Racconto: The hell that Jack built – Alessandro Ceccherini

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Céline è stato creato da Dio per dare scandalo…
Mai la miseria è stata pressante, efficiente,
mai sapientemente omicida e necessaria come nel nostro secolo,
 e mai è stata misconosciuta fino a questo punto.

Bernanos su Viaggio al termine della notte.

Da ogni parte esplodono clangori intermittenti eppure senza interruzioni, un unico, ubiquo battere d’acciaio su acciaio. Virgilio sembra inquieto. «Che succede?» gli domando.

«È passato troppo tempo».

«Da cosa?»

«Da quando sono sceso quaggiù, sul fondo».

«È cambiato molto?»

«Di tutto questo, non c’era niente», mi informa indicando l’infinito reticolato metallico che abbiamo osservato dall’alto e che adesso ci appare come un oceano di gabbie incastonate nel ghiaccio su cui posiamo i piedi. Virgilio si china per toccarlo. «È caldo», constata rabbuiandosi.

Lo imito. È vero, il ghiaccio è tiepido al tatto. «Perché?»

«Come in alto, così in basso. Ogni umanità ha il suo inferno più profondo. Di questi stravolgimenti, però, non so dire», confessa alzandosi e spaziando sul panorama straziato che ci attende a una ventina di metri, poi si mette in marcia.

Fisso un‘ultima volta la profondità ciclopica del blu oltremare che fluttua al di sotto del cristallo che ci fa da piano, il fondamento equoreo e inconoscibile di questo mondo d’agonia. Mi alzo. Ci avviciniamo. Le gabbie sono alte tutte circa mezzo metro. Ognuna imprigiona un’anima. Piego un po’ le ginocchia e le vedo lunghe, schiacciate a terra, arrese. «Perché?» domando sgomento. «Chi sono? Cos’hanno fatto?»

«L’ultima epoca, il flagello della responsabilità indiretta. Non si è salvato quasi nessuno. Non provare neanche a chieder loro, non risponderanno. Non sanno».

Seguo la mia guida e arriviamo a ridosso del tormento, un ammasso di sbarre piegate in prigioni dalla pianta quadrata di due metri di lato. Dalla cima del pozzo non si riusciva a distinguere il modo in cui sono ordinate, erano troppo lontane, ma adesso vedo che sono piazzate secondo una logica che non comprendo, posizionate ognuna con un angolo diverso; creano passaggi obliqui, contorte geometrie di spazi vuoti. Mi abbasso su un ginocchio. C’è un uomo disteso a pancia sotto, immobile, nudo e sudaticcio; respira piano, come per non farsi sentire. Intravedo un occhio sgranato sul profilo del volto. Mi muovo per vedere meglio. Si accorge di me, struscia fino a schiacciare la schiena sulle sbarre più lontane e atteggia il viso in un’espressione di indicibile sbigottimento. Ha gli occhi spalancati, simili a biglie di vetro opaco. Apre la bocca tirando in avanti la mascella ed emette un verso cupo e disorientato, una specie di muggito che mi fa rabbrividire, e subito gli altri intorno a lui emettono lo stesso mmm-mmm sincopato e terribile. Mi alzo, chiedo spiegazioni a Virgilio, che non risponde. Sta guardando una delle costruzioni che mi accorgo solo ora emergere in mezzo a quella specie di mostruoso allevamento, un vecchio macchinario industriale, un residuato dell’epoca del vapore. Ce ne sono altri, sette in tutto, fossili rugginosi da cui sembra originare un rumore malinconico come di lamiere scosse nel vento. Sento delle urla animali alla mia destra. Mi volto. Un demone che indossa una tunica rossa è chino su una delle gabbie e attraverso le sbarre infierisce furiosamente sull’anima imprigionata. Con uno scatto si alza, afferra la struttura con entrambe le mani, la sradica dal ghiaccio e la innalza sulla testa come un trofeo di caccia. Il prigioniero è annodato alle sbarre e ha il costato e le braccia pieni di tagli e fori, e piange sconcertato come un infante a cui venga fatto del male senza che possa capire il perché. Il demone fa alcuni passi e si ferma, varia di pochi gradi l’inclinazione con cui tiene sollevato il parallelepipedo e lo ripianta giù con uno stridio che mi fa schiacciare i palmi delle mani sulle orecchie e serrare forte le mascelle. Estasiato, scruta attorno, impugna un compasso lordo di sangue, è raggiante. Si accorge di noi, ci fissa, strizza gli occhi. «Verge, sei proprio tu, vecchio sofista?» urla.

«Attento ora», mi mette in guardia Virgilio mentre il demone si avvicina, «questo è uno degli arconti infernali».

Sotto la porpora del cappuccio il demone ha il volto di un uomo. Apre la bocca tagliata orizzontalmente come uno squarcio sulla faccia, stira le guance esangui sotto gli zigomi alti e appuntiti: dovrebbe essere un sorriso, ma qualcosa discorda: gli occhi, laghi piccoli e neri che si intravedono appena sotto le tenebre montuose delle arcate oculari. «Verge», dice rivolto confidenzialmente alla mia guida, «la mia nevrosi è scomparsa, sai».

Virgilio annuisce stanco. «Cadi sempre in piedi, Jack. Ma la tua nevrosi era scomparsa prima che tu facessi quel tuffo olimpionico, qui non è ammesso il divenire».

Jack scatta il collo come un rettile per squadrarmi. «Chi è questo che porti con te?»

I polmoni mi gelano.

«Egli è un vivente, come lo eri tu. È qui perché in lui sta inscritto il destino del profeta».

«I profeti stanno poco più su, tra i fraudolenti».

«Dove aspettavano anche te», gli suggerisce Virgilio.

«Il mio destino era un altro, direi se credessi al destino».

«Ma tu credi solo in te. Non lo trovi un po’ miserabile, Jack?»

«Ti sbagli, Verge. Io credo solo nella verità».

«Qual è la verità?» domando sciogliendo finalmente la gola.

Jack apre le braccia e si volta. «Non la vedi? Eccola», risponde inchinandosi al panorama annientato. «La verità è nella materia, nel materiale. I vermi perniciosi che strisciano qui sotto hanno creduto che fosse conciliante. Evidentemente avevano torto».

«Perché vengono torturati così?» domando ancora.

Jack si prende il mento tra le dita. «Vuoi sapere tutto, ti capisco. Conosco una storia che potrebbe essere chiarificatrice in questo senso».

«Fai attenzione, Jack nutre una malsana passione per la propria voce», mi informa Virgilio.

Jack mi guarda: i suoi occhi sono lo specchio di niente, nascondono tutto. «C’è un regno lontano, nel nord dell’Europa, facciamo Inghilterra, e questo regno è colpito da una tremenda epidemia che ha ucciso quasi tutti gli animali e risparmiato quella vecchia erbaccia infestante che è l’uomo. Il re ha un figlio di pochi anni ed è convinto che per farlo venire su sano e forte egli debba mangiare quotidianamente un paio di sostanziose porzioni di carne, così cerca nei regni vicini, ma anche lì la stessa epidemia ha cancellato bistecche e costolette. Ma il principe deve essere nutrito, e allora si ricorre all’unica carne in circolazione, quella degli uomini rastrellati nottetempo nelle campagne e incatenati nelle segrete. I macellai tagliano via la loro carne fresca e li medicano per mantenerli vivi il più a lungo possibile, il re ci sfama l’intera corte. Nelle campagne la stessa fame ha diffuso la medesima soluzione alimentare, le persone scompaiono di continuo, soprattutto i bambini, e la vita procede nel terrore generico di un incubo. Passa qualche anno, gli animali ricompaiono. Tutti tornano a nutrirsi di loro coi cuori alleggeriti, ché a nessuno frega un cazzo di macellare e divorare le bestie. Cioè, a ben vedere frega quanto mangiarsi gli uomini, ma le bestie non comportano l’interrogativo morale, insomma si può fare e si fa a cuor leggero e con stomaco possibilmente pieno. A quel punto al piccolo viene cucinata carne di cinghiale, di anatra, di vitello, di ogni animale della terra e dell’aria, ma nessuna gli piace quanto quella cui è stato abituato. Allora il re ordina che il figlio, ormai adolescente, continui a essere saziato con la dieta usata finora, spacciandola però per carne di maiale. Un giorno il principe, in preda alla fame, prova a uccidere un maiale, ma non ce la fa, prova pena, così paga un uomo perché lo sgozzi e lo cucini per lui, e allora scopre con sconcerto che il sapore non è affatto lo stesso che da sempre gli delizia il palato. Va dal padre e pretende di sapere quale sia la carne di cui si è nutrito finora. Il re si fa forza, gli risponde che ormai è un uomo e la verità non deve fargli paura, quindi gli confessa che gli ha fatto mangiare per tutto quel tempo la carne dei fedeli popolani: è per questo che sei grande e forte, gli dice. Il figlio ci pensa un po’ su, poi guarda il padre ed esclama… sai cosa esclama?»

«No».

«Esportiamola, faremo i veri soldi!» Mi fissa come per studiarmi, poi scoppia a ridere di colpo e di colpo si calma. «Hai capito il senso?»

«Credo di sì, deve avere a che fare col concetto di colpa indiretta cui accennava la mia guida», rispondo cercando un appoggio in Virgilio. Ma egli fissa in lontananza, sussurra qualcosa tra sé.

Jack fa un passo in avanti. «Voi umani, con la vostra empatia selettiva, capite solo se si parla di altri uomini, o forse no, forse solo di uomini che conoscete. Anzi no, di uomini che conoscete e amate, ovvero di cui avete bisogno».

Mi sta fissando ma la sua aria è più che inespressiva, in quegli occhi simili a pozze di catrame c’è solo la morte oltre la notte. Provo un terrore afasico. Ce la faccio a chiamare Virgilio. Non risponde. Non riesco a togliere gli occhi da quelli di Jack. «Chi sei?» domando mentre faccio un passo indietro.

Lui ne fa uno in avanti. «Sono stato un ingegnere. Avrei voluto essere un architetto. Sono un artista. Questa che vedi è la mia opera. La legge degli uomini non la riguarda perché essa la precede e la fonda. L’unica cosa che la riguarda è la verità».

«Qual è la verità?»

«Ti ho già risposto. Per fare il profeta devi allenare un po’ meglio la memoria, altrimenti ti toccherà inventare tutto di sana pianta».

«Chi sei?»

Jack fa un altro passo verso di me. Non riesco a muovermi. Mi sovrasta e nei suoi occhi vedo accendersi una luce fioca, lontana, che si fa sempre più grande e mi attrae come se fossi in bilico su un orizzonte degli eventi. «Mie sono le orbite vuote scavate nei tronchi delle querce». Ha parlato senza aprire la feritoia. «Mie le radici che trasmettono il segnale elettrico, miei gli atomi della terra che si aprono alla verità del nulla lasciando filtrare il segnale fin quaggiù, nel cuore congelato di questo geoide roccioso. Mio è il desiderio di un ultimo battito che disperda ogni cosa fino ai limiti dell’infinto, e il silenzio che viene dopo e che viene prima, là dove non esistono divisioni. Voi siete i maestri della mistificazione, io sono la vostra guida verso la luce nera». Intorno al centro invisibile delle orbite la materia oscura vortica in un gorgo. «E tu, profeta. Hai la forza per la verità?»

Alessandro Ceccherini


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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