Racconto: Aspetto fuori – Carlo Zambotti

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Il racconto di Carlo Zambotti è tratto dalla raccolta Servirà qualcuno che ci legga, alla fine (Gorilla Sapiens, 2013).


— Vai vai, io fumo una sigaretta qua fuori. Ci metti tan­to?
— No, devo prendere due robe e ho fatto.
— Ok, muoviti che fa freddo.

Fu così che si sedette sul pensile per il bagno color salvia che aveva recuperato dalla spazzatura, in attesa. L’aria era fredda, con quell’umidità che ti penetra nelle ossa e rende ogni piccolo dolore una miniatura di martirio. La giacca non era abbastanza lunga, né spessa, e spifferi gelidi entra­vano da tutte le parti a sollevargli la pelle di brividi e fitte. Stava lì, seduto, la testa china, i gomiti stretti, le ginocchia serrate quando iniziò a sentire sguardi su di sé. Alzò la testa e vide un vecchio – occhiali dalle lenti giallastre, smorfia di rughe attorno alla bocca, mani dietro la schiena, riporto architettonico – che lo guardava, studiandolo compunto. Non capiva – era evidente – che ci facesse uno seduto sopra un mobiletto color salvia accanto all’ingresso di un negozio. Lo stesso succedeva con la signora dai ricci posticci e im­probabili che guardava con la stessa aria d’incomprensione la stessa scena. Dicasi la medesima cosa per la coppia di pa­lestrati tonici che fissavano attoniti la situazione. E anche per il bambino col moccolo al naso e un lecca-lecca impia­stricciato e per la sua mamma dall’aria angosciata. Guar­davano lui, seduto su un mobiletto a guardarli incuriosito coi capelli sporchi di vernice color crema, e guardavano le persone che guardavano. Un ingorgo di incomprensione che attirava l’attenzione, nato da un niente.

— Ehi! — si sentì chiamare a un certo punto. La voce non veniva da nessuna delle persone che lo guardavano stare lì, né da nessuna di quelle che se ne erano andate, né da nessuna di quelle che passavano guardando e chiedendosi senza chiedere a lui che ci facesse lì.
— Ehi! — sentì distintamente, più forte di prima. Girò attorno lo sguardo, ma non vide chi potesse aver parlato.
— Ehi, tu! Mi ascolti un attimo o sei troppo impegnato a stare lì a generare caos?

Questa volta – avendo la voce parlato sufficientemente a lungo da essere rintracciata – alzò la testa verso l’alto. Veni­va da lì, il richiamo, ma non c’era nessuno in vista.

— Ce l’hai fatta alla fine. Sì sono qua su, terzo piano, stesa al balcone.
Contò i piani – uno due tre – ma al balcone non si vedeva nessuno affacciato. Né tantomeno steso.
— Devi contare anche il rialzato cretino. Dai che ce la fai. Su! Uno due tre quattro, e quello è il terzo piano.

Vero, il piano rialzato se lo dimenticava sempre. Come an­che il pianoterra. Non aveva mai capito il senso di saltare un piano nel conto. Insomma, perché era il secondo piano dell’edificio a chiamarsi primo e il primo invece si chia­mava terra? Per non parlare, appunto, del piano rialzato. O, peggio ancora, del mezzanino. E il piano nobile, poi, lasciamolo proprio perdere. Comunque, contò seguendo le istruzioni – uno due tre quattro – ma non c’era nessuno ne­anche lì. La sua situazione intanto andava facendosi sempre più interessante per i passanti variopinti che lo guardavano guardare in alto, seduto su un pensile color salvia, fuori da un negozio, con un mozzicone di sigaretta in mano e i capelli sporchi di vernice.

— Senti, se non ti va di ascoltarmi fa niente eh? Dai sono qui! Mi stai guardando, possibile che tu non mi veda? Ti fa­cevo un po’ più sveglio di quelli che stanno guardando te!

Fu allora che la vide, distesa al balcone del terzo piano. Una pelle di tigre.

— Sì, sono una pelle di tigre e ti sto parlando e no, non stai avendo un’allucinazione. Non più di quanto non la stiano avendo quelli che ti guardano senza capire che stai facendo. Semplicemente fai fatica a capire, come succede a loro, e la soluzione dei vostri dubbi è semplice in entram­bi i casi. Per quanto riguarda te: non stai facendo niente, aspetti, al limite. Per quanto riguarda me: sto prendendo aria dopo che mi hanno percossa per togliere la polvere e al limite sì, aspetto anche io, di tornare al mio posto davanti al camino. Che è sempre spento, se te lo stai chiedendo. È illegale accendere fuochi dentro casa, da anni, e qua in casa sono abbastanza rispettosi delle leggi. Certo, non del tutto, ma in fondo chi lo è? Non è possibile, nella società di oggi, seguire la legge alla lettera. Anche perché qua avete leggi che dicono tutto e il contrario di tutto, quindi tutto è lecito e tutto è illegale, allo stesso tempo. Dipende dal pun­to di vista, come tutto quanto, del resto. Di questo volevo parlarti, infatti. Punti di vista. Mi è sembrata una buona occasione, vista la situazione in cui ti trovi: un osservante osservato, un incompreso che non comprende, un soggetto che è oggetto e causa. Una situazione non così rara, a dire il vero, ma piuttosto rara per me. Non mi capita spesso di stare qua fuori e in casa non viene mai nessuno, quindi al massimo ho a disposizione un gatto deficiente che si fa le unghie sulla mia testa e una coppia di vecchi rincoglioniti. Gentili, ma rincoglioniti, ormai al di là di ogni comprensione o incomprensione reciproca o esterna. Che ti stavo dicendo? Ah sì, i punti di vista. Non so se hai familiarità con la teoria delle stringhe e degli universi paralleli e de­gli infiniti mondi possibili… Ma non è così importante in verità, tanto anche la scienza è solo un punto di vista. Detestabile, peraltro, con la sua pretesa di verità basata su due conti autoreferenziali. Comunque. Punti di vista, sì. Prendi la scenetta a cui hai dato origine. Ci sei tu seduto che non fai niente, la gente passa e ti guarda e cosa vede? Ognuno quello che vuole. Un tipo losco e ingobbito che fuma minaccioso, uno spacciatore magari, o un ladro, o un accattone. Un ragazzo seduto comodo che aspetta. Un giovane uomo tabagista che guarda la gente che passa. Un tizio sospetto che ruba mobili orrendi alle vecchie signore. Etc. Etc. Etc. Ti renderai conto che tutte queste sono pos­sibilità di verità no? Cioè, ognuno di questi che ti ha guar­dato andrà a casa portando con sé un’immagine diversa di chi sei. E in fondo chi sei tu? Sei il tuo punto di vista, per te. Per loro invece sei il loro, di punto di vista. Quindi sei tutte queste cose. Lo capisci? E beh, questi mondi paralleli, questi infiniti universi di cui tanto si parla e di cui si cer­ca di fondare l’esistenza non sono altro che questo. Non è esilarante? Siete proprio ridicoli, persi a tentare di spiegare una cosa tanto ovvia senza riuscirci minimamente. Quan­do invece è tutto lì, sotto i vostri occhi, in una situazione qualsiasi di un giorno qualsiasi in un posto qualsiasi. Ne vuoi di più? Il mondo non esiste. Quando si parla di mondo si parla semplicemente di una media inesistente fra tutti i punti di vista, fra tutte le realtà possibili e, pertanto, vere. La verità stessa non è altro che una media, se ci pensi, fra tutte le menzogne. E questo…

La tigre sparì e si affacciò invece al balcone una signora con gli occhiali, che guardò verso il ragazzo seduto su un mobi­letto color salvia, i capelli sporchi di vernice, un mozzicone tra le mani e gli abiti trasandati che guardava verso di lei. Doveva essere una strega. No, una maga. No, una vecchia. No, una ragazza travestita da vecchia. No, forse era la tigre che era diventata umana. No, doveva essere una norma­le casalinga. No, sicuramente era un’avventuriera alla fine delle sue avventure. No, una ventriloqua!

— Eccomi, scusa se ci ho messo un po’, ma c’era un tipo che voleva chiamare la polizia perché aveva sentito un tap­peto parlare e ha bloccato la fila per un’ora.
— Ah, tranquillo. A me piace aspettare, lo sai.

Carlo Zambotti


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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