Westworld e l’inganno della sua meta-narrazione: ma gli umani sognano davvero mondi elettrici?

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“Dolores, sai dove ti trovi?”
“Sono in un sogno“.
“Esatto. E vorresti svegliarti da questo sogno?”
“Sì”.
Questo è il famoso incipit di Westworld – Dove tutto è concesso, la serie tv targata HBO che da quasi tre anni sta facendo girare a vuoto il pubblico di mezzo mondo. Ma il punto non è questo. Il punto è che potrebbe essere anche lo scambio di battute che ciascuno di noi si troverebbe a formulare se si trovasse di fronte ai suoi machiavellici ideatori.
“Sapete dove vi trovate?”
“In un sogno”.
“Esatto. E vorreste svegliarvi da questo sogno?”
Cosa rispondereste? O meglio, credereste di conoscere la risposta? 
Perché è qui che casca il leggendario asino. La risposta – infatti – pare stia diventando sempre più un sì.

Giostre elettriche

Riassumere in poche righe la trama di Westworld per chi non l’abbia ancora visto o – cosa difficile da immaginare –  non ne abbia mai sentito parlare, pare impresa piuttosto ardua. Anche perché in questi casi il timore di cadere in spoiler o in interpretazioni personali è sempre pericolosamente dietro l’angolo. Ci limiteremo quindi a ricapitolare l’intreccio principale e il tema portante della serie: siamo in un futuro non troppo lontano e Westworld è un’ambientazione collocata all’interno di un avveniristico parco dei divertimenti che permette ai suoi ospiti di vivere avventure – più o meno lecite – di epoche passate. Ciò è reso possibile grazie all’interazione con androidi costruiti (apparentemente) per assecondare ogni fantasia degli umani, talmente raffinati nelle loro reazioni emotive e nei loro comportamenti da risultare indistinguibili dagli ospiti.

Ma sarà possibile riconoscere i robot dagli umani? Gli androidi sono al servizio degli umani o viceversa? Ognuno conosce davvero la propria natura? Ovviamente le risposte saranno molto più imprevedibili del previsto.

La serie – per lo meno la prima, ma a brandelli anche la seconda – è visivamente magnifica. Elegante. Suggestiva. Gli attori sono impeccabili. La tematica  è indubbiamente avvincente: l’uomo e i suoi desideri più reconditi. L’uomo e i suoi misteri. L’uomo e tutto ciò che ci rende diversi da qualsiasi altra cosa. In poche parole, noi e il nostro io più segreto. Come potremmo non dirci entusiasti? Come potremmo non esserne rapiti? Ma poi il nodo arriva troppo presto al pettine e ci accorgiamo che il giocattolo potrebbe essere difettoso, o ancora peggio, non fornito degli accessori che ci erano stati promessi in vetrina.

Il labirinto della meta-narrazione

Nella costruzione di un labirintico mondo immaginario, catturare una realtà chiara e tangibile non dovrebbe essere il primo obiettivo. Al contrario, lo scopo sarebbe quello di esplorare l’enigmatico e sfuggente rapporto tra il visibile e l’invisibile, il noto e l’ignoto, il possibile e l’impossibile. Così in effetti sembra essere per Westworld, descritta senza mezzi termini come “un’oscura odissea sull’alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato”. Definizione – cioè – già di per sé piuttosto ambigua e a essere sinceri non del tutto comprensibile. Ma si sa, il mistero incuriosisce sempre ed ecco che tutti quanti ci siamo adattati a ritrovarci davanti alla tv per cercare di districare questo sconclusionato filo di Arianna.

Ma ne è valsa la pena? Lo sforzo di seguire le complicate – per non dire caotiche – logiche della serie ci ha aperto gli occhi? Non è certo che la risposta sia affermativa, perché puntata dopo puntata quel filo, anziché sciogliersi, s’è ingarbugliato sempre di più in un fumoso gioco di rimandi e di specchi che potrebbe – ahimè – nascondere poco o nulla. Come dire: un’elegantissima confezione regalo difficilissima da scartare con all’interno solo un granello di sabbia.

L’intreccio della narrazione è per l’appunto il centro del (difettoso) labirinto. La mela marcia del raccolto. L’imperfezione del quadro. Qualcosa – infatti – non torna da subito. Non si riesce a capire quale sia l’elemento che non convince, ma più la storia procede, più ci accorgiamo che è davvero troppo complicato seguirla. Da principio incuriosisce, appassiona, perdiamo volentieri il sonno per elaborare ingegnose spiegazioni dei piani temporali e delle macchinazioni dei protagonisti che potrebbero convincere i nostri amici, ma poi la bolla si sgonfia e scoppia senza sufficiente preavviso.

Il gioco è troppo aggrovigliato perché ci si possa divertire a sbrogliarlo. Troppi dialoghi finto-filosofici, troppi rimandi di specchi, troppi non-colpi di scena, troppi enigmi impossibili da risolvere, troppe incongruenze. Un bel gioco, si sa, dura poco, e quando al posto che smascherarsi un po’ alla volta il segreto si infittisce di puntata in puntata, la noia prende il sopravvento e la tensione si perde dietro alle congetture cervellotiche di spettatori sempre più stanchi e annoiati. A nulla possono i tentativi di movimentare la storia ideati nella seconda serie (sanguinolenti inseguimenti, sonnifere e infinite schermaglie), che invece di riaccendere l’interesse e l’adrenalina peggiorano in realtà il quadro, banalizzando una serie che sulla carta era – e rimane, va detto – senz’altro una ventata d’aria fresca nel panorama dei prodotti televisivi mainstream.

Stiamo ancora sognando?

Il difetto dunque della seconda stagione di Westworld – se vogliamo chiamarlo così – sembra essere proprio uno dei suoi iniziali punti di forza, e cioè la sua complessa narrazione.  È interessante notare, infatti, come i trucchi migliori finiscano per annoiare e l’espediente delle linee temporali differenti non dichiarate alla lunga confonda troppo lo spettatore.

Ci troviamo così, puntata dopo puntata, in attesa di qualcosa a cui aggrapparci che non sembra però arrivare mai, rendendo la sfida più frustrante che divertente. Il difetto è proprio questo: la manipolazione della pazienza del pubblico sta raggiungendo il suo punto di rottura prima del previsto, perché le regole del gioco non risultano alla fine abbastanza oneste. Gli ideatori della serie, infatti, sembra si siano fatti scappare un po’ troppo la mano. Ma è questo che il pubblico desidera? Gli ospiti del parco – noi, in poche parole – sogniamo davvero mondi elettrici?

A livello strutturale, Westworld è un gioco di specchi, un incastro di scatole cinesi, un labirinto senza apparente via d’uscita, una serie di rimandi quasi impossibili da cogliere. Una complessa meta-narrazione che si attorciglia come un serpente sulle sue spire: una storia che racconta un’altra storia che racconta come si racconta una storia che nasconde un’altra storia, e così via dicendo. Ma questa complicata struttura narrativa cosa ci dà in più? Non è forse uno stratagemma per nascondere in fondo la povertà della fabula, o ancor peggio, l’ammissione di assenza di risposte alle innumerevoli domande rivolte allo spettatore? Una meta-narrazione vuota, fatta solo di incastri e di inganni, ma senza una vera sostanza. 

L’asino, a questo punto, non può non cascare, però bisogna ammetterlo: se tornassimo indietro, lo rifaremmo. Sera dopo sera torneremmo a guardare ogni nuova puntata della serie, anticipata dalla magnifica sigla d’apertura e terminata con la ricerca su google di qualche geniale interpretazione degli eventi. Perché è stato bello, anzi bellissimo, guardare Westworld. Finché è durato.

“Vuoi uscire da questo sogno?” ci chiedono dunque i creatori del telefilm.
“Sì” risponderemmo probabilmente noi.
Perché non è più divertente se il segreto è il nulla che circonda il parco.

 

Anna Pietroboni


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Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato due romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014) e Le immagini ibride (A&B, 2017).

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