Poetesse italiane del Novecento: Antonia Pozzi

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[…] Io sono così serena nell’attesa di donarmi a te. Perché di te, quando nacqui, sapevo di dover essere […]

(Febbraio, 1928)

Queste sono le parole di una giovanissima Antonia Pozzi rivolte all’uomo di cui si innamorò perdutamente: Antonio Maria Cervi. Ma partiamo dall’inizio ed entriamo a gamba tesa nell’universo tormentato e struggente della poetessa. Antonia nasce a Milano il 13 febbraio del 1912. Pozzi è un cognome rinomato nell’ambiente, il padre, Roberto, era un facoltoso avvocato e la madre, una contessa discendente dello scrittore e poeta Tommaso Grossi. Antonia vive circondata dal lusso e dalle comodità, eppure, nelle sue poesie non descriverà mai gli eleganti ambienti milanesi che subordinerà ai paesaggi della sua amata Pasturo. Le parole della giovane Antonia rimandano a immagini evocative degli altissimi monti della località manzoniana; rimandano a una natura sconfinata, solitaria e contemplativa.

Un incontro che cambia la vita

È nel 1927, però, che la vita della giovane cambiò per sempre. Antonia frequentava il liceo classico milanese “Alessandro Manzoni” quando incontrò per la prima volta Antonio Maria Cervi, il suo professore di latino e greco. L’uomo affascinò immediatamente la studentessa: era appassionato, coinvolgente e amante della cultura. Ben presto il carisma innato dell’insegnante conquistò il cuore di Antonia. Nella poesia Certezza ricorda:

[…] Per te annodavo il mio grembiule rosso […]

E ancora in Non so:

 […] Io penso che il tuo modo di sorridere
       è  più dolce del sole […]

La sedicenne Pozzi si innamorò di Cervi che a sua volta la corrispose nonostante avessero circa quindici anni di differenza. La loro storia d’amore fu intensa ma tragica e tormentata poiché la famiglia di lei era assolutamente contraria alla loro relazione. Antonia era innamoratissima e iniziò a scrivere diverse lettere d’amore, un profluvio di dolcissime parole rivolte unicamente al professore: il suo Antonello (così soleva chiamarlo nelle lettere più appassionate).

Amore e poesia

Il loro amore che nella quotidianità era inesorabilmente ostacolato è, invece, libero di esprimersi senza remore nei versi delle poesie firmate dalla Pozzi, attraverso un linguaggio ermetico, evocativo e sempre caratterizzato da una struggenza dolce ed amara. Leggiamo Lieve offerta:

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia –
Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre –
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago –
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda –
Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco –
sulle oscure voragini
della terra.

La Pozzi adotta parole delicate per descrivere quel sentimento che la faceva sentire più viva che mai. Sullo sfondo si affacciano immagini di una natura a tratti fiabesca, un locus amoenus dalle tinte bucoliche. Antonia immaginava una vita con il suo giovane professore e la speranza di costruire con lui un futuro. Antonio è per lei una promessa:

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

Il tragico epilogo

Tuttavia, le minacce della famiglia, soprattutto del padre, continuavano con ostinazione a gettare un’ombra ottenebrante sulla felicità dei due innamorati che sembrava essere condannata ad essere recisa e disfatta per sempre. Il tormento accompagnò costantemente il legame della Pozzi con Antonio e per quanto nella poesia la loro unione poteva saldarsi, era, nella realtà, sull’orlo di un precipizio.

Nel 1933 Antonio chiese il trasferimento a Roma. Lo fece di sua spontanea volontà o lo fece perché minacciato dal signor Pozzi? Nessuno potrà rispondere a questa domanda. Una cosa era certa: Antonia vide sfuggirgli via l’amore della sua vita. In lui vide dissolversi tutto ciò che poteva essere e che non sarebbe stato. Lui rappresentava la vita sognata che non avrebbe mai più avuto. Una promessa infranta dalla durezza della famiglia, della vita; perché per tutti, quello, era un amore sbagliato. Il padre non ebbe riserve o rimorsi nemmeno dopo il definitivo allontanamento di Cervi: distrusse ogni traccia di lui cancellando il suo nome su ogni lettera e poesia trovate nei cassetti di Antonia. Nessuno doveva sapere che sua figlia si era macchiata di questo peccato.

Certo, la vita della giovanissima poetessa andò avanti, frequentò il mondo accademico dell’università iscrivendosi al corso di Filologia ma il tormento amoroso divenne tormento interiore che si combinò con quello turbolento che scuoteva la politica italiana del tempo all’indomani delle leggi razziali del 1938. Oltre al suo mondo vide dissolversi e infettarsi quello che la circondava. Così la disperazione di Antonia diventò una disperazione sociale che non le lasciò più scampo: una disperazione mortale. Nel 1938, all’età di 26 anni, Antonia Pozzi si toglie la vita. Il tempo delle parole finì per sempre.[1]

Valentina Grasso

[1] La produzione di Antonia Pozzi fu pubblicata postuma. Ci sono ancora molti materiali inediti.


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