì gli anni di Buio ma, e questo è il motore del romanzo, lo fa nei panni dell’attrice stessa: si tratta di viaggio nel tempo? Oppure di ipnosi durante la seduta spiritica a cui ha preso parte? Oppure ancora, è un viaggio all’interno della memoria? I molteplici livelli di lettura di questo testo vengono ulteriormente resi complicati da un tassello finale, che aggiunge un elemento fantastico (che qui, ovviamente, non riveleremo).

Per concludere, Buio è un testo molto complesso, a cui è possibile dare diverse chiavi di lettura (a cominciare dal gioco di parole presente in tutto il romanzo tra ‘Buio’ residenza e ‘buio’ nel senso di oscurità [1]). Se teniamo in considerazione la nozione di lettore modello di Umberto Eco, Buio è senza dubbio un testo che richiede un lettore attento e collaborativo, perché non sarà una di quelle letture in cui tutto “torna” alla fine e con facilità. Ciononostante, uno dei piaceri che regala questo libro è senza dubbio l’eleganza della prosa, che regala passi lirici come il seguente:

Apro la porta, dietro di essa c’è luce e nella luce Irenka, nuda, come immaginavo di trovarla, piegata sul pavimento gelido. Lei non si è accorta di me. Sarei potuta uscire, fingendo di non conoscerla. L’avrei preferito. La sua nudità, alla luce giallastra della lampadina, ha infranto la legge dell’intimità notturna.

Un ultimo punto cardine del romanzo che necessita di essere nominato, infine, è certamente la sessualità della narratrice: la protagonista è omosessuale, innamorata dell’attrice di cui prende le sembianze, e molteplici sono le scene in cui descrive, con delicatezza, alcuni momenti intimi in compagnia di altre donne. Questo aspetto, che si lega alla problematica della femminilità, emerge in maniera preponderante, grazie anche alle diverse Frauenbilder che vengono ritratte (letteralmente dal padre) in più punti del testo.

Giovanni Palilla

[1] Il titolo originale in polacco, Czarne, in realtà significa nero, come racconta l’autrice in questa intervista.


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