La felicità di navigare in Internet e la dipendenza da smartphone

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Per chi come me è nato negli anni ’90 o prima, all’inizio, il cellulare non sembrava altro che un telefono fisso da poter portare in giro: non si parlava infatti di smartphone, di “telefoni intelligenti”, e bastava spesso un semplice squillo per cambiarci l’umore per il resto della giornata. Inizialmente la comunicazione avveniva tramite SMS e anche gli MMS, coi loro contenuti multimediali, erano qualcosa di avveniristico: costavano un bel po’, erano abbastanza lenti nell’invio e sicuramente erano meno comuni di un SMS. Poi sono arrivati gli smartphone, i social, i vari Whatsapp, Telegram, Viber: nel giro di qualche anno la comunicazione telegrafica e non istantanea è diventato un continuo botta-e-risposta fra due interlocutori oppure fra interi gruppi di persone. I “pro” di una comunicazione così rapida ed efficace sono innumerevoli, ma sembra che ormai non si possa uscire una sera senza notare almeno un gruppo di ragazzi chini con la testa sui propri cellulari, senza proferire una singola parola fra di loro.

“Rabdomanti di segnale con il passo isterico, con il cellulare in mano come un manico, l’apparecchio sta vibrando euforico: ha scoperto il pozzo di denaro del gestore telefonico”
“Torna Catalessi”, Caparezza

Ragazzi con lo smartphoneViene dunque da domandarsi: è una semplice sensazione oppure è indice di qualcosa che sta cambiando nel nostro modo di relazionarci? Nell’ormai lontano 2008, il quotidiano britannico Daily Mail descrisse la nomofobia (no-mobile fobia) come la paura di perdere contatto con il proprio telefono indicando come il 53% degli utenti avrebbe attacchi di ansia e panico in situazioni di batteria scarica. Addirittura, anche se si parla di generica dipendenza da internet e non di dipendenza da smartphone, dalla collaborazione del Policlinico Gemelli di Roma e l’Università Cattolica è nato agli inizi del 2016 il “Centro Pediatrico Interdipartimentale per la Psicopatologia da web”. In India è stato elaborato uno studio a cura di due ricercatori della facoltà di sociologia della Ambedkar University, intitolato “Impact of Whatsapp on Youth: A Sociological Study”. In tale studio è stato preso un campione di 100 persone con età compresa fra i 17 e i 30 anni, ed è emerso che il 63% degli utenti utilizza Whatsapp più di 50 volte al giorno e controlla il telefono a ogni squillo, a prescindere dall’attività che sta compiendo, il 67% dichiara che Whatsapp sta sostituendo le relazioni “reali” e addirittura più del 70% rimanda il proprio lavoro a causa di esso e si sente drogato da esso.

Seppure lo studio prenda in considerazione solamente una delle app più famose di messaging, probabilmente tale risultato si potrebbe estendere anche ad app che presentino delle dinamiche simili. Chissà cosa succederebbe considerando chi, sul proprio telefono, gode della presenza contemporanea di app di messaging e uno o più social. La dipendenza da smartphone non causa solamente una gran perdita di tempo, ma sembrerebbe che le persone dipendenti perdano interessi, abbiano sbalzi d’umore, disturbi del sonno e in più disimparino la trasmissione delle emozioni utilizzando il linguaggio verbale, causando ancor più un ritiro dal mondo e una maggiore solitudine. I rimedi? C’è chi usa app che segnalino un uso eccessivo dello smartphone, chi preferisce assegnargli un posto ben preciso dove esso debba rimanere durante il corso della giornata e chi, semplicemente, preferisce cominciare a pensare che “se è urgente, mi chiameranno”.

Fabio Romano


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Nato a Teano nel 1990 nel pieno della calura estiva (11 agosto), attualmente residente a Cellole. Sin da piccolo appassionato di informatica, dopo il conseguimento della maturità scientifica decide di frequentare il Corso di Laurea in Ingegneria Informatica presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Chitarrista nel tempo libero, innamorato della musica in tutti i suoi generi, il suo lettore mp3 riporta una playlist che spazia dai Metallica a Debussy. Attualmente collaboratore di Grado Zero e autore di piccoli scritti autosomministrati.

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