Parla con lei. I mille volti dell’universo di Almodóvar

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Quando nel 2002 nelle sale cinematografiche arriva Parla con lei (Habla con ella) Pedro Almodóvar non era per uno sconosciuto; Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), Carne tremula (1997) e Tutto su mia madre (1999) avevano già consacrato il regista spagnolo tra i più dissacranti, toccanti e trasgressivi narratori dei nostri tempi.
Tramite il suo “occhio” ogni pellicola, a modo suo, mette al centro temi e personaggi destinati molto spesso a restare ai margini della storia cinematografica. Spietati, toccanti, fragili: così sono molto spesso i film e i personaggi di Almódovar, un regista che, a modo suo, ha saputo creare un proprio genere, che, sapientemente mischia ribellione e sensibilità. Ma, nonostante la presenza di un sottile filo che collega insieme tutta la sua filmografia, ogni film non è mai uguale a quello precedente: ogni tema, anche se ripetuto, resta unico in ogni fotogramma.

Facendo un salto in avanti nella sua più recente produzione, Raimunda (Penelope Cruz), protagonista di Volver e Julieta (Emma Suárez) dell’omonimo film sono entrambe madri, immerse in un racconto dove la figura genitoriale femminile è la assoluta protagonista. Due film di un unico regista con lo stesso tema potrebbero suonare ridondanti, ma con Almódvar questo non accade: perché? Il suo cinema è molto simile allo stile di quei pittori che ripetono colori e temi, ma sanno distinguere ogni tela da quella precedente: se Almodovar fosse un pittore sarebbe Modigliani. Del pittore livornese conosciamo prevalentemente solo ritratti di donne, ma qualcuno se ne è mai lamentato o li ha trovati noiosi? A parte i non estimatori del genere, non credo.

In questo contesto di ritorni e somiglianze, Parla con lei è un caso che può sembrare abbastanza atipico. I protagonisti di questa pellicola sono quattro: Marco (Darío Grandinetti), Benigno (Javier Càmara), Lydia (Rosario Flores) e Alicia (Leonor Watling): i loro destini si incrociano all’interno di una clinica, dove entrambe le donne vivono in uno stato vegetativo. Marco è uno scrittore e giornalista argentino, giunto nella clinica per assistere Lydia, una torera che, dopo aver subito un’aggressione durante una corrida, finisce in coma. Benigno è l’infermiere di Alicia, una giovane ballerina che si trova nella stessa situazione per motivi diversi. A differenza di molte altre pellicole, qui, le donne sono per la maggior parte del tempo costrette dal destino a restare potenti ed incoscienti di fronte agli accadimenti, di non poter intervenire su cose che accadono e che le riguardano.
Sebbene Marco e Benigno tengano in mano la storia, in quanto persone presenti, il loro destino è silenziosamente mosso da quello delle donne che loro assistono. Marco è una figura solida e, seppur attraversata da forti turbamenti emotivi, comunque razionale; è l’esatto opposto di Benigno, accompagnato dalle sue ossessioni materne e da quella per Alicia fino al tragico epilogo.


Molto spesso è sempre il suo lato trasgressivo e scandaloso (si veda La mala educación) a precedere Almódvar prima di un’attenta riflessione sulla sua capacità di aver attraversato due decenni ed essere giunto nel nuovo millennio con soluzioni stilistiche e cinematografiche davvero uniche, che, come detto prima, lo rendono il fautore di un genere “almodovariano” che non trova paragoni.
Per comprendere a pieno quanto detto, bisogna soffermarsi principalmente su due punti, grazie ai quali si può comprendere la maestria del regista spagnolo. L’importanza di Almódovar è tale poiché regala al cinema una visione personalissima e toccante del lato più feroce e carnale dello spirito umano, non solo attraverso le storie, ma anche con mezzi tecnici. Il primo: Benigno – che  è ossessionato da Alicia, che ha visto per la prima volta dalla finestra del suo appartamento – racconta alla ragazza, che giace in stato vegetativo, un film muto che diventa per lo spettatore un film nel film. La storia è la grottesca vicenda di una scienziata che rimpicciolisce a causa di un esperimento il suo amato. Questi, una notte, mentre la donna dorme, scopre l’immensità delle sue nudità e ne approfitta del suo sonno per introdursi nelle sue parti intime “e vivere per sempre dentro di lei”. È il racconto di una violenza, la violenza che Alicia subisce da Benigno: è il racconto di un gesto orribile ma che non trova le tinte forti e cupe di una scena realistica né la dissolvenza di un non detto per essere raccontata. Diventa cinema, e attraverso il linguaggio del cinema qualcosa di spaventoso, disturbante ma comunque lontano, di cui si capiscono le conseguenze solo nel momento in cui si scopre che Alicia è rimasta incinta e Benigno finisce in carcere.


La seconda parte che ci aiuta a comprendere al meglio il valore “tecnico” di Almodóvar è il finale. Soprattutto a partire dalla seconda parte, quando Marco e Benigno restano sole presenze forti nella pellicola, pare che possiamo avere la certezza che l’intenzione del regista era quella di renderli protagonisti. Parla con lei è diviso in sequenze, ognuna delle quali porta il nome delle “coppie” che si formano durante il racconto. La piega che prendono gli eventi ci porta a pensare che i veri protagonisti siano i due uomini, che il tema centrale sia il loro legame, ma sul finale arriva una sorta di colpo di scena. Contrariamente alla convinzione di Marco, Alicia è viva e si è risvegliata dal coma. L’ultima scena è una sorta di accenno, di discorso lasciato a metà: prima del finale Marco e Alicia si guardano in un teatro e i loro nomi appaiono come sotto pancia. Tutto ciò può far credere che il racconto non sia terminato e la presenza dei due insieme spiazza lo spettatore attento. Infondo, le vite di questi due uomini, sono state condotte a quel punto dalle donne. Ancora una volta Almodóvar non riesce a tenere fuori queste magnifiche presenze dal suo cinema, che gira continuamente attorno a questo argomento senza, però, restare uguale a sé stesso.

Anna Giordano


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Anna Giordano vive e lavora tra Castellammare di Stabia e Napoli. Studia filologia moderna ma non ha mai posato i colori nel portapastelli. Ha partecipato ad alcune collettive e a due edizioni della Biennale del libro d'artista di Napoli. Una sua illustrazione, nel 2012 diventa parte di una campagna contro la violenza di genere. Ha inoltre illustrato un libro di italiano per stranieri e altri suoi lavori sono apparsi sulla rivista letteraria Lab/Or e online su Extravesuviana (di cui ha realizzato anche la copertina per una raccolta di opere di giovani autori della provincia) e Una banda di cefali, con i quali tutt'ora collabora. Nel marzo 2013 per 'Roundmidnight Edizioni è sbucato dai fondali marini Sott'Acqua, primo volume interamente scritto e illustrato da lei.

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