Vite parallele: la Clarissa Dalloway di Cunningham in “Doppio sogno” di Schnitzler

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“Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf avrebbe potuto chiamarsi “Le ore”. Michael Cunningham ha scelto di intitolare il suo libro “Le ore”, proprio in omaggio all’opera woolfiana e per enfatizzare le reciproche intersezioni. In entrambi i romanzi ci imbattiamo in almeno una signora Dalloway.

A breve ci soffermeremo su Clarissa Vaughan, protagonista del romanzo di Cunningham, una donna newyorkese dei giorni nostri che altri non è che la nuova signora Dalloway. Infine, per puro divertimento, getteremo Clarissa Vaughan nella Vienna equivoca ed oscura d’inizio secolo di Arthur Schnitzler e vedremo come la sua personalità sarà in grado di modificare l’intreccio del noto romanzo breve “Doppio sogno”. Per chi non si stesse raccapezzando, facciamo prima un po’ di chiarezza.

“Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf

“La signora Dalloway” è un romanzo di Virginia Woolf, pubblicato nel 1925. Il romanzo narra l’intera giornata londinese vissuta da Clarissa Dalloway, benestante signora di mezza età, da quando esce di casa la mattina per dirigersi in Bond Street per comprare i fiori per la festa che sta organizzando (è proprio questo il famoso incipit del romanzo, “La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei”), a quando si ritrova sola e pensierosa, a tarda sera, nel vivo della festa stessa.

Tralasciando per motivi di spazio le pagine dedicate al suo “antagonista”, un reduce di guerra al quale Woolf contrappone Clarissa, il cuore e l’innovazione del romanzo appaiono senz’altro essere l’intreccio delle commissioni quotidiane con i pensieri più profondi e i ricordi più vividi di Clarissa, grazie anche all’innovativa – per quei tempi – tecnica del monologo interiore. E così, ecco il magnifico dono del romanzo, l’abilità tutta speciale della Woolf che l’ha reso, insieme alla sua protagonista, immortale: un flusso infinito di supposizioni, passeggiate, dubbi, incontri, timori, ricordi, acquisti, che è ancora in grado di cullarci in quell’eterna schiuma che viene prodotta dal mescolio continuo di ricordi e realtà, immaginazione e concreto. E Cunningham?

“Le ore” di Michael Cunningham

“Le ore” è un romanzo di Michael Cunningham pubblicato nel 1998, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 1999. Liberamente ispirato a “La signora Dalloway”, racconta le vicende intrecciate di tre donne apparentemente diverse, ma che pur vivendo in luoghi e in epoche differenti, sono tutte fortemente allacciate al romanzo della Woolf.

La prima non è altro che Virginia stessa e il romanzo la ritrae poco prima del proprio suicidio; la seconda è una donna californiana nel pieno degli anni Cinquanta, che si affida al romanzo della Woolf per estraniarsi dal senso di inadeguatezza e di frustrazione che prova, in quanto non aderente al modello di moglie e madre di quegli anni (la donna, cioè, che è costretta ad annullarsi per la famiglia); e infine, Clarissa Vaughan, la nuova signora Dalloway – come infatti la chiamano i suoi amici – un’intellettuale intenta a organizzare una festa, che ripercorrerà passo dopo passo ogni momento della giornata della Mrs. Dalloway woolfiana, ma in chiave moderna.

Le signore Dalloway a confronto

Clarissa Dalloway e Clarissa Vaughan, dunque. Il paragone è impegnativo. Diciamo subito che il romanzo di Cunningham è abile nell’appoggiarsi all’indimenticabile repertorio woolfiano per trarne dignità, potenza immaginifica e per stimolare la nostra curiosità. Senza “Mrs. Dalloway” non avrebbe ovviamente lo stesso spessore, lo stesso fascino. Con grande mestiere, Cunningham si affida al registro linguistico di Woolf, ne ricalca il monologo interiore, virtuosamente la imita. È una grande prova di sensibilità, tutta maschile e tutta moderna. Entrambi i romanzi meritano – cioè – di essere letti, ma cosa dire delle loro protagoniste?

Clarissa Vaughan è un’intellettuale viva e piena di sfumature. A tratti infelice, forse, ma consapevole dello splendore dell’esistenza umana. Soprattutto, Cunningham le concede molta più libertà, in primio luogo sessuale (elemento negato da Virginia Woolf a Clarissa Dalloway, nonostante le indimenticabili allusioni al profondo legame che la unisce a Sally). Una signora Dalloway con i fiocchi, dunque, benché forse più scontata. Certo, seppure entrambi i romanzi appaiano nel loro genere e nel loro tempo delle prove perfette, la Mrs. Dalloway di Woolf ha ancora una marcia in più. È e rimane l’originale. Perché è più vera, forse. Più enigmatica nelle sue contraddizioni, nei suoi dubbi, nelle sue sconfitte. Soprattutto più sfaccettata.

È con mostruosa abilità che Woolf riesce a descriverci una donna impeccabile e ordinaria senza pur tuttavia farla cadere in nessun cliché. Per accentuarne i contrasti e le potenzialità, tuttavia, utilizzeremo la sua versione moderna per ribaltare le logiche di “Doppio sogno”.

Mrs. Dalloway oggi

Chi è – dunque – una signora Dalloway? Cosa significa? A che immaginario fa riferimento? Domande di non facile risposta. La signora Dalloway rimanda forse all’immagine della donna capace di accettare i compromessi del proprio passato e andare avanti. E sognare ancora, nonostante tutto. Oppure no, ma in ogni caso uscire di casa per comprare dei fiori. Accettare il passato – e la sua fine – e il dato di fatto che le sue aspettative si consumino troppo in fretta; accettarlo in parte con rimpianto, in parte con voglia di rivincita, in parte con tacita rassegnazione.

Più arrabbiata che vitale ci appare Clarissa Vaughan. Più vitale che arrabbiata, Clarissa Dalloway. Deluse entrambe dagli accomodamenti che hanno dovuto accettare, ma ancora lì, in piedi, a guardare in faccia il domani. È un’immagine di donna che fa riflettere. Vitale, mondana, sempre affaccendata. Inarrendevole, probabilmente. Ma allo stesso tempo immersa in una continua riflessione interiore, sempre pronta a interrogarsi su ciò che ne è stato della propria giovinezza e dei propri sogni, ancora una volta commossa dai compromessi che l’hanno attraversata ma non rotta.

Le Mrs. Dalloway sono donne che vivono sempre, ogni attimo, nel loro momento cruciale. Sono o non sono persone libere? Che significato hanno i loro ricordi? Sono opportunità perse o scelte che hanno deciso di fare? O ancora, sono esperienze che le hanno rese quelle che sono? E soprattutto: che cos’è un’occasione persa? Quest’ultimo punto sembra rivestire l’interesse maggiore, in particolare se rapportato al tema portante di “Doppio sogno”. Perché Clarissa pensa sempre al proprio passato, ogni ricordo riemerge di continuo per essere sviscerato, per dare un senso al presente. C’è nostalgia, ci sono carne e sangue. Ma con Arthur Schnitzler sarà diverso. Leggendo “Doppio sogno” scopriamo un significato completamente nuovo dell’occasione persa.

Le fantasie di “Doppio sogno”.

“Doppio sogno” è una novella di Arthur Schnitzler, scritta anch’essa nel 1925. La storia ci racconta la crisi che colpisce una giovane coppia borghese nella Vienna degli anni Venti, a seguito della confessione di un sogno erotico da parte della moglie Albertine. Questa confessione scatenerà in Fridolin il desiderio di liberare le proprie pulsioni più oscure e a lungo (troppo?) trattenute dentro di sé, gettandolo nel mondo della notte, della sensualità, del pericolo e del mistero. In questo modo, Fridolin finirà per essere coinvolto in un turbine di disavventure, ma sarà anche costretto ad affrontare un viaggio ben più interiore, dentro – cioè – i vicoli della propria anima.

Profondamente intrecciato al periodo storico e culturale nel quale è inserito (la curiosità nei confronti della psiche umana e del sogno, per esempio, le parti inesplorate dell’Es), “Doppio sogno” è il racconto di un’altra potenziale vita che Fridolin e Albertine avrebbero potuto vivere, se solo lo avessero deciso. Quello che avrebbe potuto essere e non è stato. In quest’ottica, “Doppio sogno” appare un’interessante alternativa al tema della nostalgia del passato e del fantasticare intorno a qualcosa che non esiste. Il passato non esiste, ma anche una vita alternativa che ci proietta nel futuro non esiste ancora. Se pensiamo a “La signora Dalloway”e a “Le ore”, ciò che non esiste più è per definizione la gioventù, epoca nella quale ci viene offerto il ventaglio intero delle opportunità. E la signora Dalloway si sofferma a ricordarlo, si commuove, lo rimpiange, fintanto che non lo accetta.

In “Doppio sogno”, invece, siamo di fronte a qualcosa di molto diverso. Non c’è lo struggimento dolce ma consapevole nei confronti della fuggevolezza della gioventù e dell’età dei sogni. In Schnitzler ci imbattiamo nel desiderio acceso e vibrante che nasce dal pensare di poter cambiare ancora il corso della propria esistenza, di imboccare un sentiero al posto di un altro – non tornare indietro, cioè, ma piuttosto di andare avanti, seppure per un’altra strada – anche se poi quell’opportunità dovesse rimanere soltanto un fantasticare nella propria testa.

Non è importante che si realizzi la svolta. Anzi. Ogni cosa tornerà alla pace delle prime pagine, prima del reciproco raccontarsi le loro torbide fantasie. Perché anche la coppia viennese – come Clarissa – è per certi versi una coppia ordinaria che desidera la vita borghese e le sue certezze. Quanto fanno paura – a Fridolin e ad Albertine – gli embrioni di opportunità che si sussurrano. Sconvolgono le loro vite, annientano le loro certezze. Nulla di più distante dalla quieta consapevolezza delle signore Dalloway.

Fuga o eterno ritorno?

Fridolin fugge dal conosciuto, dal comodo, dal noto verso l’ignoto, anche se poi ci farà ritorno. Clarissa si rifugia nel passato, nel conosciuto, nel rimpianto ma dovrà abbandonarlo, per fare ritorno al presente. I monologhi interiori di tutti e tre i romanzi permettono una sottigliezza di caratterizzazione dei personaggi magnifica. Ci sembra di conoscerli, di sviscerarli, di provare noi stessi i loro dubbi. Ma cosa succederebbe se al posto di Albertine, accanto a Fridolin, ci fosse Clarissa?

Per cominciare, il sogno erotico non sarebbe un sogno – nell’ottica freudiana, la manifestazione di un desiderio represso – bensì sarebbe il ricordo di qualcosa avvenuto in gioventù. Anzi, non di qualcosa di avvenuto, perché una signora Dalloway – lo sappiamo bene – rinuncia, per decoro o per saggezza, all’occasione del passato, o nel caso di una signora Dalloway moderna come Clarissa Vaughan non rinuncia, ma perde, lascia scivolare via e poi da adulta rimpiange. Sarebbe piuttosto un’occasione perduta, quindi, mai accaduta fino in fondo.

E Clarissa non ne avrebbe paura, non ne sarebbe tormentata. Ne sarebbe invece commossa. Ma la cosa più importante è che non l’avrebbe mai condivisa con Fridolin, spezzando il suo cuore ma soprattutto il proprio, e infrangendo il patto di alleanza che esiste tra coniugi saggi. Ed ecco che la storia non avrebbe più potuto svilupparsi, perché Fridolin non avrebbe avuto nessun motivo di ribellarsi alla moglie e alla fastidiosa idea di essere intrappolato in una vita ordinaria, a causa dell’umiliazione (non) subita. Avrebbero dato un festa, forse. E anche Albertine sarebbe andata a comperare i fiori.

Anna Pietroboni


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Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato tre romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014), Le immagini ibride (A&B, 2017) e Il dolce domani (A&B, 2019). Nel 2018 ha vinto il premio internazionale “Letteratura” con il racconto inedito Un segreto.

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