Marcovaldo e l’idea di un cittadino “suo malgrado”

Condividi!

L’amore per la natura di Marcovaldo è quello che può nascere solo in un uomo di città: per questo non possiamo sapere nulla d’una sua provenienza extracittadina; questo estraneo alla città è il cittadino per eccellenza.
Italo Calvino

Marcovaldo

La raccolta di racconti Marcovaldo, che segue nel suo scandirsi il ciclo delle stagioni, è uno scritto ambivalente, considerando il pubblico a cui può indirizzarsi: da un lato un pubblico adulto, maturo, che legge tra le vicende di Marcovaldo e dietro il suo modus vivendi in rapporto alla sua città la critica di Calvino a una società industrializzata che ha dimenticato cosa sia la Natura, la critica al cittadino che non riesce (o non vuole) tornare a un periodo di armonia con la dimensione naturale essendosene estraniato, essendo diventato, spinto e “modificato” dal vivere cittadino, un alieno della Natura. Dall’altro lato, il libro si rivolge a un pubblico di bambini e di adolescenti che rivedono nelle vicende di Marcovaldo quelle stramberie che anche la loro fantasia genera e che sono considerate strane e perfino sciocche dagli adulti. Marcovaldo non segue la logica razionale quando si tratta di rapportarsi a un evento naturale che per caso gli capita di trovare nel suo contesto sociale e cittadino, è preso alla sprovvista e preso dalla sua enfasi nei confronti di tutto ciò che esula dai comuni schemi di città, finisce per combinare, nella maggior parte dei casi, guai. Nel racconto La villeggiatura in panchina, riguardo il suo desiderio di Natura, si legge:

Aperse gli occhi, si rigirò sulla panca, guardò le stelle tra i rami. […] Addormentarsi come un uccello, avere un’ala da chinarci sotto il capo, un mondo di frasche sospese sopra il mondo terrestre, che appena s’indovina laggiù, attutito e remoto. Basta cominciare a non accettare il proprio stato presente e chissamai dove s’arriva: ora Marcovaldo per dormire aveva bisogno d’un qualcosa che non sapeva bene neanche lui, neppure un silenzio vero e proprio gli sarebbe bastato più, ma un fondo di rumore più morbido del silenzio, un lieve vento che passa nel folto d’un sottobosco, o un mormorio d’acqua che rampolla e si perde in un prato.

L’estraneità del cittadino alla Natura pare significativo nel racconto Il bosco in autostrada, in cui i figli di Marcovaldo in cerca di legna si spingono fuori dall’abitato cittadino in cerca di un bosco:

Italo Calvino

Ai lati dell’autostrada, i bambini videro il bosco: una folta vegetazione di strani alberi copriva la vista della pianura. Avevano i tronchi fini fini, diritti o obliqui; e chiome piatte e estese, dalle più strane forme e dai più strani colori, quando un’auto passando le illuminava coi fanali. Rami a forma di dentifricio, di faccia, di formaggio, di mano, di rasoio, di bottiglia, di mucca, di pneumatico, costellati da un fogliame di lettere dell’alfabeto. – Evviva! – disse Michelino, – questo è il bosco! […] – Dove l’avete preso? – esclamò indicando i resti del cartello pubblicitario

È su un dualismo che si svolgono le vicende di Marcovaldo: la confusione, il dinamismo caotico della città, e l’insoddisfazione frustrante che la avvolge, si contrappone alla quiete della natura che Marcovaldo tenta di riprodurre in quella sua “villeggiatura in panchina” ma non riuscendo a “eliminare” quelle “interferenze cittadine”:

E adesso gli dava fastidio quel semaforo che s’accendeva e si spegneva […] «Come dormirei bene se non ci fosse quell’affare! Come dormirei bene!»

A volte Marcovaldo tenta di portare la natura nella vita cittadina sperando di far convivere le due dimensioni: è così che in Funghi in città, si ritrova in ospedale per un’intossicazione da funghi e ne La cura delle vespe si ritrova nel medesimo ospedale rigonfio per ripetute punture.

Ma lui la natura la ama e dopo ogni sconfitta ci riprova sempre a portare un po’ d’aria di natura in mezzo alla grigia monotonia cittadina; così ne La città smarrita nella neve si legge:

Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita

E ancora in Funghi in città:

Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse sul ramo, una piuma che si impigliasse in una tegola, non gli sfuggivano mai: […] non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola […] che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua vita

Alberto Asor Rosa

Alberto Asor Rosa definisce Italo Calvino come uno scrittore morale intendendo: «quello che si limita a suggerire dei comportamenti e ad additare una linea di condotta: ma, al tempo stesso, affianca alla natura apparentemente limitata del “messaggio” l’inflessibile persuasione che non si può rinunciare alle regole di comportamento né a proseguire con fedeltà e tenacia una linea di condotta».

Dietro a una risata, pare per il lettore maturo aprirsi un interrogativo: non c’è forse dietro Marcovaldo, quell’idea di umorismo pirandelliano? Non è forse Marcovaldo un uomo che soffre come in una trappola cittadina e che con le proprie stramberie sta mostrando al mondo la propria resistenza a essa?

Roberta Attanasio


Condividi!

Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

Lascia un commento

Torna su