Non avrete il mio odio: il libro che non dovrebbe esistere

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Era un giovane marito. Adesso è vedovo e il suo bambino è orfano. Fra il prima e l’adesso, l’assurda notte del 13 novembre 2015 a Parigi: la notte degli attentati.

Quella sera quasi tutti abbiamo ricevuto – parigini di nascita, d’adozione o di passaggio – un messaggio che diceva «State bene? Siete al sicuro?» e ne abbiamo mandati decine chiedendo la stessa cosa. Noi abbiamo potuto rispondere «Stiamo bene, siamo in casa», altri non hanno potuto.
Quella notte il giovane marito ha chiamato mille volte sua moglie Hélène ma lei non ha potuto rispondere. E non potrà più rispondergli.
Di attentati ce ne sono stati prima, ce ne sono stati dopo, ce ne sono stati altrove e, purtroppo, viene da pensare che ce ne saranno ancora. Ovviamente i morti sono tutti uguali. Meritano tutti lo stesso dolore, la stessa indignazione, la stessa pietà. C’è davvero bisogno di precisarlo? Probabilmente sì. Quindi: i morti sono tutti uguali. E se si ha la sensazione che alcuni sono più uguali degli altri è solo una questione di prossimità e di identificazione. Sai che la tua migliore amica passa ogni sera da rue de Charonne rientrando dal lavoro; sai che il tuo amico che porta sempre le bretelle e profuma di ammorbidente abita così vicino che ha sentito gli spari; sai che a non poter rispondere a quel messaggio, il 13 novembre, sarebbero potuti essere loro, o tu.

Si chiama Antoine Leiris il giovane vedovo che pochi giorni dopo aver perso sua moglie Hélène nell’attacco al Bataclan ha sorpreso il mondo con un post su Facebook. Erano due giorni che non mangiava, suo fratello era andato a casa sua per preparargli il pranzo e obbligarlo a buttar giù qualcosa: chiamato a tavola ha premuto Invio senza pensarci troppo. Alcune dita premono sui grilletti, altre sui tasti del computer: alcune distribuiscono morte, altre fanno fiorire parole.
La sua lettera è diventata in poche ore (come si dice) virale, è stata ripresa dai giornali, è stata tradotta in tante lingue. Diceva agli attentatori «Non avrete il mio odio». Diceva: «[N]on vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete». Con la promessa che per tutta la vita il suo bambino farà loro l’affronto di essere felice e libero.

Quel messaggio postato su Facebook è diventato un libro pochi mesi dopo. È diventato il suo primo libro, il libro che avrebbe voluto non dover mai scrivere.
In Italia, Non avrete il mio odio è uscito a fine aprile edito da Corbaccio.

È una manciata di pagine, che si leggono con un nodo in gola. È il diario di quei terribili giorni, quei giorni inimmaginabili, dalla sera del 13 novembre al 25, giorni senza senso, scanditi dai ritmi della vita del piccolo Melvil (il risveglio, la pappa, i giochi, il pisolino, il bagnetto, le canzoncine, le fiabe).

Nel libro è del tutto assente la dimensione politica; è tutto solo privato. Qui non ci sono accuse, né richieste di giustizia. Leiris non si rivolge mai agli attentatori (se non nel titolo e nel post pubblicato su Facebook che è qui riprodotto nelle pagine centrali) e comunque lo fa considerandoli solo gli artefici – ovviamente non incolpevoli – di un destino che crudelmente ha voluto così. Non certo perché sia indifferente il fatto che qualcuno agisca consapevolmente per togliere la vita a qualcun altro, ma perché ora conta solo l’assenza. Conta solo che lui abbia perso l’amore della sua vita e il loro bambino sia stato privato di una delle cose che sembrano più naturali al mondo: avere una madre che ci guardi crescere e che vedremo invecchiare.

Leiris, che di mestiere fa il giornalista, ci consegna una testimonianza commovente perché autentica, fatta di quotidianità, della quotidianità di un uomo che si trova a vivere l’impensabile, che deve cercare il modo di sopportare l’insopportabile, di ridare un senso a qualcosa che sembra non avere nessuna logica, per sé e per un bimbo di diciassette mesi che fra poco inizierà a chiedere perché. Un uomo che deve fare i conti col fatto che il mondo continua a girare anche se lei non c’è più. Un uomo incredulo davanti al fatto che, anche se lei non c’è più, qualcuno suona alla porta per la lettura del contatore. Un uomo che deve cercare di rimettere insieme i pezzi di un puzzle fatto saltare in aria – come dice lui – a colpi di mitra. Un uomo che davanti alla tomba di sua moglie sente di avere tutta la sua vita sotto i piedi.

Il libro è scritto bene, con pudore; è misurato e delicato. Non c’è rabbia, non c’è esibizionismo, solo tanto dolore ma anche tanta dolcezza e tanto amore.
Ed è proprio questo che si ammira e che sorprende in lui: questa lucidità, questo messaggio di non-odio davanti a fatti che in altri provocherebbero reazioni scomposte e anche desiderio di vendetta.
Ma la chiave di lettura la dà lui stesso: nel libro (dove già spiega che non si tratta né di dimenticare né di perdonare), ma soprattutto nella bella intervista rilasciata in televisione al bravo François Busnel alla vigilia della pubblicazione in Francia (e negli altri interventi, vista la grande attenzione riservatagli dai media). Leiris spiega, infatti, che non si tratta di non provare odio: dice che l’odio è un istinto e confessa di sentirlo crescere dentro di sé in alcuni momenti. Ma – continua – abbiamo l’intelligenza e la ragione per controllarlo. Precisa, quindi, che il messaggio che ha voluto trasmettere con il suo post, prima, e con il libro, dopo, non è che i terroristi non avranno il suo odio perché lui non provi odio, ma perché ha deciso di non lasciarsi guidare da questo sentimento che sarebbe solo distruttivo.
Quando poi gli viene chiesto se la scrittura, in quelle giornate, sia stata terapeutica, risponde no. La scrittura non è stata terapeutica e non lo ha aiutato a capire meglio, ma i momenti di scrittura davanti al computer, mentre Melvil dormiva, sono stati come parentesi nella desolazione di quelle giornate. E poi – dice – le parole erano lì, sono venute da sé.

Ovvio pensare che in un mondo meno assurdo Hélène sarebbe viva, Antoine Leiris avrebbe ancora sua moglie e non quel velo di dolore stupito sugli occhi, il piccolo Melvil avrebbe ancora la sua mamma, e questo libro non sarebbe stato scritto.
E invece, questo libro ce l’ho tra le mani…

 

Manuela Corigliano


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Manuela Corigliano nasce vicino a Milano il 26 luglio 1979. Si laurea, a Milano, in Lingue e Letterature Straniere con una tesi a cavallo fra linguistica francese e traduttologia. Circostanze professionali e personali la rendono perfettamente trilingue (francese e spagnolo, oltre all’italiano). Dal 2005 vive a Parigi, dove si occupa di traduzione e correzione di testi. La letteratura è il suo respiro, tra un’apnea e l’altra. Lettrice vorace nelle sue tre lingue di lavoro, scrive in versi e in prosa.

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