Dimenticati nel cassetto: “Ragazze di campagna” di Edna O’Brien

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L’Irlanda è un Paese strano. Una campagna umida, profumata, esemplificativa. Tutti noi – infatti – se chiudiamo gli occhi, ci immaginiamo distese di prati verdissimi divise da muriccioli bianchi e un po’ sgretolati. Pub pieni di musica e di birra. Risate. E poi chiese diroccate in cima a qualche collinetta e pecore a perdita di vista. Ma è davvero così? Perché questo fazzoletto di terra per certi versi ancora così povero e insanguinato è riuscito a nascondere le sue ferite dietro alla potenza romantica delle immagini idilliche che è in grado di evocare?

Il cielo d’Irlanda e i suoi cantastorie

Chi è stato in Irlanda, sa benissimo che le giornate di sole si contano sulla punta delle dita. Che le distese di prati sono per lo più uguali a quelle degli altri Paesi. Che di pub, risate e gente se ne incontrano pochi, se non nelle città più abitate. Solitudine, pioggia, alcol, patate e lavoro. Solo le pecore resistono. Eppure, c’è qualcosa di unico, nel nostro immaginario a suo riguardo. Forse è merito di Yeats, Joyce, Wilde, Beckett, Shaw. Ma forse è merito anche di Edna O’Brien.

Ragazza di campagna

Ragazze di campagna è un libro autobiografico, nel quale le due giovani protagoniste – seppur in modo diverso – cercano di rivendicare il proprio diritto di vivere liberamente. Pubblicato nel 1960, suscitò – e sinceramente oggi è piuttosto difficile crederlo – violente polemiche per la spontaneità con la quale affrontava alcuni aspetti (considerati evidentemente troppo espliciti) della sessualità. A tal punto che fu messo al bando e addirittura bruciato sul sagrato di una chiesa. Ancora una volta, la cattolicissima Irlanda si mostrò com’era in realtà e non come la sognavamo. Cupa, chiusa, povera e terrosa. Arrugginita e nascosta dietro a un sistema di vita  rigido e moralista. E ci riporta alla mente le case magdalene, l’alcolismo come unica via di fuga dall’ordinarietà dell’esperienza, le mani piagate dalla fatica dei campi. Ma poi arriva il dono di Edna O’Brien. Che scrive di questo, ma non è solo questo.

Non è tutto oro quello che luccica

Baba e Caithleen sono due ragazze – ingenue ma vitali – cresciute in una piccola realtà di campagna che a poco a poco soffoca il loro desiderio di avventura e di evasione. Baba è la più coraggiosa, vivace, allegra. Mentre Caithleen è una sognatrice. I loro caratteri sembrano a volte troppo distanti, poco conciliabili, eppure – quando riescono finalmente ad allontanarsi dalla campagna e ad avvicinarsi al sogno della città trasferendosi in un triste collegio di suore – le due ragazze si si ritrovano costrette ad unirsi in una alleanza ancora più stretta per sopravvivere ai soprusi e alle crudeltà della nuova, ancor più soffocante vita nella quale sono finite. Espulse dal collegio, partono finalmente per Dublino, dove sperano di trovare la libertà del mondo che hanno per così tanto tempo immaginato, ma che riserverà ovviamente loro anche altre grandi sorprese, delusioni e dolori.

 

Ho aperto il cassetto perché…

Nelle pagine di Ragazze di campagna l’Irlanda è tutto questo mischiato insieme. Verde, limpida, ventosa. Sembra di sentirla, quell’aria che profuma di campo. Ogni dettaglio non è superfluo, ma serve a precisare e ad espandere l’immaginario che già ci appartiene. O’Brien scrive in modo sorprendentemente fresco, leggero. Autentico, forse – sebbene sia una parola abusata e sopravvalutata – è il termine più sincero col quale si può descrivere questo libro. Ma autentico in modo intelligente, personale, a volte ironico, a volte malinconico. Mai pretenzioso, mai inutile, mai artificioso.

Lo stile è asciutto, colloquiale ma in grado di allargarsi a tratti in descrizioni liriche e fantasiose. I personaggi non sono mai banali, pur rappresentando in qualche modo delle categorie umane. Ci vengono presentati nella loro concretezza, pieni di ingenuità e difetti, slanci e angherie, paure e sotterfugi. Le pagine scorrono dunque via in modo meraviglioso, come fossimo sospinti da una leggera brezza di campo, di quelle che annunciano la pioggia, forse, o forse il sole. Ma la semplicità di lettura non corrisponde a una stilizzazione delle tematiche, che si mostrano subito pungenti, vive, eloquenti, interessanti.

 

Tra le righe colme di sentieri di campagna, tazze di tè, vestiti della domenica, stalle, uomini violenti e ubriaconi, sogni delusi, lacrime, edera e vento, s’impone prima delicatamente e poi con grande arguzia quell’inarrestabile urgenza che O’Brien sentiva dentro di sé di raccontare agli altri che anche le donne d’Irlanda possedevano pensieri, velleità, aspirazioni, ribellioni, ma che semplicemente non avevano avuto fino ad allora la possibilità di esprimerli. E allora l’insieme di stereotipi dell’Irlanda si fanno più forti ma allo stesso tempo diventano anche la vita di tutti.

 

Se l’avete dimenticato nel cassetto, prendetelo in mano e apritelo alla prima pagina.

Anna Pietroboni


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Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato due romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014) e Le immagini ibride (A&B, 2017). Nel 2018 ha vinto il premio internazionale “Letteratura” con il racconto inedito Un segreto.

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