Racconto: La bontà – Livia De Stefani

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Il racconto La bontà è tratto dalla raccolta Viaggio di una sconosciuta, edita da Mondadori negli anni sessanta e ora riportata in libreria da Cliquot.


Fin dalle due pomeridiane, mezz’ora prima di quella fissata per la partenza, la corriera si gremì di gente e di bagaglio. Poiché l’ingresso era già barricato da corpi in bilico sul predellino, i venditori di caramelle, i mendicanti, i suonatori e i canterini soliti ad intrattenere i viaggiatori, si adattarono a girare torno torno ai finestrini del macchinone: chi offrendo la mercanzia con filastrocche di lodi, chi elemosinando (la deformità proposta come un bouquet), chi sollevando con foga propiziatrice il collo del violino e chi allungando il proprio, affinché la dedica dei canti meglio arrivasse frammezzo al ribollio dei passeggeri.

I fortunati, che seduti appoggiavano deretano e schiena al liscio della pegamoide e per giunta potevano proteggersi i piedi nascondendoli sotto il sedile, a difesa del proprio privilegio s’erano trasformati in statue di pietra.

Ad ogni spostamento quelli in piedi, nel tentativo di meglio sistemarsi nei brevi vuoti esistenti fra la piegatura dei ginocchi dei privilegiati e lo schienale dell’antistante sedile, urtavano membra durissime, inamovibili. I seduti erano anche sordi, come per comune destino. Perché non mostravano segno di udire le lamentele e le rimostranze degli sfortunati. E ciechi si sforzavano di apparire, sebbene tenessero gli occhi aperti, volti però al finestrino, verso la largura della piazza. Ché, a smuoverli per altro verso, c’era il pericolo che s’incrociassero con quelli di chi premeva minaccioso o di chi implorava uno spicchio di posto. Uno sguardo solo, e quelli ne avrebbero cavato l’indizio di un cedimento della volontà di difesa. Peggio: a dispetto della regola che chi tardi arriva male alloggia, vaga promessa, forse impegno di soccorrerli. Proprio loro, ritardatari pretenziosi!

Uno solo dei fortunati, un uomo enorme, muoveva senza prudenza e ritegno gli sporgenti occhi celesti sui poveretti pencolanti; anzi torceva il collo per non perdere di vista i più angustiati: le donne e gli iracondi; e se riusciva ad incrociare i loro sguardi, atteggiava le labbra in un sorriso sconsolato, intanto che con le mani arrovesciate indicava loro a mo’ di scusa il suo gran ventre dove i bottoni dei pantaloni profondavano come capocchie di chiodi in un’imbottitura. Ma era un’attenuante che non arrivava a convincere tutti. Una voce gridò beffarda: «Alzatevi, fatevi il viaggio in piedi e di quella pancia ve ne riporterete a casa la metà, senza bisogno di medici e medicine!».

Tanto grande era in ognuno l’ansia di iniziare il viaggio, unico mezzo di abbreviare la comune tortura, che non appena il macchinone si mise in moto, tutti incominciarono ad inveire perché sembrava loro di andare troppo adagio.

«Tra passeggeri e bagaglio siete qualche tonnellata in più del dovuto, e perciò ringraziate il Padre eterno se il tetto non vi sprofonda sulla testa e il pavimento di sotto ai piedi…» urlò l’autista rigirandosi con faccia inferocita.

Attraversata la città, all’apparire del mare che dalla destra avanzò dai finestrini il suo quieto colore e un fresco profumo di alghe, i passeggeri smorzarono il tono delle lamentele e parvero assopirsi nelle loro incomode posizioni. Certamente allo scopo di riprendere fiato e coraggio, giacché la maggioranza non ignorava che presto la strada si sarebbe fatta cattiva, tutta svolte e montagne russe, dalla gola di Renda fin dopo Partinico.

Già a Pioppo, il paese a fettuccia tutto affacciato sulla strada provinciale che è l’unica ad attraversargli l’esiguo interminabile corpo che da un lato ha lo strapiombo della montagna e dall’altro i dirupi, il brusco sterzare dell’autista per scansare oziosi pedoni e avventurose galline, rimosse i malumori dei viaggiatori.

Al passo di Renda, forse a causa dell’aria frizzante che frenando da volti e da ascelle l’impeto del sudore illuse tutti sull’avvento di un maggiore spazio, quelli all’impiedi presero a dimenarsi con più accanito proposito di conquista. E fu la rovina, ché franarono di qua e di là, contrastati dal rotolare di massicci fagotti e dallo scatenarsi di grida e di bestemmie. Cose orribili alla vista e all’udito dei seduti, che mostrarono indignazione per tanto trambusto; e spinta decisiva ai nervi dell’autista, il quale minacciò di fermarsi per scaraventare tutti fuori, in quella valle desolata tutta irta di macigni, col gran vento e il malagurioso volteggiare delle cornacchie per tutta compagnia.

I corpi, bene o male, si raddrizzarono. Ma gli animi avevano preso a bollire peggio di prima. L’ira e il rancore si scaricarono da bocca a bocca nei brevi spazi già colmi della vampa dei reciproci fiati.

L’uomo grasso si era addormentato. Addormentato sul serio. Non come gli altri seduti che, per schermirsi dagli assalti dei disagiati, muovevano inquieti occhi di sotto alle palpebre stizzosamente serrate. Dormiva a bocca spalancata. Al termine di una curva, durante un miracoloso silenzio, si udì il suo ronfare.

«Schifoso salsiccione… perfido, falso santocchio… sogna beato, lui!» sibilò uno all’impiedi: un signorotto corto e giallo al quale i molti urtoni avevano calcato il cappello nero fin sotto le orecchie.

«Mascalzoni! Gli uomini sbracati in poltrona e le donne pestate peggio che rifiuti…» sbottò di rincalzo un donnone il cui petto montagnoso oscillante al di sopra dell’uomo corto e giallo risultava il maggiore responsabile dello sprofondamento del suo cappello.

Una collegiale stenta, che ad ogni curva si aggrappava con mani guantate di filo grigio allo schienale da cui emergeva la nuca dondolante dell’uomo grasso addormentato, si fece pallidissima e storse la bocca, quasi che la voce del donnone le avesse tolto il fiato. Invece respirava, anzi tirava lunghissime boccate d’aria attraverso i denti serrati. Ma aveva gli occhi annebbiati di un capretto morto.

Alla discesa tutta svolte, dopo Valguarnera, la giovinetta ebbe un sussulto. Staccò dallo schienale le manine grigie per portarsele al viso, ma troppo tardi. Dalla spalancata bocca esangue il primo fiotto di vomito precipitava già sulla spalla dell’uomo grasso, gli scorreva e rimbalzava lungo la traballante curva del ventre.

«Ci mancava questa, rigetteremo anche noi…»
«Non ce l’avevi un fazzoletto, screanzata?»
«Gli sta bene al pacioccone… Sconti il bel sogno, e il russare!…»

L’uomo grasso aprì gli occhi celesti e vide la lordura di cui era ricoperto. Parve contemplarla, tanto mansueto fu lo sguardo che vi fece scorrere sopra. Poi estrasse con cautela dalla tasca un fazzolettone, prima di incominciare a ripulirsi si staccò riguardosamente da quello che gli sedeva a fianco e che intanto s’era girato tutto verso il finestrino stringendosi tra indice e pollice le narici. A metà del rassegnato lavoro, volse la testa indietro, alla collegiale.

Tremava, la poveretta, per il malore che ancora la illividiva, affilandole il naso come se fosse entrata in agonia, e per il timore delle invettive che le avrebbe scaricato, di rimando, il malcapitato.

Invece quello, nel sollevare verso di lei il fazzoletto madido che la mano muoveva lenta lenta simulando minaccia, le strizzò bonariamente un occhio.
La collegiale avvampò di vergogna. Allora l’uomo grasso, storcendosi tutto e allungando il collo affinché quello che stava per confidarle non venisse udito che da lei, disse in un sorriso:
«Golosa di fichidindia sei, figliuzza bella…».

Livia De Stefani


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