Racconto: Estate – Serena Penni

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Ringraziamo editore e curatori per la pubblicazione in anteprima del racconto Estate di Serena Penni, contenuto nell’antologia Nuvole corsare, edita da Caffè Orchidea e a cura di Francesco Borrasso e Giuseppe Girimonti Greco.


L’uomo si crea una tana e in questa tana fa quello che vuole: il padre
opprime i figli etc. […]. Detto questo però la famiglia è anche il covo
delle cose più belle dell’umanità […]. Nel momento in cui una donna
inizia a emanciparsi, e quindi inizia a dare un impulso nuovo alla famiglia
in senso progressista […], è tutta l’umanità che invece regredisce e peggiora.
(Pier Paolo Pasolini ad Anna Salvatore, 21 settembre 1974)

Da quante settimane sono in vacanza a F.? Ho perso il conto.
Non ci sto bene, non ci sto male. Per me qui o altrove fa lo stesso. Le giornate scivolano via tutte uguali. L’unico vero problema è che l’umidità è insopportabile. La spiaggia, con i teli morbidi adagiati su ampi lettini, le tende per ripararsi dal sole, le piante variopinte e ben curate, i cuscini, non sembra nemmeno una spiaggia, ma piuttosto un salotto con un tappeto di sabbia lungo chilometri. Il mare lo osservo da lontano, non faccio mai il bagno perché l’acqua è sporca e quasi sempre ci sono grosse onde fastidiose. Tuttavia la cortesia affettata dei bagnini, le bibite colorate, il mio stesso sudore, mi avvolgono e mi cullano. Mi aiutano a non pensare, a non ricordare. Ho trentadue anni. Sono il figlio. Il figlio del pazzo, dell’assassino. Quello che ha ammazzato mia madre sotto i miei occhi. All’epoca di anni ne avevo solo dodici. Non che io e il pazzo facessimo insieme le cose che i figli fanno di solito con i padri, da che mondo è mondo, tipo andare al mare, in bicicletta, al cinema e così via. Noi parlavamo. Parlavamo a lungo, di qualsiasi cosa. Della guerra, dei pianeti, delle piante che crescono anche senz’acqua. Mio padre aveva un’opinione chiara su tutto, o almeno così sembrava a me, che ero solo un ragazzino. Passavo molto tempo con lui, lo conoscevo meglio di chiunque altro, perciò fui il primo ad accorgermi di quando cominciò a cambiare, a diventare più fragile, più cattivo. Insieme al vento gelido dell’autunno mi entrò nelle ossa un freddo profondo, che non mi avrebbe lasciato mai più. Era il freddo della solitudine, del presagio della morte che incombe, che ci avvolge come un mantello scuro quando cala il buio. La notte si trovano le parole per raccontare il gelo e la paura, ma quelle stesse parole svaniscono quando arriva l’alba. Allora resta solo il senso amaro di una perdita, il rimpianto per quello che avrebbe potuto essere ma, lo sappiamo, non sarà mai. Eravamo poveri. Mia madre faceva le pulizie nelle case e, quando uno dei suoi datori di lavoro si incapricciò di lei e cominciò a corteggiarla, si lasciò sedurre. Senza opporre la minima resistenza. Chi avrebbe potuto biasimarla? Ma io a quei tempi non capivo. Avrei voluto chiederle perché non poteva restare tutto com’era. La nostra realtà, di noi tre, la mia famiglia, mi piaceva: non vedevo ragione di stare a complicarsi l’esistenza. Il corteggiatore di mia madre era un uomo ricco, di classe, così diverso da tutti quelli che lei aveva incontrato nel corso della sua miserabile vita. Era un bastardo di classe, con la macchina di lusso, che non alzava mai la voce e sorrideva sempre. Un figlio di puttana che metteva le corna alla moglie con chiunque gli capitasse a tiro, offrendo sempre la sua faccia più allegra, i suoi modi più accattivanti. Osservavo mia madre che si faceva bella per andare al lavoro, che si vestiva, si truccava, si pettinava meglio del solito. Anche mio padre la osservava. L’unica che sembrava non accorgersi di nulla era la moglie del bastardo, un’avvocatessa rampante con la faccia da cavalla, una donna dai modi duri e sprezzanti. Una abituata a ottenere tutto ciò che voleva, salvo poi lasciarselo soffiare sotto il naso da una qualunque, da una povera creatura del Sud, con i seni pesanti, provocante suo malgrado, che veniva a casa a fare le pulizie con un rossetto troppo acceso e lo smalto delle unghie mezzo sbreccato. Forse in realtà lei mia madre non la vedeva neppure. Forse per lei non era altro che uno strano animale, una via di mezzo tra una bestia da soma e un morbido gatto. Ogni tanto le regalava dei vestiti, roba che lei non metteva più ma che sembrava nuova. Quando capitava, la sera mia madre tornava a casa raggiante, tirava fuori dalla borsa una maglietta, un golf, una sciarpa, una collana: «Questo me lo ha regalato la signora Elena. Guardate che bellezza!».
Mio padre si imbestialiva, diceva che non avevamo bisogno della carità di quella gente. La mamma sbuffava, rispondeva che non era questione di carità, era solo che alla signora un certo indumento non stava più perché finalmente – grazie a una nutrizionista di Bergamo che faceva miracoli – era riuscita a perdere qualche chilo, oppure un accessorio le era venuto a noia perché lo aveva indossato per tutta l’estate. La sua casa era piccola, doveva fare spazio.
«Piccola?», sbraitava mio padre, sbalordito.
«La villa sul viale, piccola? Ma mi prendi in giro?».
E mia madre, accondiscendente: «A vederla da fuori sembra enorme, è vero. E anche dentro è meravigliosa. Ma in realtà gli armadi del guardaroba della signora Elena non sono molto spaziosi, dico davvero».
«Ecco», rispondeva mio padre, stizzito, «allora invita la signora Elena a casa nostra, e poi ne riparliamo».
Simili discussioni si ripetevano di continuo. Io vi assistevo distrattamente, mi parevano irrilevanti, come quando si parlava di cosa preparare per cena, ma al tempo stesso, in un cantuccio della mia mente, intuivo che racchiudevano in sé un’oscura minaccia, una valanga di significati che io non potevo afferrare ma che, forse proprio per questo, mi atterrivano. Sentivo che c’era qualcosa di malato nell’attrazione che mia madre mostrava di nutrire sia nei confronti del bastardo sia nei confronti della cavalla. Lui le piaceva, era chiaro persino a me; lei avrebbe dunque dovuto ispirarle antipatia, risentimento, desiderio di rivalsa. Ma il fascino che il mondo altoborghese esercitava su mia madre era talmente forte da coprire ogni altro pensiero. Si era addirittura convinta che lei e la signora Elena erano diventate amiche, e quando fummo invitati alla prima comunione del figlio, un po’ più piccolo di me, non ci fu verso di convincerla a rifiutare. Al rinfresco, organizzato in un ristorante di lusso appena fuori città, noi sedevamo, imbarazzati e inteccheriti, a un tavolo in disparte, insieme a due fotografi e a uno zio anziano, che non parlava quasi per niente e mangiava molto lentamente. La mamma era bellissima: si era messa un tailleur verde acqua, che faceva risaltare la carnagione olivastra e i capelli castani, ricci e folti. Quando incrociava lo sguardo del bastardo – che la salutò a malapena – il suo volto pareva illuminarsi per la gioia. Durante il viaggio di ritorno, in auto, mio padre non disse una parola, e fece un paio di frenate brusche che mi fecero sobbalzare. Fatto sta che mio padre, il pazzo, l’assassino, scoprì la tresca. Mia madre, ammaliata dal nuovo meraviglioso mondo di cui si illudeva di aver ricevuto le chiavi, non fece nulla per nascondersi. Lui allora scelse la strada più facile: cominciò a bere. Io mi ritrovavo a pensare che, se non avesse bevuto così tanto, forse si sarebbe fermato a riflettere, ponderare, relativizzare. Insomma, sarebbe rimasto un essere umano in mezzo ad altri esseri umani. Invece in poco tempo l’alcol gli strappò via dall’animo ogni speranza, facendolo annegare in un mare di solitudine e di rancore. Perse il lavoro in fabbrica; trascorreva le giornate chiuso in casa. Io guardavo impotente la sua e la nostra rovina scintillare in bicchieri color rosso cupo. Ordinò a mia madre di smettere di andare a fare le pulizie da quella gente; lei si rifiutò; anzi: rincasava ogni giorno più tardi. I miei genitori litigavano, urlavano, si offendevano, si picchiavano. Poi, un giorno di primavera, con i ciliegi già tutti fioriti, mio padre ha ammazzato mia madre. L’ha strangolata con le sue mani e io l’ho vista cercare di difendersi, lottare, dare calci e pugni, infine accasciarsi sul divano, emettere un rantolo e lasciarci per sempre. Era già da qualche mese che io e mio padre non parlavamo più. Per la precisione, da quando aveva cominciato a bere. Quel maledetto pomeriggio, senza alcun preavviso, si trasformò in un mostro dalla ferocia sconfinata. I suoi occhi incrociarono i miei, e un attimo dopo si precipitò fuori, lasciandomi da solo accanto al cadavere di mia madre. Mi parvero gli occhi di uno sconosciuto e pensai: Devo chiamare mio padre perché un pazzo è entrato in casa e ha ucciso la mamma. Poi però mi resi conto che l’assassino e mio padre erano la stessa persona: il tratto comune erano proprio gli occhi castano chiaro, quasi gialli, di cui uno era strabico. Allora era lui, era proprio lui, e la donna morta distesa sul divano era davvero mia madre; indossava un abito scuro, aderente, aveva le calze smagliate. I suoi bei ricci castani, che nelle ultime settimane aveva sistemato con tanta cura davanti allo specchio, erano sparsi sul cuscino. Al funerale c’erano il bastardo e la cavalla che si tenevano per mano. Avevano l’aria annoiata, specialmente lui: guardava di continuo l’orologio, un Rolex Daytona acciaio e oro che doveva valere quanto un anno di lavoro di mia madre, e che avrei voluto staccargli a morsi dal polso sottile e femmineo.
Sono cresciuto con i nonni materni, respirando prima la loro rabbia, poi il loro dolore e infine la rassegnazione. All’inizio pensavo sempre a mia madre, piangevo tutte le sere; col tempo il ricordo si è affievolito e ha lasciato il posto a immagini scollegate le une dalle altre, a frasi interrotte. La pena più grande è stata sentir dire ogni santo giorno: Quello è il figlio. Il figlio di Tizio, il figlio di Caia, il figlio, poverino, il figlio che non ha nessuna colpa.
Sono diventato grande, ho lottato, ho fronteggiato la compassione diffidente degli altri con una forza uguale e contraria. Ho studiato ragioneria, mi sono trasferito, ho trovato un lavoro, mi sono sposato con una donna di quindici anni più grande di me. Una donna ricca, bella, altolocata, molto lontana dal mondo cui appartenevano mia madre, mio padre e i miei nonni. Non sa nulla del mio passato e non deve saperlo mai. Speravo, con questo matrimonio, di poter dimenticare io stesso chi ero e da dove venivo. Di ottenere le chiavi del mondo vuoto e variopinto che mia madre aveva solo intravisto. Di far sì che il puzzo di stoviglie sporche, i panni stesi in mezzo al soggiorno, le urla, gli occhi gialli e strabici non mi riguardassero più. Soprattutto, speravo che la gente smettesse di dire: Quello è il figlio. Sono riuscito nel mio intento, almeno in parte. Ho raccolto i cocci con pazienza, un pezzo alla volta, e sono passato dall’altra parte, dalla parte dei più forti. Ma i ricordi no, quelli purtroppo non mi hanno abbandonato, anzi, più cerco di cacciarli, più mi inseguono come spettri, specialmente di notte. Mia moglie non la amo, ma stare con lei non mi pesa. Vive di stupidaggini, come tutti quelli che non sanno cosa sia il dolore. La sua leggerezza di solito mi diverte, ogni tanto mi irrita. Qualche volta la tradisco, come faceva il bastardo con la cavalla. Quando saluto le mie amanti sorrido, intanto dentro di me mi chiedo se prima o poi ci sarà un marito che strangolerà anche loro, e se questa volta sarò io, al funerale, a guardare il mio Rolex con aria annoiata. Ho un figlio di cinque anni con cui passo meno tempo di quanto dovrei. Stasera ho deciso di portarlo al luna park. Mia moglie me lo lascia volentieri per andare a fare un aperitivo con le amiche o un po’ di sesso con qualcuno. Non me ne importa molto. Adesso siamo qui, il bambino sprofonda in una nuvola di zucchero filato. Ne mangerà due bocconi e poi lo butterà, lo so, lo sapevo anche prima di comprarglielo ma tanto sono i soldi di mia moglie quindi chi se ne frega. È troppo elegante per questo posto, sua madre lo veste sempre troppo elegante per tutto. Il clown che cerca di attirare la nostra attenzione per farci salire sulla ruota della morte mi fa rabbrividire fin nel midollo. A mio figlio, invece, non dispiace: lui lo guarda e ride. È come sua madre: troppo attaccato alla superficie delle cose per avere paura. Io rimango ipnotizzato a fissare la maschera regina di un inferno senza tempo che mi è fin troppo familiare, e sono grato al bambino quando mi strattona per un braccio. Ha visto che ci sono gli autoscontri, ci vuole andare. Dopo qualche istante sono di fronte a un cartello con su scritto che un gettone per un giro sulle macchinine costa un euro, mentre sei giri costano solo cinque euro. Mi chiedo se il bambino s’annoierà dopo il secondo giro. Che cos’è meglio? Comprare un gettone alla volta o pagare direttamente cinque euro? Meglio sei gettoni, così non devo fare tutte le volte la fila, certo, ma anche perché c’è una parte di me che teme più di ogni altra cosa il fatto di apparire povero. Quando arriva il mio turno, frugo nel portafoglio in cerca della banconota senza distogliere l’attenzione da mio figlio, che saltella accanto a me. Poi a un tratto succede quello che non avrei mai pensato potesse accadere. Non su questa terra, almeno. Magari un domani, nell’aldilà, dopo morti, ma non prima, no. Invece, mentre dico: «Mi dia sei gettoni per le macchinine…», i miei occhi incontrano ancora una volta quelli inconfondibili, gialli, disarmonici dell’uomo che vent’anni fa ha assassinato mia madre. In quegli occhi non c’è più traccia di ciò che vi era un tempo, ma solo una malinconia senza appigli. Mi avevano detto, sì, in effetti, che era uscito di prigione, ma mi ero sforzato di non pensarci. L’uomo, mio padre, il pazzo, l’assassino mi guarda con aria interrogativa; sembra chiedermi, senza parlare, perché non mi decido a pagare per i gettoni. Io vorrei dirgli: “Ti ricordi? Ti ricordi del rantolo mostruoso, dei riccioli della mamma sulla stoffa logora del divano, della sua espressione orribile, bloccata per sempre in una smorfia che sembrava di dolore e, insieme, di disgusto per la vita intera, in ogni sua manifestazione? Ma ti ricordi anche delle nostre chiacchierate interminabili, sul modo di riprodursi delle alghe o sullo sbarco in Normandia? Ti ricordi del vino scuro, delle vostre grida, della vostra crudeltà e, infine, dell’ultimo giorno…?”. E invece non apro bocca. Comincio a tremare. Gli occhi gialli mi guardano senza riconoscermi. Oppure mi riconoscono, ma tanto per loro ormai ogni forma si equivale, nulla ha più importanza. Gli sono estraneo come tutto il resto. Afferro il bambino per un braccio e lo porto via. Devo fuggire, dobbiamo fuggire. Qualsiasi posto per me sarà meno spaventoso di questo. Lui non capisce, gli avevo promesso gli autoscontri, cos’è successo? Strepita, piange. Io non mi lascio impressionare, so bene che in quel pianto non c’è vero dolore, è solo un capriccio. Dopo pochi minuti siamo in macchina; il bambino dorme, io guido spedito nel buio di una notte senza luna, i fari della mia auto illuminano solo per un attimo i pini ai lati della strada, per poi lasciarli sprofondare nel nulla che li ha generati.

Serena Penni


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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