Le città di carta di Dominique Fortier

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Il 21 settembre Alter Ego edizioni ha inaugurato una nuova collana dedicata alla narrativa straniera (Specchi). Il primo libro, Le città di carta di Dominique Fortier (nella traduzione di Camilla Diez), è già di per sé una dichiarazione d’intenti: questo romanzo, infatti, nella sua composizione frammentata, nei continui rimandi tra passato e presente, nella scrittura e nell’attento richiamo alla tradizione, potrebbe fin da subito indicare la cifra stilistica e tematica del nuovo progetto della casa editrice.

Le città di carta

«Da mesi rileggo le raccolte di poesie e di lettere di Emily Dickinson, consulto le opere erudite che le sono state consacrate, faccio incetta di siti in cui si vedono le foto di Homestead, dei vicini Evergreens, della città di Amherst ai tempi dei Dickinson. Finora è una città di carta».

Con Le città di carta Dominique Fortier cerca di evidenziare quanto sottile, incerta, labile e immaginifica possa essere l’eredità d’uno scrittore. Le “città” del titolo sono percorribili solo attraverso le parole, tra simboli d’inchiostro e righe bianche, tra gli a capo e le rime imperfette. La poesia, che in questo romanzo costituisce l’impalcatura fondante di tali luoghi, sembra essere solo la punta però di un iceberg che sul fondo nasconde l’inconcepibile, l’inaccessibile mistero dell’esistenza. Per questo la scelta della Fortier ricade su Emily Dickinson: perché della poetessa americana non ci restano che poche lettere, un migliaio di poesie e una sua foto da sedicenne: molte parole, una maschera e un’esistenza intuibile solo per notizie sottese, ricostruita per illazioni, verificate magari attraverso i luoghi, le città – queste reali (Amherst, Boston, Homestead) – dove Emily ha soggiornato. E ciò che la Fortier sembra chiedersi costantemente tra le pagine del suo romanzo, anche se mai lo fa esplicitamente, è: ci bastano tutte queste parole?

Passato e presente

La riflessione è lecita per un’autrice, Dominique Fortier, arrivata alla sesta opera. Se da un lato Le città di carta cerca di afferrare l’esistenza della Dickinson, il segreto della sua poesia, aggirandosi tra le pagine e pagine da lei scritte, dall’altro, nelle fratture della narrazione, emerge il presente e si inserisce forte l’esperienza biografica di chi oggi scrive, di chi una nuova città di carta l’ha fondata e la sta costruendo mattone dopo mattone forse chiedendosi quanto resterà delle sue parole; o magari quanto sia giusto resti. D’altronde il piglio della Fortier non è quello del ritrattista o del biografo, piuttosto quello dell’intellettuale che interroga il passato, la tradizione letteraria per approdare a nuove risposte. Non a caso, quelle fratture narrative che portano al presente di cui prima si è parlato, non si limitano a ricondurre all’oggi l’esperienza biografica e artistica della poetessa dell’Ottocento, ma anzi, forse più di tutto, risemantizzano il poco che Dominique Fortier lascia intendere di sé. Al punto che agli occhi di chi legge le due figure si sovrappongono, la scrittrice dell’Ottocento parla a quella presente e il risultato è un serrato dialogo sul senso della scrittura, su gli obiettivi che la letteratura può porsi e ancora su cosa è possibile conservare nel tempo.

«Quando i cassetti cominciano a traboccare di poesie sparse – cannella, cioccolata, semi, farina e zucchero – Emily decide di raccoglierle in volumetti. Comincia così a stenderle sulla scrivania, di modo da vederle tutte in contemporanea. Ben presto la superficie di legno è rico­perta interamente. Allora si alza, ne dispone alcune sul­la sedia, poi sulla cappa del camino, e infine le posa a terra, una accanto all’altra, senza che si tocchino, come i pezzi di un gigantesco rompicapo.
Le poesie riempiono la stanza. Per non stropicciarle deve creare stretti passaggi tra i fogli e muoversi sulla punta dei piedi, avanzando con cautela, come se cam­minasse su uno stagno ghiacciato che minaccia di cede­re sotto il suo peso.
Quando ha esposto la totalità dei testi, resta lì a osser­varli. E se arrivasse un colpo di vento – o una scintilla?».

Dominique Fortier col suo romanzo, costruito per immagini, con lingua fluida e accattivante, riesce a centrare due obiettivi: uno per il lettore e uno per sé. A noi offre un ritratto autentico, umano e moderno della Dickinson; per sé comincia a individuare la maniera per percorrere una delle possibili strade che compongono la grande e caotica città della letteratura.

Antonio Esposito


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Antonio Esposito nasce a Napoli nel 1989. È laureato in Lettere e specializzato in Filologia moderna. Attualmente scrive racconti, pianifica romanzi e insegue progetti editoriali di vario genere. Da editor collabora con la casa editrice Alessandro Polidoro, dove dirige anche la collana dei Classici.

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