Illusioni. Tredici scrittori reinventano tredici quadri.

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C’è un quadro che stuzzica la mia curiosità ogni volta che mi capita sott’occhio: si chiama I nottambuli (o Nighthawks, secondo il titolo originale) e l’ha dipinto Edward Hopper. Il soggetto è un diner che dà su un angolo di strada, con una grossa vetrata per parete, cosicché ci si possa guardare dentro dall’esterno, e in effetti, a noi che guardiamo, pare proprio di sbirciare da fuori. Al suo interno quattro persone – due uomini, una donna e il barista – se ne stanno ciascuno per fatti propri, senza interagire tra di loro, mentre tutt’intorno la città – la città? – tace.

Io, ogni volta, non posso fare a meno di chiedermi chi siano quelle persone, e perché se ne stiano di notte in un bar semideserto quando fuori, apparentemente, sono già tutti nei loro letti, e quale sarà mai la loro storia. E poi, il diner è reale? E quando Hopper ha creato quelle sagome, che cosa pensava di loro? Che fossero lì per uno scopo, che fossero destinate a incontrarsi per qualche motivo o che dovessero semplicemente condividere lo spazio di un locale per il tempo di un caffè?

Dal quadro al racconto, origine di una storia

Scommetto che è capitato a tutti, prima o poi, di posare gli occhi su un quadro e chiedersi se non ci sia qualcosa di più oltre la tela. L’unica differenza – ed è una differenza che separa inesorabilmente me da chiunque altro abbia visto I nottambuli – è che ognuno poi finisce per immaginarsi ciò che vuole.

Per esempio, è capitato di recente a un manipolo di scrittori famosi di inventarsi dei racconti proprio a partire dai lavori di Hopper, e ci riprova, in questi giorni, un libro pubblicato da D Editore che si interroga sulle storie contenute nei capolavori dell’arte figurativa, a partire da tredici opere di genitorialità diversa. Titolo: Illusioni. Ovvero, tredici modi di raccontare quadri. Questi tredici modi e le loro altrettante esposizioni appartengono ognuno a una penna diversa, sei delle quali recano la firma di professionisti della narrazione, mentre le restanti sono state selezionate attraverso un concorso indetto dalla rivista Reader for Blind.

C’è questo racconto di Paola Mammini, per esempio, in cui la scrittrice premiata col David di Donatello adotta un punto di vista altro, inumano, provando a immaginare come sarebbe vivere come il cane de Il venditore di fiammiferi di Otto Dix. Lo fa con arguzia e leggerezza, lasciando stare l’irriverenza del quadro che l’ha ispirata, e trovando alla fine una tenerezza consolatoria che mai ci si potrebbe aspettare dall’immagine di un ambulante storpio seduto su un marciapiede e di un bassotto che gli urina addosso.

Non tutte le storie si assomigliano

Il fatto è che un dipinto, un affresco, un tratteggio su un pezzo di carta o uno schizzo lasciato sui muri non racconta mai una storia completa: piuttosto, ce ne restituisce soltanto un frammento, un pezzettino che si sforza, malgrado la sua esiguità, di condensare in sé stesso tutto un prima e un dopo che però scorrono sempre un po’ fuori dai bordi della superficie disegnata. Qualche volta, ci imbattiamo in persone che non riescono a smettere di porsi domande una volta distolto lo sguardo, e così ci raccontano la loro versione dei fatti. Ma è, appunto, loro, e non necessariamente uguale alla nostra.

Demetrio Paolin, in un racconto che sarebbe stato benissimo a conclusione della raccolta, a mo’ di assioma finale sul senso intero di scrivere a partire dalle immagini, girando intorno al Quadrato nero di Malevič scrive delle parole che suonano in armonia con quello che sto dicendo:

 

Il quadrato nero di Malevič è qualcosa di simile. Più lo guardi e più ti sembra di intravedere qualcosa in quel nero.

 

Il quadrato nero, in effetti, non è altro che un quadrato nero, disarmante nella sua semplicità, invitante nel suo oceano di possibilità: come si fa a osservarlo e a non rischiare di vederci qualcosa di personale, di unico e di diverso da chi è accanto a noi e sta osservando lo stesso quadro? Se a qualcuno di voi fosse toccato di scrivere racconti a partire dalle medesime opere che hanno condotto a Illusioni, con ogni probabilità sarebbe inciampato in strade, persone, situazioni e ambienti del tutto diversi; cionondimeno, più sfogliavo le pagine e più mi convincevo che le cose devono essere andate esattamente come le raccontano loro.

Immaginare, inventare, illudersi

In un cinema di New York, una ragazza dai capelli biondi e con un lungo vestito azzurro non siede sulla poltroncina rossa insieme agli altri spettatori; se ne sta in piedi, nel corridoio vicino alle scale, in atteggiamento riflessivo – ma starà davvero pensando? E cosa può essere così importante da allontanarsi dalla proiezione e rimanere in disparte? Neanche la voce narrante di Luci calde, di Maurizio Vicedomini, conosce la risposta, ma mentre si pone la stessa domanda ci rivela tutto un mondo che attende la ragazza oltre quelle scale, al di là di una sala cittadina in una metropoli degli anni Quaranta. E in Sorridi, sono giorni di miracoli, di Antonio Esposito, un uomo passa le giornate ad aspettare qualcuno che forse non tornerà, avviluppato in altre angosciose domande («Chissà dove è andata e cosa pensa di me») mentre snocciola i suoi tormenti su una figura di donna che, in fondo, chi è? Che cosa sappiamo di lei?

E nelle gelide passeggiate al lago o sulla neve di Andrea Siviero, o nell’albero che toglie la luce di Luca Franzoni, mi ha persuaso la sensazione che ci fosse qualcos’altro che pure poteva essere raccontato. Un altro prima e un altro dopo che sono resistiti, anche qui, alla forza che ha cercato di imprimerli sulla pagina, com’erano già riusciti a sfuggire dalla tela. Sarà forse che quel frammento catturato in un quadro è destinato a rimanere eterno, cioè senza inizio e senza fine? Perché, in fondo, come si fa a dare una forma finita a una storia concepita per rimanere incompleta? O magari quest’impressione non è altro che questo, un’impressione. Preferisco lasciare il compito di smentirmi a qualcuno che abbia a disposizione strumenti critici migliori dei miei.

A questo punto, dovrei fare un’ammissione di colpa e riconoscere che questa doveva essere una recensione, e invece assomiglia di più a un resoconto personale, a una pagina di diario senza alcuna pretesa di sembrare assoluta e inattaccabile. Tutte le volte che sono arrivato in fondo a un racconto di Illusioni, mi è parso di essere rimasto da solo con le mie domande e la mia fantasia, e nulla più. Francamente, è stato bellissimo. Provate a farlo anche voi, mettetevi davanti a un quadro e lasciatevi andare all’immaginazione. Poi leggete anche Illusioni, e sperimentate quant’è bello inventare, creare, sognare.

Andrea Vitale

*Illusioni. Ovvero, tredici modi di raccontare quadri contiene racconti di Mattia Bragadini, Igor Artibani, Francesco D’Isa, Antonio Esposito, Luca Franzoni, Giorgio Ghibaudo, Paola Mammini, Demetrio Paolin, Andrea Siviero, Valerio Valentini, Maurizio Vicedomini, Marilena Votta e Paolo Zardi.


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Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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