La cognizione del dolore secondo Nanni

Condividi!

Mia Madre, dodicesimo film di Nanni Moretti, presentato al festival del cinema di Cannes.

Un film fragile, che si regge su un’architettura sottilissima. Tutti gli elementi che Moretti ci ha abituato a ritrovare nei suoi film, tornano anche qui: un cinema da sempre personale, coinvolgente, umano. La figura della madre è stata una costante, sin dall’esordio nel 1976. È stato, ad esempio, capace di coinvolgere la madre in alcune scene del film autobiografico Aprile (1998), dove interpretava se stessa, Agata Apicella, e a questo cognome si è ispirato Moretti , rendendole così omaggio, per il personaggio di Michele Apicella, protagonista, da lui stesso interpretato, in cinque dei suoi film. Mia Madre, facendo riferimento ai diari personali del regista, che scrisse durante la lavorazione al film Habemus Papam, ricchi di ricordi e sensazioni, racconta quando il regista si trovò a dover vivere la perdita della propria madre.

Senza sadismo, senza “pornografia”, ma con un rimpianto dai toni dimessi, Moretti mette in scena il dolore, ben consapevole che un dolore così grande e personale va affrontato lateralmente: non è né il ritratto di una anziana professoressa di latino, né la storia di una regista, madre e figlia, disorientata e perennemente inadeguata, né la storia della preparazione alla morte della madre. È un film sulla madre, nel quale mancano caratterizzazioni nette. Una scelta consapevole di non tagliare in caratteristiche precise i suoi soggetti, lasciando a volte pezzi diversi di storie che faticano ad amalgamarsi. Il dolore diventa fessura dell’anima e solo così diventa comunicabile attraverso il pudore e la sensibilità linguistica di Moretti.

Ada (Giulia Lazzarini) la mamma, la professoressa di latino in pensione, dolce e assente, teneramente testarda, non è un vero personaggio, Moretti non ne indaga appieno i tratti psicologici, è piuttosto lo spettro della perdita che aleggia nelle vite dei figli.  Alter ego di Moretti è Margherita Buy, una regista alle prese con la lavorazione del suo nuovo film, ma anche con tanti problemi personali da affrontare tra i quali la perdita della madre.  Anche in questo film Moretti sceglie di non affidarsi il ruolo del protagonista:

Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente? (Ecce Bombo)

Moretti e la sua grazia della sottrazione, un’assenza che è una forte presenza. Giovanni (Moretti) il figlio maschio, quello che ha più paura di accettare la cosa, quello che cerca di razionalizzare tutto, quello più fragile che si porta dentro questo atteso e lungo lutto, tanto da prendersi un’aspettativa a lavoro. Il ruolo scanzonato è affidato a John Turturro,  il quale  interpreta un attore, Haggis, nel film di Margherita Buy, un imprenditore americano che acquista una fabbrica, con l’intenzione di licenziare il personale. Personaggio in parte penalizzato da un doppiaggio che alterna fasi in lingua da fasi in italiano, un italiano mal parlato logicamente, per suscitare un facile riso, balli e canzonette in puro slang italico, forse troppo caricaturizzato nel ruolo del divo ingestibile che va ripetendo “Kubrick era pazzo di me”.

Voglio vedere l’attore accanto al personaggio

questa frase viene ripetuta spesso, forse ossessivamente dalla regista, cercando di incitare i suoi attori citando Brecht senza comprenderne il significato. Una frase che può sembrare secondaria ma che è una prerogativa di molti personaggi morettiani in realtà, e accade anche a lei nel film: durante la felliniana passeggiata nei ricordi incontrerà se stessa giovane, la madre, il fratello. È Nanni che guarda se stesso da fuori e si dice “Rompi uno dei tuoi schemi”, perché, come ha più volte confessato il regista: “è faticoso avercela con sé stessi, più ancora che con gli altri”.

Tutto il film è giocato su un ritmo particolare, dove si alternano ricordi, sogni e realtà; si mescolano piani diversi in modo apparentemente confuso, ma ordinatissimo. È questa una delle tante qualità del cinema di Moretti, scene oniriche tra passato e presente, tra sogno o son desto. Forse non tutti lo ricordano ma questa tecnica era già stata usata da Moretti in Sogni d’ oro (1981). Il dolore, il lutto, la perdita e il rimorso erano già stati analizzati ne La stanza del figlio, ma la differenza tra i due film è evidente: lì il dolore è improvviso, dirompente, angoscia e devasta tutti e tutto; in Mia madre è l’attesa sicura del distacco più doloroso per un figlio, e viene raccontato con tempi lunghi e dilatati. La morte della madre era già stato toccato da Moretti come tema, seppure in modo sintetico, in La messa è finita (1985) l’evento tragico lì crea angoscia nella vita del giovane prete, perché è quell’ evento che rompe i suoi schemi, le sue abitudini, Giulio infatti si ritrova a gridare contro la salma della madre: “Perché l’hai fatto? Ora chi ci pensa a me?”. In questo film invece i due fratelli si lasciano trasportare dai ricordi e dalla vita, con una forma di rassegnazione.

Credo che Mia madre sia tra i film più belli di Nanni Moretti. È un film che spiazza in continuazione, difficile assegnargli un solo significato: è un film sull’essere genitori, e una delle scene più belle è quando padre e madre insegnano alla figlia ad andare in motorino, non poteva mancare in una scena così importante una colonna sonora che mettesse serenità e allegria (baby’s coming back to me di Jarvis Cocker) è un film sull’essere figli, è un film sul cinema, sulla realtà che spesso è finta e ci imprigiona, sul ruolo e la fatica dell’attore, sulle angosce di un regista, su un cinema italiano che fatica a rinascere, è un film sull’insegnamento fatto di nozioni, di gesti, di sguardi, di carezze, di schemi rigidi e di trasgressioni. É un film sulla solitudine, sulla paura, sulla debolezza. É un film sul futuro, quando la madre è ormai morta, ma Margherita vedendola ancora viva le domanda:

Mamma, a cosa stai pensando?

A domani

Forse il vero messaggio che Moretti vuole lanciare con questo film, che da giovane studentessa di lettere, figlia di una professoressa di latino e greco, e da grande fan di Moretti, guardo con occhi e con un’attenzione particolare è :

Non ti fermare al primo significato di un verbo che trovi sul vocabolario

credo che questo debba essere il modo per noi di guardare il futuro, non fermiamoci alle prime impressioni, la vita è tanto altro.

Anna Chiara Stellato

 


Condividi!

Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

Lascia un commento

Torna su