Racconto: La procedura – Giulia Compagni

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Il ponte si raggiungeva attraversando un piccolo bosco, una foresta suburbana, nata dopo l’inaugurazione della superstrada che aveva reso obsoleta quell’entrata in città.

Gli alberi crescevano nodosi e fitti. Pareva che il ponte si fosse offeso e avesse deciso di nascondersi sotto una coperta di foglie verde scuro.

Ciò nonostante, quel luogo era ancora molto conosciuto, questo per via di una leggenda. Si diceva che le anime sfortunate vi si recassero per congedarsi dalla vita. Partivano con una pietra legata alla caviglia, superavano l’intrico di rovi e biancospini e poi si buttavano nel fiume con un soffocato blup.

 

Orazio era uno sfortunato, un infelice o perlomeno si riteneva tale per l’umana convinzione di essere alla mercé di un fato vendicativo e avverso, peggiore di quello riservato a chiunque altro.

Si sentiva vittima incompresa della sua stessa sensibilità, troppo elevata per il suo bene. Un fragile fiocco di neve tra granelli di sabbia.

Da parecchi mesi ormai pensava di andare al ponte e finalmente si era deciso. Oltrepassò la foresta a fatica, superare gli alberi con una pietra in mano e la morte sul cuore non fu facile.

 

Continuava a urtare dei rami, spezzandoli.

Crick, crack.

Il terreno bagnato e molliccio teneva il conto di ogni suo passo.

Splip, splap.

 

Raggiunta la fine del sentiero si guardò indietro ammirando desolato la moria di fusti che si era lasciato alle spalle, piegati e spezzati come soldati feriti sul campo di battaglia.

“Gli alberi non provano dolore”, pensò per rallegrarsi.

Avanzò ancora di qualche metro a testa bassa, ma dovette fermarsi davanti a un blocco quadrato di plastica bianca. Una donna mezzo nascosta dal bancone lo scrutò sollevando un sopracciglio.

«Desidera?».

«Ehm… io vorrei salire sul ponte».

«Documenti, prego» rispose Paola, così diceva la targhetta pinzata sulla sua camicia.

 

Orazio poggiò sul bancone la pietra che si era scelto come ultima compagna di vita.

Tonf.

 

«Documenti? Quali?» borbottò confuso.

Perché c’era una receptionist su un ponte abbandonato? Si alzò sulla punta dei piedi per darsi un’occhiata intorno e notò che il bancone bloccava l’accesso a una specie di sala d’attesa. Vide due persone sedute da un lato, mentre un altro ragazzo era pronto a saltare dall’altro.

«Per buttarsi bisogna presentare i documenti, carta d’identità, tessera sanitaria e dichiarazione sostitutiva di certificazione di esistenza in vita». Paola, che parlava a raffica per evitare di essere interrotta, scosse Orazio.

«È la procedura. Capisce anche lei che per morire bisogna prima dimostrare di essere vivi. Questi documenti li rilasciano solo a Roma». Orazio si sentì soffocare sotto quella valanga di parole vuote.

«A Roma? E chi li rilascia?».

«Il Ministero della Salute, ovviamente».

«Non ci posso credere!». Batté entrambe le mani sulla plastica per resistere alla tentazione di strapparsi i capelli.

Sbam!

«È mai possibile che in Italia si debba fare la fila anche per morire?».

Paola sbuffò e roteò gli occhi al cielo “sempre a me devono capitare gli scocciatori” mugugnò fra i denti per non farsi sentire dall’ennesimo avventore disinformato.

«Guardi, le regole non le faccio io. Da questo ponte si buttano così tante persone che lo Stato ha deciso di regolamentarlo». Estrasse un fascicolo di moduli e lo fece scorrere sul bancone. «Bisogna mandare la richiesta al Comune di provenienza che la farà approvare dal Ministero, altrimenti non ci si ammazza» aggiunse, con la cantilena di chi ha già ripetuto le stesse parole troppe volte.

Orazio s’infervorò.

«E se mi buttassi e basta?».

«Verrebbe considerato l’assassino di sé stesso e di sicuro ci saranno delle sanzioni amministrative, per non parlare del fatto che sarà perseguibile legalmente».

«Ma sarò morto!».

Strillò lui con voce acuta, sintomo di un imminente attacco di panico.

Paola fece spallucce.

«Eh, che posso farci? Io faccio quello che mi dicono, sono solo un’impiegata! Prenda questo e lo porti in comune. Se è fortunato la prossima settimana è pronto per buttarsi».

 

 

Crick, crack.

Splip, splap.

Tonf.

 

«Una settimana un corno! Sono due mesi che aspetto i suoi dannati documenti! A forza di aprire la cassetta e piegare la testa mi è venuto un tic nervoso!» inveì l’aspirante morto allungando il certificato a Paola con un movimento involontario della spalla.

«Adesso posso morire?».

Si accasciò sul bancone. Era stanco di sentire parlare di documenti, stanco per via della salita fino al ponte e soprattutto stanco di vivere.

«Sì, sì solo un momento» rispose lei controllando il documento in controluce.

Ci mise tutto il tempo necessario e anche un po’ di più.

«Dovrebbe andare, direi di sì. Ora dobbiamo controllare la pietra».

«La pietra? Cos’ha la pietra?».

Domandò Orazio indicandola con le mani graffiate dalle spine dei rovi.

«Ma scusi eh!, Anche lei!». Paola soffocò malamente un risolino «Non si vorrà mica buttare con una roccia la cui composizione potrebbe andare a ledere il micro ecosistema del fiume! Legga qui sulla brochure: pagina 5, sottoparagrafo 3.7».

Cominciò a leggere direttamente dal fascicoletto «La pietra deve essere almeno all’87% arenaria ed è tassativo che non superi i 45 cm di diametro. Oltretutto deve essere approvata dall’ENPA. Il timbro dell’associazione deve, infatti, essere ben in vista sul lato superiore».

Orazio si massaggiò le tempie e digrignò i denti.

«Quindi sono venuto fin qua con un sasso legato a una gamba per sentirmi dire che non è a norma?».

«Eh, veda lei. La proced-».

«Ok va bene! La procedura ho capito!». Dovette svuotare i suoi polmoni dall’esasperazione prima di poter continuare a parlare.

«Dove trovo l’arenaria?».

«È semplicissimo, davvero. Deve comprare una pietra in uno di questi negozi approvati dallo Stato, le rilasceranno un modulo che una volta compilato dovrà spedire all’ENPA assieme alla roccia. Dopodiché loro, fatti i test, le rispediranno tutto indietro».

«Ma questo perché?».

«Non lo so, io faccio solo quello che mi dicono. Le ho già spiegato che sono un’impiegata. Ci vediamo tra qualche settimana!» Paola lo salutò gioviale, mentre Orazio se ne andava abbattuto.

Il suo sasso non autorizzato abbandonato a lato del sentiero.

 

Crick, crack.

Splip, splap.

Tonf.

 

«Bene, il timbro è certamente quello originale».

«Quindi posso morire?» espirò sollevato.

«Direi di sì… ah no».

«Cosa c’è adesso?».

«Eh mi dispiace, ma la corda non è in regola!».

Paola indicò il groviglio informe che teneva la roccia autorizzata dall’ENPA legata alla gamba di Orazio.

«Non mi dica».

«La corda deve essere, ovviamente, biodegradabile, ma soprattutto acquistata presso una specifica azienda italiana autorizzata. Credo che sia considerata monopolio di Stato o una cosa del genere. A pagina 22 dell’opuscolo c’è spiegato tutto».

Orazio strinse i pugni così forte da sentire le unghie bucargli i palmi delle mani.

«E perché non me l’ha detto la volta scorsa?» Domandò col respiro affannoso di chi si sta trattenendo dal commettere un delitto.

Paola si ritrasse offesa «Scusi eh! l’altra volta eravamo concentrati sulla pietra. Tutto questo non sarebbe successo se lei si fosse degnato di leggere la brochure!».

Di nuovo Orazio fece di tutto per mantenere il controllo. Serrò così forte la mascella che per un momento ebbe timore che un occhio gli schizzasse fuori dall’orbita per la pressione.

Inspirò.

«Ho già capito. C’è un altro modulo».

«Sì, ma è velocissimo. Compili questo e lo porti qui».

Copiato l’indirizzo della fabbrica di corde, il candidato suicida tornò a casa.

Anche quella sera non era morto.

 

 

Crick, crack.

Splip, splap.

Tonf.

 

La mattina era iniziata nel migliore dei modi. Il sole brillava e gli uccellini cinguettavano.

Era il giorno in cui sarebbe morto.  Ne era certo, anche perché ormai persino le sue mutande erano regolamentate dallo Stato! Nemmeno l’espressione sterile di Paola, che gli stava davanti, avrebbe potuto rovinare il suo buon umore.

Le sorrise trionfante mettendo ben in mostra la sua corda nuova.

«Bene vedo che ha tutto» lo salutò. Digitò qualche tasto sul computer e sorrise. «Allora, il prossimo posto disponibile è… il 18 settembre».

Fu un attimo.

Orazio si arrabbiò così tanto e così velocemente che il sangue prima gli crollo alle caviglie e poi gli affluì al cervello con la potenza di un geyser islandese.

«Ma siamo a febbraio!» gridò.

«Eh, cosa posso dirle, la gente vuole morire. Doveva cominciare prima a preparare i docum-».

Accecato dalla rabbia l’aspirante morto scavalcò il bancone di Paola senza farla finire. Corse sul ponte, per quanto la pietra approvata dall’ENPA lo permettesse e salì sul parapetto.

Si voltò per dare un’ultima occhiata vittoriosa all’impiegata del diavolo e lasciò cadere la roccia.

Chiuse gli occhi. Le braccia aperte, in attesa.

Sentì la brezza serale carezzargli il viso.

Sentì il cuore martellargli nel petto come a rubare più battiti possibili da questa vita ingiusta che non regala nulla.

Sentì un suono chiaro e inequivocabile.

Blup!

Sgranò gli occhi. Era ancora vivo, perchè? Perché? Ormai sarebbe dovuto essere sul fondale del fiume alla disperata ricerca di aria! Cos’era andato storto?

La corda biodegradabile monopolio di Stato oscillava quasi a salutarlo, la prese: era leggerissima.

La tirò a se fino a quando non vide il punto dove si era spezzata. Notò un’etichetta e girandosi verso Paola lesse ad alta voce.

«Made in China».

Giulia Compagni


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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