Racconto: Superman – Roberto Ballardini

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«Lois era davvero così bella, l’altra sera?»
«Non era bella, Jimmy. Era uno schianto
«Me la descriva, la prego.»

No, io prego. Prego che la cantante, laggiù, la smetta con Billie Holiday. Vuole forse vedermi morto? Non lo sa che era la preferita di Lois? Non lo sa che Lois mi ha piantato? Non lo sa che è uscita con Lex indossando il vestito verde che odiavo (io odio il verde) ma che le stava d’incanto sopra le gambe abbronzate e lucenti come il rame, le braccia e la vita sottili da silfide, il collo lungo e flessuoso, la schiena liscia come un’autostrada fino al…

«Si sente bene?»
«Sì, Jimmy, tutto bene.»

E poi prego che Jimmy se ne stia un po’ zitto, che la pianti di guardarmi con quegli occhi adoranti, incorniciati di lentiggini, riccioli biondi e gioventù sprecata. Con quel suo patetico pullover a scacchi che dice a tutte le donne presenti nel locale: eccomi, sono qua, sono pronto ad amare la prima disposta a farmi una carezza. Come un cagnolino, come un fottuto orfano. Cazzo, non funziona così, Jimmy. Ama te stesso, santiddio.

«Le donne non ti ameranno mai se prima non ami te stesso» do voce inavvertitamente ai miei pensieri, guardando la cantante, nel suo vestito nero.
«Ma io amo me stesso» protesta il ragazzo, dando per scontato che mi riferissi a lui.
«Non abbastanza, Jimmy. Non con quel pullover.»

Io e Jimmy siamo venuti a Scarborough, nel Maine, per un servizio sulla recente tempesta che ha causato alla cittadina non pochi problemi. In qualità di caporedattore esco raramente dal giornale, ma avevo bisogno di aria nuova e ho un buon ricordo di questa città in cui da ragazzo, con i miei genitori, facevamo visita a certi lontani parenti. Ricordo i promontori affacciati sul mare, una natura che mi lasciava senza fiato per i suoi chiaroscuri violenti e l’aria tersa e distillata del dopo burrasca, persino difficile da respirare, se non c’eri abituato.

Jimmy è il miglior fotografo del giornale e l’ho voluto con me. Lui è contento, nutre nei miei confronti una vera e propria venerazione. È la prima serata del nostro viaggio, e ci siamo sistemati nel bar dell’albergo. Sulla locandina appesa nella hall c’è scritto che Francine, la cantante, è stata una delle vocalist preferite da Elton John ma, ora che si esibisce, sembra che il vero e unico amore della sua vita sia il jazz.

«Se non vuole parlare di Lois, fa lo stesso» dice Jimmy, rispettoso del mio silenzio.
«Sì, fa lo stesso.»

In realtà, io vorrei parlarne. Non con Jimmy, certo, ma ho bisogno di sfogarmi. Di buttare fuori tutta la rabbia.

Come ha potuto? Mettere il vestito verde e uscire proprio con lui, con lui che neanche la voleva e l’ha sedotta soltanto per fare un dispetto a me. Non ha nemmeno i capelli, cazzo, nemmeno uno. La sua testa è lucida come un glande nei suoi momenti di gloria. E poi è malvagio, possibile che non se ne sia accorta? È stato forse il fascino della crudeltà? La noia del fare sempre il proprio dovere?

Alzo il bicchiere, con la classe che mi ha insegnato Lois, e il cameriere mi serve all’istante un altro scotch. La prontezza con la quale di solito vengo accontentato è sintomatica di quanto io sia in genere stimato, ammirato, invidiato. Sono un gran bel pezzo d’uomo, dopotutto. Ho facoltà decisamente fuori dal comune e un successo, in questa società, che non ha mai conosciuto battute d’arresto. Uomini e donne mi desiderano come amico, socio, amante, marito, collega, consulente.

 Sono sicuro di aver fatto colpo sulla cantante, così come lei lo ha fatto su di me. Quando si concede una pausa e siede al banco del bar, circondata da un paio di idioti, i nostri sguardi si incrociano con simulata indifferenza, nello specchio. Come satelliti in orbite reciproche passano oltre, completano la rivoluzione l’uno intorno all’altro, si ritrovano.

«Jimmy, scusami, ora devo andare.»
«Sì, certo, io vado in camera e comincio a lavorare sull’articolo.»
«Bravo. Fammelo leggere, quando hai finito. Controlliamo che sia tutto a posto e lo mandiamo al giornale.»

Lo farà lui, in realtà. Jimmy sa che sto di merda e farebbe qualsiasi cosa per me, anche il mio lavoro.

«Sì, certo. Vuole abbordare quella donna laggiù, vero?»
«Volevi farlo tu?»
«Oh nooo» nega ridendo, come se avessi detto un’assurdità.

In piedi, con il soprabito sul braccio, in procinto di allontanarmi, mi fermo e lo osservo per qualche secondo. Lui si imbarazza.

Io non rido mai, ho smesso di farlo parecchio tempo addietro e ora credo di essermi dimenticato come si fa. Una volta mi dannavo per fare tutto quello che le persone si aspettavano da me, ma ora mi sono stancato. Se dai un dito si prendono il braccio, cazzo. Più ti prodighi per accontentare il prossimo, e più quello diventa esigente. Ora me ne sto decisamente più sulle mie e così facendo metto in soggezione la gente, ne sono consapevole. Spesso la cosa torna a mio vantaggio, ma con Jimmy vorrei… Non lo so, credo di essermi affezionato al ragazzo, dopotutto.

«Jimmy…»
«Sì?»
«Smettila di farti le seghe.»
«Io non…»
«E lascia perdere l’articolo» dico sfilando dal portafoglio un paio di banconote e posandole sul tavolo. «Ubriacati. Qui, in camera, sulla spiaggia, da solo o in compagnia. Come e dove ti pare. ‘Fanculo il dovere, questa sera. Ok?»

Jimmy mi guarda perplesso. Ci penserà su tutta la notte, probabilmente, e domattina mi restituirà i soldi, fiero di se stesso. Sorrido e allungo una mano per scompigliare quei suoi ridicoli riccioli biondi.

Francine ha un corpo stupendo, malgrado beva un sacco. Seduto vicino alla finestra, la ammiro allungata fra le lenzuola, il vestito nero sul pavimento. Sembra una pantera nuda.

Una pantera rosa, direbbe Jimmy, che fa sempre battute del cazzo.

Immagino che i prossimi due giorni saranno perfetti, poi Francine comincerà a raccontarmi i suoi casini. Dovresti frequentarli soltanto per un giorno, diceva Lex. Un giorno ciascuno per avere il meglio di ognuno. Be’, se devo essere sincero, io amo quei casini. Eppure qualcosa me lo sono perso, in quest’alba cauterizzata dalle tempeste, e non so come fare per riaverlo. C’è una forza in me che mi sta distruggendo.

Lascio la camera in punta di piedi, percorro il lungo corridoio ed esco da una porta di servizio, nella luce del crepuscolo. Attraverso il parcheggio sopraelevato, e scendo la scala metallica per raggiungere la fascia di vegetazione che separa l’hotel dal mare.

Lungo un sentiero di terra battuta, mi inoltro nella spianata verde e azzurra, contrappuntata di nero. Costeggio uno steccato di legno spaccato e sbiancato dalla salsedine. Mi inerpico su un promontorio erboso punteggiato di rocce come meteoriti piovuti dallo spazio profondo, incarniti nel territorio, butterati di muffe e lumache. Se alzo gli occhi sul pendio di fronte a me, lo sguardo prende l’abbrivio per lanciarsi verso il cielo che pare di ghiaccio, e crea un contrasto netto con la china scura. Sparse sulle alture intorno, villette bianche dal tetto di ardesia mi osservano attraverso le orbite spente delle finestre. Il vento tagliente anima la distesa d’erba e ne solleva un mormorio cupo. Come un brivido, quel suono corre in avanti verso la cima del promontorio per scavalcarla e disperdersi al di là, dove le nuvole maestose fuoriescono dal nulla e avanzano a banchi.

Mancano poche decine di metri e l’odore salmastro della brezza mi dà una sensazione inebriante spingendomi a percorrerli con una rinnovata energia. Quando mi affaccio sul ciglio dell’altura a precipizio sul mare, il vento e l’immensità mi tolgono il fiato e sono costretto a mettermi in ginocchio per non perdere l’equilibrio e precipitare di sotto, dove le onde arrivano e si infrangono contro gli scogli, con ferocia.

Per come mi sento, potrei buttarmi e lasciarmi andare a corpo morto fin quasi all’impatto, poi spiccare il volo e sfrecciare nel cielo, sfondare le nuvole, mandarle in pezzi come tanti fiocchi di cotone. Vincere sulla noia, vincere sui tradimenti, vincere sull’amore che ci rende perdenti.

Ma non ho voglia di vincere.

Io e Jimmy siamo in procinto di levare le tende, quando il fronte della nuova perturbazione si organizza a qualche centinaio di chilometri, puntando risoluto verso di noi. Sto facendo colazione nella saletta dalle pareti vetrate, nel momento in cui il mio telefono segnala la prima allerta meteo. Jimmy attraversa la stanza, trafelato. Non c’è nessun altro, oltre a noi due.

«I voli sono bloccati fino a domani» annuncia, ansioso.
Io chiudo il giornale con calma e guardo l’orizzonte, ancora limpido per il momento. «Vedi di darti una calmata, ragazzo. Hai chiamato Frank, al giornale?»
«Secondo lui siamo al sicuro, la tempesta si abbatterà questa notte su Portsmouth. Quando arriverà qui si sarà già sgonfiata.»
«Ok. Nessun problema, allora. A parte ammazzare il tempo fino a domani.»
Jimmy annuisce. «Vado a ordinare la colazione.»
Nessun problema, ripeto tra me e me. Forse è proprio questo il problema.

Io e Jimmy ci chiudiamo in camera e giochiamo a carte fino a pomeriggio inoltrato, quando arriva la chiamata sul mio cellulare. Guardo il display, il suo nome mi blocca la respirazione. Rispondo, in apnea. L’ansia nella sua voce mette in agitazione anche me. La linea è disturbata. Scariche e rumori di fondo si portano via buona parte delle parole, ma quelle che restano sono sufficienti.

«Sto venendo da te… sono a Portsmouth… strade bloccate… la tempesta…»
Non ho bisogno di sentire altro per prendere la giacca, il soprabito e precipitarmi alla porta.
«Dove sta andando?» chiede Jimmy, spaventato.
«A Portsmouth. Lois è laggiù, in mezzo alla tempesta.»
«Non ci arriverà mai. È troppo pericoloso.»
«Ci arriverò, fidati.»

Il ragazzo rimane a guardarmi, seduto sul letto. Sbalordito. Io mi fermo sulla soglia, mi volto.
«Lois è tutto il mio mondo, Jimmy, e non posso amarlo se non amo prima lei.»
Fuori la tempesta è ancora lontana, eppure si sente nell’aria. Gonfio il petto e le vado incontro.

Roberto Ballardini


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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