E tutta la storia se ne andò via col vento

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La prima volta che ho visto Via col vento avevo 15 anni. Ho questa immagine, nella mia mente, di mia madre, mia sorella e mia nonna davanti alla tv, in salotto, qualche anno prima, e di me che mi allontano come per scansarmi da una noia assicurata. Non ricordo com’è che gli abbia concesso una chance. Non so cosa sarebbe di me se non lo avessi fatto. Via col vento mi ha aperto un mondo, quello dei grandi classici del cinema, che prima non avrei mai creduto potessi apprezzare. Dopo sono venuti Casablanca, Eva contro Eva, Viale del tramonto. Ho anche letto il romanzo di Margareth Mitchell. Negli anni, ho convinto quasi tutti i miei amici a vederlo. Ce ne ho messo, di impegno, ma ne è valsa la pena: ho sentito di aver adempiuto a una sorta di missione culturale. Immaginate, quindi, quale dispiacere abbia provato nel sentire che il mio film preferito era stato oscurato da una piattaforma.

La lettera di John Ridley

Agli inizi di giugno, lo sceneggiatore John Ridley (premio Oscar per 12 anni schiavo) ha chiesto alla piattaforma HBO Max di rimuovere Via col vento dal suo catalogo. Il film, a suo parere, perpetua alcuni dei più dolenti stereotipi sulla gente di colore. Sia chiaro – aggiunge Ridley – che la censura non è la via giusta: la sua proposta è che il “capolavoro” (e qui aggiungiamo il virgolettato solo perché vien da credere che forse Ridley non lo ritenga tale) sia reintrodotto accanto ad altri titoli che diano un’immagine completa, realistica della schiavitù e della Confederazione. O perlomeno che si aggiunga un disclaimer, una nota introduttiva, per spiegare come stanno le cose. Netflix l’ha fatto; sapete cosa succede se selezionate Via col vento, adesso? Potete leggere queste meravigliose righe: “Epopea della guerra civile americanagirata nel 1939 con un contestato approccio razzista. Per informarti sulla realtà dei neri in America, cerca Black Lives Matter”. Fantastico. A chi non verrebbe voglia di vederlo adesso?

12 anni schiavo

Le proteste intorno a Via col vento

A dir la verità, cori di protesta si sono sempre levati, da parte della comunità afroamericana. Già alle prime proiezioni le folle si accalcarono fuori ai cinema per manifestare il loro disappunto circa la rappresentazione blanda della schiavitù. Ma Via col vento ha resistito, ed è diventato il film più visto della storia del cinema. Il motivo di tanto clamore, stavolta, sta nel fatto che le proteste hanno attecchito. Diciamoci la verità, come si fa tra persone adulte e vaccinate: il punto è che qualcuno abbia considerato Via col vento meritevole di essere “rimosso”, e non che lo abbiano definito razzista. Perché Via col vento è un film controverso.

Il punto di vista sugli schiavi

C’è una scena, nel film, in cui Ashley Wilkes rimprovera Rossella per aver assunto galeotti stanchi e affamati come manodopera nella sua segheria. Il che, per Rossella, non è molto differente dall’avere degli schiavi – cosa che Ashley faceva, come lei, come tutti. Ma per Ashley no, c’è una gran bella differenza invece, perché lui i suoi schiavi li trattava con umanità, e li avrebbe pure liberati un giorno. Questo scambio di battute riassume in sé l’atteggiamento sulla schiavitù che serpeggia in tutto il film: i padroni del Sud erano premurosi coi loro schiavi. Anche Geraldo O’Hara, padre di Rossella, le dice che bisogna essere gentili con gli schiavi. In effetti Mammy, Sam, Pork, Prissy, assomigliano molto più a dei domestici che a individui che non detengono la proprietà di sé stessi.

Manifestanti protestano contro Via col vento

Il rimpianto di una civiltà

Prendiamo l’inizio del film. Una romantica premessa ci introduce in una terra di gentiluomini e piantagioni di cotone, una società (Civilization) volata via col vento. Ci sono alcune parole chiave che figurano con l’iniziale maiuscola, come quella appena indicata. Insomma, un vero e proprio paese dei sogni, questo vecchio Sud. Anche se ne seguiamo rovina e declino principalmente attraverso due personaggi, Rhett Butler e Rossella O’Hara, che non incarnano neanche uno degli ideali positivi di quel mondo. La prima volta che si incontrano, lei lo accusa di non essere un gentiluomo, e lui di non essere una signora; Rhett e Rossella hanno ben poco delle dame e dei cavalieri che li circondano, anzi, ne smascherano l’ipocrisia e ne deridono i cerimoniali. E così è: la patria della Galanteria è anche una terra di ipocriti, buffoni e illusi sognatori, e l’adesione dei due protagonisti a quel modello di vita è soprattutto esteriore.

Speranza e nostalgia

Via col vento non è certo un film facile da interpretare, se si va più a fondo della superficie. Lo stesso si dica per il romanzo, criticato alla sua uscita dalla stampa di sinistra per i suoi contenuti fascisti (vi sono riferimenti al Ku Klux Klan che nel film sono stati epurati). L’intera storia andrebbe letta anche sullo sfondo degli anni in cui fu pubblicata, quegli anni Trenta della Grande depressione che sconvolse gli Stati Uniti. La speranza di Rossella O’Hara nell’indomani è la speranza dell’America in un avvenire migliore, benché il mito del vecchio Sud fosse ancora molto vivo all’epoca e l’intero film sia caricato di un sentimento nostalgico, di un desiderio di resuscitare i tempi che furono.

La giustizia della Storia

Sapete, non è da escludere che l’America che produsse il film, la stessa America della segregazione razziale, condividesse certi sentimenti che lo informano; ma l’intera storia sposa il punto di vista della comunità che intende rappresentare, anche questo va sottolineato – ma ciò non implica che gli spettatori condividano. Quando Rossella si affaccia alla sua Tara, alla fine, e si congeda dal pubblico infondendogli fiducia nell’attesa di un ritorno al passato, non è che ci si commuova perché siamo dalla sua parte, ma perché è una povera illusa. C’è qualcosa di drammatico e di doloroso nell’assistere a un inesorabile processo di decadenza, quantunque giusta e inevitabile che sia. Andrebbe detto anche questo di Via col vento: che tutti i suoi personaggi sono degli sconfitti, che tutto ciò in cui credono gli crolla addosso sotto i colpi di cannone. Loro potranno anche continuare a sperare, ma noi sappiamo che la Storia gli ha riservato dell’altro, e il senso del dramma è che non se ne renderanno mai conto.

I personaggi di colore

Chi voglia tacciare Via col vento di razzismo, oggi, avrebbe le sue buone ragioni: è piuttosto strano che in un film di quasi quattro ore non si veda un solo schiavo infelice. Ma un’opera che sopravvive ai suoi creatori e attraversa ottant’anni per arrivare fino a noi a volte si carica anche di altri significati. Un secolo fa l’apparizione dei neri sullo schermo doveva rientrare nei margini dello stereotipo caricaturale per offrirsi al divertimento del grosso pubblico. Nei decenni scorsi, Mammy doveva essere un personaggio comico risibile per il suo buffo accento. Probabilmente, a ben pochi è venuto in mente che Mammy, oggi – al di là della sua parlata e delle sue smorfie – è un personaggio per cui tifare perché sa sempre prevedere le mire egoistiche di Rossella ed è l’unica che riesca sempre ad avere la meglio su di lei. Come potrebbe, dunque, tutto questo rientrare in un banalissimo disclaimer?

I problemi della rimozione

Se John Ridley avesse proposto unicamente di arricchire il catalogo con conversazioni sulla natura complessa di quest’opera, o sulla reale condizione degli schiavi prima della guerra di secessione, allora gli avremmo dato ragione. Ma una rimozione è una rimozione, e non è mai la soluzione migliore. Suona come se dovessimo nascondere qualcosa in cantina e fare finta che non ci sia. Come potremmo, allora, affrancarci dal nostro passato semplicemente ignorandolo? E quale sarebbe il senso di questa espunzione? Sapete, Via col vento non è l’unico caposaldo del cinema a essere controverso. In molti dimenticano, per esempio, che il personaggio di Mickey Rooney in Colazione da Tiffany è una rappresentazione poco edificante di un asiatico stereotipato. E che dire dei riferimenti razzisti e culturalmente superati che popolano i classici Disney, da Aladdin a Peter Pan, a Dumbo, a Il libro della giungla? Per non parlare di Woody Allen e Roman Polanski: cosa dovremmo farne di tutti i loro film?

Mickey Rooney in Colazione da Tiffany

Cosa ne faremo di tutto il cinema?

Se avessi dei figli, non mi preoccuperei di tutelarli da Via col vento, e francamente non vorrei che un disclaimer ne scoraggiasse la visione. Mi augurerei, piuttosto, che avessero tanto senso critico da riconoscere cosa si nasconde dietro al ritratto edulcorato di una civiltà che non è mai stata realmente così benevola e tollerante. E che sappiano emozionarsi di fronte a Audrey Hepburn che canta Moon River. E che capiscano che non tutti gli italoamericani sono mafiosi, e non tutti i malati mentali sono come gli assassini di Psyco e Il silenzio degli innocenti. Ma forse mi sbaglio. Forse è giusto rimuovere Via col vento, non importa per quanto. Magari è l’unico modo per proteggerci. E magari dovremmo fare a meno anche dei film di Elia Kazan. E al bando anche Argo e West Side Story. Bruciate i film con John Wayne. Basta sognare con Indiana Jones. Dimentichiamoci di Avatar. E non parlateci più di Kevin Spacey. Via, tutto sotto al tappeto, lasciateci solo le opere in linea con la morale dei giorni nostri. Almeno finché non sarà soppiantata, e allora potremmo fare a meno anche di queste.

Andrea Vitale


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Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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