Malamore, dieci donne e l’inferno. Intervista ad Anna Macrì

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I fatti degli ultimi giorni riaccendono l’attenzione sul tema della violenza contro le donne in un’Italia dove, nel 2016, c’è stato un femminicidio ogni tre giorni e dove il numero delle vittime oscilla, a seconda delle fonti, da 110 fino a 120. Mentre nei primi cinque mesi del 2017, si sarebbero contati almeno 29 casi, nonostante l’aumento delle denunce per atti persecutori o maltrattamenti. Una “mattanza da fermare”, come la definiscono le più alte cariche dello stato e le associazioni antiviolenza ma non solo. Lo ha gridato anche Anna Macrì dalle pagine del suo esordio letterario Malamore, edito Umberto Soletti, un accorato messaggio rivolto a tutti, affinché si dica basta alla violenze sulle donne.

malamorecopertinaMalamore è un libro sofferto, è un j’accuse crudo e asciutto del sistema che crea vittima e carnefice, che spinge gli attori verso l’epifania del loro destino. È la rappresentazione del male senza veli e senza pietismi. È denudare il dolore senza lacrime, senza misericordia, perché se ne prenda atto coscientemente. È svelare una realtà che nessuno vuole guardare, non nella sua completezza, dicotomia, dualità, poiché punterebbe il dito su mancanze oggettive nel sistema su cui regge la società: quando il male ti tocca, ti cambia per sempre. Come, dipende. Ma non sei più la stessa e imprevedibili diventano gli effetti futuri.

Attraverso il racconto scarno ed essenziale delle vittime, l’autrice parla di donne. Donne che si salvano pagando prezzi salati, donne che soccombono, donne che diventano carnefici, donne… Donne che, comunque, andranno per il mondo marchiate dal male di una società inferma che le vuole sottomesse, inquadrate in cliché conformati e che, nella migliore delle ipotesi, emargina come pazze, ribelli, puttane, rifiuti della società. Quando non le fa fuori…

Rosina, Cristina, Rita, Marta, Francesca, Sabrina, Manuela, Rossella, Federica, Giovanna sono le protagoniste dei racconti che ci propone l’autrice. Donne abusate, violentate psicologicamente e fisicamente. Vite spezzate che non ritroveranno più la serenità di cui sono state defraudate, perché vittime si rimane per sempre. Eppure donne che trovano la forza di ribellarsi alla tradizione che le vorrebbe mute e sorde, all’indifferenza, al dolore. Perché Anna Macrì, il dolore, lo grida con tutta la potenza di cui è capace suscitando un’empatia tale da rimanere tramortiti.

Abbiamo intervistato l’autrice.

D: Cosa ti ha spinta a scrivere quest’opera?

R: Come oramai sanno in molti, ho vissuto, 17 anni fa, una storia di violenza psicologica e fisica. Ma essendo una donna forte e difficile da manipolare, ne sono uscita forte e più coraggiosa. Questa esperienza mi ha spinta a studiare il fenomeno della violenza di genere, scavando nelle motivazioni antropologiche, sociologiche e storiche, fino ad arrivare a condurre una ricerca etnografica in un centro antiviolenza. Sono approdata ad Astarte per caso, chiamata ad un convegno come attrice, per poi frequentarla per un anno. Attraverso l’osservazione partecipante, cioè ascoltare, frequentare, osservare, intervistare le donne che frequentavano l’Associazione o si rivolgevano ad essa per soccorso, ma non solo, raccogliendo anche altre testimonianze di donne di cui conoscevo il vissuto, ho raccolto tante storie che poi sono diventate, dieci di queste, Malamore. E’ stata un’esperienza fortissima, l’empatia che mi caratterizza, unita alla sorellanza nel dolore, mi ha cambiato la vita e la visione del mondo, ancora una volta. Rafforzando la mia volontà di impegno nel sociale.

D: Perché il titolo Malamore?
R: Mia nonna usava la parola malamuri, in calabrese, per definire coloro che gratuitamente commettevano azioni riprovevoli, spiegando con una mancanza d’amore il male che questi commettevano verso le persone.

D: Quanto è stato impegnativo dar vita ai personaggi?
R: In termini emozionali, tantissimo. Notti passate a scrivere piangendo per il dolore accumulato durante la frequentazione con le vittime, una forte responsabilità nei loro confronti, dar voce al dolore senza scadere nel pietismo edulcorato, subliminato, non è stato facile. Rendere semplice e immediato il messaggio che era risultato dalla ricerca ancor meno. Malamore, in fondo, non è la storia di dieci donne ma la storia di tutte noi, la risultante di tante storie legate dal codice del male, che ha regole ben precise sia nella forma linguistica che fattiva. E’ un canto di donne ferite e marchiate che si ribellano ad una stantia consuetudine di volerle vittime anche nel dolore, vittime di un sistema malato che pretende persino di gestirle nella loro condizione, umiliandole peggio del carnefice.

D: Le protagoniste, che donne sono?
R: Sono donne impaurite, devastate, dolcissime e bellissime nel loro dolore. Soprattutto, sono donne che portano il peso dell’abbandono sociale, convinte che non vi sia riscatto poiché lasciate sole da una comunità indifferente e bigotta che le relega nel ruolo di vittime, le costringe ad essere latitanti nel dolore, come fossero loro le colpevoli. Le obbliga a nascondersi come criminali.

D: Quali emozioni ti hanno lasciato e quali lasceranno al lettore?
R: A me, forza e coraggio, caparbia volontà di lottare per loro. Al lettore daranno un pugno nello stomaco, sarà una sala tortura senza possibilità di salvezza. Molti lo hanno definito così, ma la speranza che dà Malamore è quella di stimolare chi lo legge a dover trovare una “soluzione” per sfuggire dalla morsa che attanaglia il cuore. Magari attivandosi e sensibilizzandosi sul fenomeno. E’ questo lo scopo del libro.

D: Come è affrontato, secondo te, il fenomeno del femminicidio dai media nazionali?
R: In modo spettacolare, raffazzonato e distorto. Spettacolarizzare il male fa alzare lo share, è ovvio. Un braccio rotto impietosisce, la morte attira morbose schiere di perbenisti che non aspettano altro che autocelebrare le proprie convinzioni da morale spicciola. A discapito delle vittime, alle quali si misura l’orlo della gonna e la vita privata. Stuoli di esperti si sperticano a proporre fuffa spicciola e, dopo un po’, cala il sipario sulla vicenda. Guarda caso nessuno punta i riflettori sul fenomeno della violenza di genere! Quella è più schifosa ma poco funzionale per le luci della ribalta.

D: Cosa occorrerebbe fare, secondo te, per arginare le violenze sulle donne?
R: Innanzitutto, la società dovrebbe conoscere il fenomeno della violenza di genere, non si può scardinare una consuetudine sociale così radicata nel tempo senza conoscerla a fondo. Poi, adottare misure preventive con concreta informazione nei luoghi preposti, e attivare servizi concreti per l’intera comunità. Ad esempio ridare potere ai consultori, depauperati della loro missione. I consultori potrebbero ritornare ad essere un’arma di prevenzione e soccorso per le famiglie, aiutando le coppie e le famiglie ad adottare tutte le espressioni più giuste verso una relazionalità di genere più sana e rispettosa, una genitorialità consapevole. Potrebbero fare prevenzione fra i giovani, essere mediatori familiari, un faro, insomma, nella comunità. Questo, giusto per dirne una. Poi, la società, dovrebbe attivarsi alla riabilitazione delle vittime che, destrutturate per anni da continue manipolazioni e violenze psicologiche e fisiche, hanno un’autostima pari allo zero, nonché nodi di dolore incancreniti che le portano a colpevolizzarsi e, di conseguenza, accettare il giogo della sofferenza. Centri adatti a questo scopo, con personale esperto, sarebbero la speranza concreta per queste donne che, spesso, sanno con certezza, e come dar loro torto, di essere abbandonate a se stesse in balia del dolore. Infine, cosa importantissima per l’epifania della rinascita, è il reinserimento di queste donne nella comunità attiva. Una donna che ripercorre la strada della consapevolezza e della libertà personale, ha bisogno di sentirsi partecipe della vita sociale attraverso il lavoro. Molto spesso le donne vittime di violenza dipendono economicamente dal carnefice, e questo è una forte limitazione a rompere la catena. Quando ce la fanno, restano comunque dipendenti dalla carità di famiglie, Stato, amici, quando, addirittura, senza nulla di tutto ciò. E hanno figli, il più delle volte, non dimentichiamolo. Bambini che sono le vere vittime di questa perversa consuetudine a considerarci esseri inferiori ad uso e consumo del maschio. Ergo, la società deve necessariamente farsi carico del reinserimento lavorativo della donna. Una donna che lavora e basta a se stessa e ai propri figli, sarà una donna consapevole, sana e guarirà le ferite. E’ una vergogna che venga abbandonata come un paria, una vergogna per tutti noi. Nessuno è innocente in questo omicidio della persona.

D: Esiste, a parer tuo, un filo conduttore comune nelle vittime di violenze?
R: Ovviamente sì. Tutte noi veniamo educate nel culto del maschio, da donne per giunta. Se ci emancipiamo, bene, altrimenti continueremo a pensare che l’unico ruolo che ci compete è quello voluto da una società machista che ci rende subordinate all’uomo, in tutti i campi.

D: Si può fare di più per aiutare le donne in difficoltà?
R: Tutto ciò che si è fatto finora per le donne viene continuamente messo in discussione. In un perverso gioco delle parti falsato, interscambiabile a seconda delle motivazioni, degli obiettivi, delle circostanze. E’ una struttura simile ad un castello di carte, instabile, pericolante e sfiancante. L’unico modo per uscirne fuori, ricostruire su fondamenta forti, è una rivoluzione culturale che ha la sua origine in quanto detto sopra. E deve essere condotta dalle donne ma anche dagli uomini. Perché solo rivalutare le posizioni di entrambi in questo mondo e i meccanismi virtuosi delle relazioni tra i generi, il rispetto dei diritti di entrambi e dei doveri, può dare frutti positivi.

D: Qual è il messaggio che hai voluto dare con il tuo Malamore?
R: Smascherare il vero colpevole: una società malata che crea vittima e carnefice, basando la sua struttura comunitaria di sopravvivenza su fondamenta che relegano la donna in posizione di subordinazione, poiché funzionale al meccanismo. Diciamo che invece di diagnosticare il sintomo della malattia, ho evidenziato la causa del male. Da cui ripartire.

D: Progetti futuri?
R: Per cominciare, insieme ai miei meravigliosi colleghi, Angelica (attrice, musicista e autrice), Paolo (regista, autore, giornalista) e Alessia Bausone (giurista e attivista politica impegnata in temi sociali), stiamo preparando lo spettacolo teatrale di Malamore, coinvolgendo artisti di fama internazionale; inoltre, Malamore diventa un progetto da portare nelle scuole e non solo, in tutti i luoghi in cui è più alto il rischio di violenza sulle donne. In cantiere un nuovo libro, dopo una nuova ricerca che sta per partire in una comunità minorile. Poi, progetti teatrali sempre nel sociale, il sodalizio con Astarte, il centro antiviolenza creato da Maria Grazia Muri, Vice Presidente dell’ordine degli Assistenti Sociali della Calabria che ha creato SOS Astarte, un progetto unico in Italia che offre 24 ore su 24 assistenza fattiva alle vittime e che, grazie ai fondi della Chiesa Valdese e dell’impegno di Jens Hansen, pastore valdese, ha creato un rifugio per le donne che subiscono il male dell’uomo. E tanto altro ancora, grazie anche all’appoggio della Commissione d’Inchiesta sul Femminicidio del Senato, presieduto dalla Presidente Puglisi, grande donna che si batte strenuamente per le donne e che ringrazio per avermi voluta al Senato e per le parole spese sul mio libro, così come ringrazio per l’impegno che, da donna sensibile, si è assunta nei confronti della Calabria la senatrice Doris Lo Moro, e Marinella Aversa, responsabile ufficio stampa del PD che mi ha sostenuta nel cammino e ancora mi sostiene. Insomma, abbiamo molto in cantiere, e dico abbiamo perché siamo un gruppo di donne geniali che ha capito che unirsi e far fronte comune, oggi in questa tematica ma sensibili ad ogni sopruso da scardinare, fa la differenza. La farà sempre.

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Anna Macrì nasce a Catanzaro l’8/03/1971. Fin da bambina mostra spiccata propensione per l’Arte, spaziando dalla scrittura al canto, dalla musica al teatro. Il suo percorso artistico nel teatro inizia grazie al Laboratorio “Studio 99”. Tante le opere teatrali interpretate, da Medea a Didone, da Mirandolina ad Etra, passando per il cinema con il docufilm su Mimmo Rotella per la regia di Eugenio Attanasio, “Rotella fuori posto” e il cortometraggio “Onora la Madre” di Angelica Artemisia Pedatella e Paolo Paparella, che ha concorso al David di Donatello del 2017. Vicepresidente dal 2013 al 2016, insieme a Rosario Amato e Filippo Stabile, dell’Associazione “Teatro dei XXIII” – compagnia Stabile-Amato di teatro danza – fonda anche il “Teatro di A”, insieme all’artista metamorfico Angelo Ventimiglia, Angelica Artemisia Pedatella e Paolo Paparella.

 

Floriana Naso

 

 


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Floriana Naso nasce a Torino il 15 dicembre del 1976. La formazione in economia non le impedisce di esordire nel febbraio 2017 con il romanzo 700 Giorni edito da Robin edizioni e di giungere finalista a diversi concorsi letterari. Pubblicherà quindi con: Historica Edizioni il racconto Amor Vincit Omnia; con Convalle Edizioni Le Boissier e con Pluriversum Edizioni Pei Chi Hsing. Collabora attualmente con TorinoStar Magazine come curatrice della rubrica culturale.

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