Poetesse italiane del Novecento: Cristina Campo

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La rubrica Poetesse italiane del Novecento oggi ospita  Cristina Campo. È il suo vero nome? No. Dietro Cristina Campo si cela Bernardo Trevisano, Benedetto Padre d’Angelo, Puccio Quaratesi, Giusto Cabianca e ancora Federica Di Palma e Michäel. Questa elenco potrebbe creare confusione e , legittimamente, insinuare un dubbio: si tratta di un autore o di un’autrice? Esisteva? Ebbene, questa foresta, apparentemente insensata, di nomi sono riconducibili alla scrittrice, poetessa e traduttrice Vittoria Guerrini che scelse come suo “nome di penna” proprio Cristina Campo.

Gli altri nomi sono eteronimi che la Campo, più volte, ha utilizzato per i suoi scritti, come – per esempio – fece lo scrittore portoghese Fernando Pessoa.

La vita come continua ricerca

La vita della Campo, nata a Bologna nel 1923, è stata condizionata fin da subito da una malformazione cardiaca, che le causava diversi disagi e che inevitabilmente si rifletteva nella sua personalità. La sua produzione è stata caratterizzata da una continua ricerca della perfezione che man mano è diventata una perfezione dai connotati spirituali; mirava molto in alto e questo le procurava al contempo felicità e tristezza. La Guerrini era “un’asceta”, rifuggiva dalla “corona d’alloro” e dalla fama e, chiusa in se stessa, leggeva tantissimo, dalla Divina Commedia agli autori stranieri come Virginia Woolf (della quale tradusse diverse opere).

L’amore e la precarietà del tempo

La sua concezione amorosa progressivamente si distanziò da una dimensione terrena per raggiungere vertici quasi stilnovistici, spirituali; concepì l’amore come qualcosa di sacro. Leggiamo Amore, oggi il tuo nome tratta dalla raccolta di undici componimenti Passo d’addio edita presso Scheiwiller nel 1956:

Amore, oggi il tuo nome
Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…

ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –

ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

L’amore è dolcemente colpito dalla precarietà, come se fosse qualcosa di effimero: che ti tocca ma che irrimediabilmente sfugge.

La fuga di amore crea sbigottimento e una paura sinistra, come quando scendendo una rampa di scale ci sfugge un gradino. Il gradino sfuggito altro non è che l’impossibilità di fissare le cose e il tempo. Tutto sfugge perché tutto è immerso nel flusso attivo della vita. La Campo prova paura dinanzi all’impermanenza delle forme ed è alla continua ricerca di un modo per fissare e consolidare la materia in modo che non di disperda nell’acqua della vita (v.4).

Con forme e materia la Campo non intende proporre l’amore, o ancora meglio, l’essenza della vita, come qualcosa di “materiale”, di oggettivo, palpabile e immobile. Il suo voler consolidare le forme risponde a una ricerca della perfezione e a una ricerca dell’immortalità delle cose: dunque consolidare vuol dire farsi immortale e vincere il tempo.

Un continuo ricominciamento

La sfida che la Guerrini lancia a se stessa è ardua e i risultati non sono quelli sperati. È nella natura stessa delle cose l’inevitabilità di un ciclo, un rinnovamento e un continuo rincominciamento. Ed è proprio in questo “ricominciare” che l’autrice trova il segreto per non aver più timore della precarietà. Quando si scende una rampa di scale l’uomo deve girarsi indietro e risalirla nuovamente. Nel farlo ritroverà ogni volta sempre qualcosa che in realtà non ha perduto.

Non bisogna aver paura del tempo, di quel “gradino sfuggito”, perché nel continuo rinnovarsi dei giorni tocca all’uomo riuscire ad estrapolare dalla sua forza dispersiva quelle forme che in realtà restano immortali e che vanno oltre il senso terreno. La Campo approfondirà sempre di più questa ricerca che diviene una ricerca spirituale, ma al tempo stesso controcorrente che la porterà a mettere in discussione il cristianesimo stesso.

Cristina Campo alias Vittoria Guerrini  morirà 1977  a Roma. All’autrice si deve il merito di un’iniziativa che non poteva di certo sfuggire a Poetesse italiane del Novecento, ossia quello di aver ideato un’antologia che racchiudeva i componimenti di ben ottanta scrittrici. Il Libro delle ottanta poetesse , tuttavia, non fu mai pubblicato.

Valentina Grasso


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