Cosa fartene dei teen drama quando sei pericolosamente vicino ai trenta

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Qualche mese fa una nota piattaforma di video on demand ha arricchito la sua videoteca dell’intera collezione di Dawson’s Creek. Il sottoscritto ha salutato l’evento con un rigurgito di nostalgia e soddisfazione: la prima perché inevitabilmente ogni volta che legge o sente pronunciare le parole Dawson e Creek gli si scalda il cuore al ricordo dei tempi che furono, e la seconda perché da quel momento anche i giovanissimi avrebbero potuto conoscere cosa hanno significato per la sua generazione l’aspirante cineasta e la sua combriccola, ben al di là dello status di meme piangente a cui ormai l’hanno ridotto.

Un po’ come quando, una manciata di anni or sono, la stessa piattaforma riprogrammò le dieci stagioni di Friends dall’inizio alla fine, e il sottoscritto si trovava seduto a un bar con degli amici quando, del tutto inaspettatamente, udì un manipolo di liceali al tavolo affianco discutere di Rachael, Ross e i loro friends, appunto. Ci si sente subito fieri della cultura televisiva degli anni della propria gioventù, e un attimo dopo anche un filino invecchiati.

Un inaspettato ritorno al passato

Eppure, il sottoscritto non ha fatto molto dopo aver accolto con benevolenza lo sbarco della serie sulla piattaforma, se non continuare a scorrere tra l’offerta della stessa col telecomando. Finché un giorno, in piena estate, i suoi amici non gli fanno sapere di aver ripreso, quasi per caso, la visione della suddetta serie, come spesso accade d’estate quando ci si ritrova a guardare la qualunque nel tentativo di ignorare che il divano diventa tutt’uno con la propria pelle.

Segue una rapida retrospettiva sugli eventi amorosi del romantico Dawson, sull’indole ribelle di Jen e sulla gagliardia di Pacey, sull’eterna indecisione di Joey e persino sulla tragica dipartita di Abby Morgan. Il sottoscritto non se ne accorge all’istante, ma nei giorni successivi gli si palesa chiaramente uno dei motivi del fascino esercitato su di lui da questa serie, diciotto anni fa come oggi. Un fascino che appartiene solo ai teen drama (ché è di questo che stiamo parlando), poiché non è soltanto questione di schierarsi per una coppia piuttosto che per un’altra, o riconoscere quale storyline ci appassiona di più: qui si tratta di rivivere sullo schermo quello che vorremmo accadesse a noi, con il coinvolgimento di personaggi a cui vorremmo assomigliare e poi osservarli con un groppo in gola quando ci accorgiamo che quelle cose in effetti ci sono capitate per davvero.

E così, un bel giorno d’agosto, il sottoscritto prende in mano il telecomando, accende la tv e decide di rituffarsi nel caotico mare dell’adolescenza dei serial televisivi. È stato solo dopo aver divorato la prima stagione che ha compreso chiaramente di essere arrivato all’ultimo stadio di un processo a tre fasi, e ha iniziato a spostare l’attenzione dal triangolo Dawson-Joey-Pacey a sé stesso.

Fase due: il rifiuto

In verità non è la prima volta che mi cimento nella visione di Dawson’s Creek fuori tempo massimo. Già tre anni fa ci avevo provato a partire dall’episodio pilota, finché non mi sono arenato a metà della seconda stagione e ho dovuto ammettere che la vita scolastica, sentimentale, sessuale e familiare di un gruppo di adolescenti non mi interessava più. L’anno prima era stata la volta di Beverly Hills, 90210, con un risultato parimenti disastroso: una stagione e non sono più riuscito ad andare avanti. L’anno prima ancora avevo sospeso la visione di Gossip Girl. E dunque mi son detto che era arrivato il momento di chiudere coi teen drama. Quella è stata la seconda fase: il rifiuto. In un tempo che copre all’incirca un lustro ho preso le distanze dalla vita da teenager e da tutti i suoi prismi, che si trattasse di quella di Dan Humphrey, di Brandon Walsh o della mia.

Fase uno: riconoscimento

Eppure, c’è stato un altro tempo, in cui i teen drama erano il mio pane quotidiano. Un tempo piuttosto lungo direi, durato un diploma di scuola media, una maturità liceale e parecchie serie tv. Ricordo ancora il giorno del colloquio orale per l’esame di Stato e il dispiacere che provai rientrando a casa e scoprendo che la programmazione di One Tree Hill era finita. E per giunta d’estate! Vi ricordate com’era bello tornare da scuola e spalmarsi sul divano davanti alla tv nell’orario postprandiale, quel tempo compreso tra le 14 e le 16 altrimenti troppo lungo da sopportare senza una serie che gli desse un senso? Ebbene, d’estate era ancora più bello. Io ricordo di aver consumato, in questa stagione, Beverly Hills, Buffy l’ammazzavampiri, Una mamma per amica, il già citato One Tree Hill, Popular, Gossip Girl, Diario di una nerd superstar e (ripetutamente) Dawson’s Creek, tutti rigorosamente in replica e rigorosamente d’un fiato, stagioni su stagioni, per poi trovarmi immancabilmente a prendere parte a qualche dibattito di vitale importanza sul perché Brenda se ne fosse andata via per sempre e perché Rory era destinata a stare con Jess e non con Logan.

Era come assistere alla rappresentazione di uno spettacolo esclusivo ambientato in un universo simile al mio, ma molto più cool del mio, dove i personaggi avevano la mia stessa età e i miei stessi interessi, ma erano più belli, più in forma e più interessanti di me. Il fatto che alcuni di loro facessero shopping a Rodeo Drive e fossero popolari già a quindici anni come una modella sulla copertina di Sports Illustrated era la ciliegina su una torta di charme e mirabilità che tutti avremmo voluto assaggiare. Finché, improvvisamente, ti rendi conto che anche tu sei innamorato della tua migliore amica, ti vergogni dei tuoi genitori e sogni di frequentare un corso che non sei sicuro di poterti permettere, e allora capisci che quello sullo schermo potresti davvero essere tu, e che la tua vita, pur senza il glamour e il rocambolesco e l’incidente d’auto o la notte in prigione, è davvero, davvero interessante. Perché è assolutamente normale.

Fase tre: l’ultimo stadio

Alla fase tre ci sono arrivato quando ho ripreso interesse per gli adolescenti di Tredici e Pretty Little Liars (serie non proprio eccelsa, ma che volete, anch’io ero curioso di sapere chi fosse A) e sono giunto a maturazione quando ho compreso, in questi giorni, che se si guarda al di là delle differenze culturali offerte dal ballo scolastico e dall’elezione della reginetta c’è qualcosa di profondamente vero nei teen drama, a tal punto che alla soglia dei trent’anni non sono sicuro di essermene liberato del tutto. Voglio dire, Rory, Buffy, Lucas che hanno paura di non poter diventare chi sognano di essere, sono poi tanto distanti da me? Solo perché non mi sveglio più alle sei del mattino per andare a scuola ho smesso di preoccuparmi di quello che gli altri dicono di me o di sperare che la ragazza che incontro ogni giorno a lavoro finalmente mi veda come io vedo lei?

E se l’essenza stessa dei teen drama, allora, fosse quella di rivelarsi a noi soltanto in età adulta? Voglio dire, se si offrissero a noi come modelli d’emulazione e di verosimiglianza nella pubertà e ci aprissero una nuova porta sul nostro mondo interiore quando di teen c’è rimasta soltanto la playstation? In fondo i protagonisti di Dawson’s Creek parlano continuamente di film e registi che alla loro età nessuno adolescente ha mai visto (chiedete a vostro cugino che frequenta le superiori se ha mai sentito parlare di Frank Capra o di Da qui all’eternità) e per di più con un linguaggio da far chinare il capo fino ai piedi i membri dell’Accademia della Crusca (non senza un velo di autoironia: nella seconda stagione, dopo aver letto il nuovo copione di Dawson, sia Pacey che Jen gli rimproverano l’uso di un linguaggio troppo irrealisticamente forbito per i suoi personaggi). E in Pretty Little Liars c’è un’intera puntata dedicata a Hitchcock con tanto di strizzata d’occhio a Il delitto perfetto. Ora ditemi, siamo sicuri che rimandi, allusioni e riferimenti di cui sono saturi i dialoghi dei nostri idoli adolescenziali non si comprendano meglio una volta salutata con decisione la prima giovinezza?

Quello che ho imparato attraverso i teen drama

Forse ho imparato di più su me stesso vedendo Dawson’s Creek nelle ultime settimane che con qualsiasi serie sugli alieni o gli zombie che mi abbia fatto mangiare le unghie dalla tensione. Ho imparato che, alla fine, i protagonisti dei teen drama crescono, si laureano, trovano un lavoro, mettono su famiglia e imparano a loro volta cosa voglia dire essere adulti, e allo stesso tempo rimangono anche perennemente uguali a loro stessi. Cioè, pensateci un secondo: a quanti di noi capita di restare per tutta la vita col fidanzato del liceo, di aver per migliore amica la compagna di banco di scuola anche dopo i 25 anni e di fare esattamente il lavoro che sognavamo di fare quando eravamo teenager?

Da Dylan e Kelly che convolano finalmente a nozze a Rory che finisce a lavorare alla campagna presidenziale di Barack Obama, a tutti andava a finire così – chi più, chi meno – ed è così che i nostri beniamini dovevano essere: rassicuranti. Proprio come la serie in sé. Puntata dopo puntata, giorno dopo giorno, i protagonisti dei teen drama continuavano a parlare e a pensare e a rimuginare sulle stesse identiche cose, ancora e ancora, evolvendo con la medesima intensità con cui la vita reale progredisce e adattando a sé stessi la struttura intima della serie (ma quali altre serie tv hanno conservato la struttura fatta di venti e più puntate a stagione?). Intensi sì, ma rassicuranti.

Cosa farmene dei teen drama alla soglia dei trenta

E allora, quella che ci forniscono è solo un’illusione? Una dorata chimera in cui rifugiarsi per quaranta minuti? Piuttosto, una consolatoria rappresentazione delle aspettative comuni di ogni adolescente, perché in fondo, a quell’età, che lo ammettiamo o meno, tutti crediamo davvero che rimarremo pappa e ciccia coi nostri compagni di classe e speriamo di diventare persone di successo prima che la vita ci prospetti le alternative che ha riservato per noi. I teen drama non fanno altro che offrirci la migliore rappresentazione di cosa significhi avere 15 anni, come a dire: se dovete sognare, fatelo in grande, finché potete permettervelo.

Poi, alla soglia dei trenta, ti capita di rivederli e di sentire quel sussulto di desiderio e rimpianto che chiamiamo nostalgia, certo per quel tempo in cui avevi il privilegio di poter ignorare le tue (poche) responsabilità. E anche per quei sogni lì. E pensi a quanto sarebbe bello potersi permettere di avere ancora gli stessi desideri e non pensare al fatto che ormai sei costretto a fare i conti con ben altro.

A questo punto ti restano soltanto due possibili strade: puoi provare tenerezza per ciò che eri o rimpianto per quello che non sei riuscito a realizzare: il modo in cui a trent’anni guardi al te stesso adolescente dipende da quello che sei diventato. Ma in un caso o nell’altro i teen drama ti costringono a guardarti dentro.

Andrea Vitale


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Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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