Far poesia #1 – Creatività e storia

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Le attività che vedono gl’uomini impegnarsi nell’agricoltura, nella navigazione, nell’edilizia, tutte stanno al dominio della virtù. Ma molti mortali, dediti al ventre e al sonno, privi di dottrina e cultura hanno attraversato il corso dell’esistenza alla stregua di viandanti. E per costoro – contro natura, di certo – il corpo fu fonte di godimento, l’anima di peso. La vita loro io pari alla morte la stimo, giacché di se stesse, entrambe, non lasciano che silenzio. In verità appunto, davvero vive e gode della propria anima ai miei occhi colui che, impegnato in qualche attività, ricerchi la gloria di un’impresa insigne o d’una occupazione ben svolta.
Gaio Sallustio Crispo, “De coniuratione Catilinae

In greco antico, il verbo poiêin, l’etimo di poesia, esprimeva l’atto umano di plasmare l’elemento naturale grezzo al fine di formare un prodotto compiuto. Può esser reso in italiano con «fare» nel senso di «produrre, forgiare, creare». Per i Greci, che intendevano il creare come un rapporto alla pari con la natura, compiuto è “pienamente soddisfacente in base alla forma mentale, al proposito ideale e all’obiettivo materiale e sociale del creatore che compie ciò per rafforzare la propria armonia con la natura”, vien facile affermare che poiêin esprimeva l’azione dell’uomo sulla natura avente come fine la creazione d’un prodotto che sia realizzazione e concretizzazione dell’uomo stesso in seno alla natura e ad una società. Rendiamolo allora anche con «realizzare, materializzare, esprimere compiutamente». Ecco qui: siamo a stento a metà della prima colonna, e già lo sboròne che vi parla s’è incartato in tre contraddizioni. Uno: si pone una definizione di poesia come mera azione, prescindendo del tutto e dalle direttive metodologiche di studiosi ben più autorevoli dell’autore di quest’articolo, e dall’immancabile contesto storico-culturale-politico-social-eccetera in cui i vari poeti delle varie epoche hanno poetato, e dai diversi paradigmi nel cui ambito ogni epoca ha fissato il modo di far poesia (e cioè le tecniche di gestione del ritmo, i generi letterari dominanti, i canoni della selezione linguistica e stilistica) con cui un poeta inevitabilmente s’è dovuto rapportare. Due: può davvero definirsi qualcosa di così vasto e complesso come la poesia sulla base della semplice etimologia del termine, senza arrivare a peccare di nominalismo? Tre: tra così tanti poeti che potevi citare là in testa, mi vai a mettere proprio Sallustio, lo storico moralista, che con la poesia non c’azzecca niente?

Il famoso “ritratto” di Apollinaire, precursore della poesia visiva, celebre esempio di come la poesia sia volontà di potenza e possa trascendere ogni schema interpretativo

Partiamo dall’ultimo, dal proemio della Congiura di Catilina, da Sallustio che pone le basi filosofiche (direi più antropologiche) della sua “morale”, il cemento che, pur dando solida immobilità al suo giudizio sui fatti che s’accinge a narrare, sarà dello sviluppo narrativo-descrittivo di essi principio attivo e dinamico. L’ago della bilancia della storia è l’azione dell’uomo, la quale è conforme alla natura umana solo quando si lascia guidare dalla virtù. Questa nello storico, fortemente influenzato dalla filosofia platonica, è virtù dell’animo, è cioè ingenium (: «talento, intelligenza, ispirazione, invenzione»). Questo il perché delle virgolette: non può ridursi a “morale” una concezione che fonda gli eventi storici su premesse che pongono tanta attenzione sull’uomo e sul suo agire concreto, seppur tale azione porta nelle sue conseguenze alla bontà o malvagità dell’individuo e alla corruzione dell’intera società. È nelle premesse tuttavia il principio dell’analisi storica sallustiana. Azione che sottosta all’ingenium è azione creatrice in senso identico a quello del greco poiêin, ma l’accettazione di questa identità ci pone ad un livello ulteriore del discorso: poiêin, che può rendersi genericamente con “atto creativo”, non è il semplice etimo di poesia, è invero partecipazione dell’uomo alla propria natura, l’esser uomo dell’uomo. (In più, una semplice associazione d’idee può condurci a Karl Marx e a quella che nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 egli definisce “vita generica”, per capire quanto poiêin e il suo senso da noi individuato non sia nulla di nuovo, e ardito, e inconcepibile).

Giorgio De Chirico, “Le muse inquietanti”, 1917

Proviamo ad applicare, a questo punto, la nostra accezione di poesia alla realtà, facciamola diventare un manifesto poetico. Quando si fa (poiêitai) l’arte, si esplica la propria essenza al di là del proprio contesto biografico e culturale, al di là delle stesse nozioni e tecniche che in seno a questi ambiti l’artista ha potuto assimilare. Le nozioni e tecniche, per quanto fondamentali e necessarie come mezzo e campo d’azione dell’espressione artistica, costituiscono tuttavia la componente artificiale dell’atto creativo, né sono arte affatto in sé per sé, senza il personale, individuale slancio umano dell’individuo creatore. Quest’ultimo infatti assimila necessariamente nozioni e tecniche, ma il suo esser creatore è appunto nel dare ad esse un senso e una essenza umane, in quanto forme dell’espressione d’un nudo e crudo sentire – quindi immediato, convulso, a-razionale, vivido e pulsante. Materializzazione di se stessi in seno a una società, ma senza uno scopo sociale, politico, esistenziale, materiale immediatamente percepito neanche da parte dell’artista stesso. L’atto creativo è ineffabile, impercettibile, inesprimibile in alcun modo che non sia la creazione stessa: è lo slancio più umano, la possibilità unica che ha l’essere umano di essere, di addentrarsi senza mediazioni razionali, artefatte, pregiudizievoli all’interno della sua natura vera e propria. L’atto creativo che ha generato una determinata poesia, e che di essa costituisce l’autentica essenza, il vero senso culturale della poesia come di qualunque altra opera di genio, non può circoscriversi. Non possiamo studiarlo, non è materia da intellettuali e da professori, è cultura, e in quanto tale è roba da uomini, da uomini che s’impegnano a godere della vita come della propria anima, nel senso già visto della virtus sallustiana. Si può spiegare, classificare, circoscrivere in ambito tecnico e storico una poesia, ma non la poesia ch’è in essa.

Scopo dunque di questo mio scritto è tracciare una netta distinzione tra la poesia dei poeti e quella dei professori, tra lo slancio creatore propriamente umano e la propriamente accademica sterile vivisezione di ciò ch’è stato creato, tra chi dona se stesso e chi applica, o esibisce, il proprio sapere. Tra poesia, che è essenzialmente il farla, e ciò che, pur godendo di un’annosa tradizione, pur vantando ottimi studiosi, con essa non ha nulla a che fare.

«poesia / è il mondo l’umanità la propria vita / fioriti dalla parola», scrive Ungaretti. E un profondo critico del far poesia come Giacomo Leopardi, iniziatore della radicale (seppur di lunga durata) rifondazione stilistica della lirica italiana, individuava nelle facoltà percettive la genesi del “piacere”, che per lui è la materia prima dell’immaginazione e creazione poetica. Gettando l’occhio poi alle basi teoriche della metodologia lirica occidentale, ritroviamo nella Poetica di Aristotele il concetto di meraviglia dinanzi al fenomeno naturale (la nostra ispirazione) come stimolo per la produzione-creazione poetica. Di segno – umanamente, creativamente, non storicamente e culturalmente – identico è l’«incanto di realtà schiettissimo», ben nota descrizione pascoliana della genesi a-razionale della meraviglia.

Il filo rosso che lega queste concezioni (pur così diverse tra loro per epoca e cultura) del far poesia è evidente: essa è espressione in un certo qual modo d’un contatto immediato – sensoriale ma non empirico, astrattivo ma non concettualmente elaborato – dell’uomo con la propria natura, intesa sì come mondo di cui l’uomo è parte integrante, ma che non è assurdo definire bagaglio di percezioni fisiche e intellettive, di astrazioni e speculazioni intellettuali ed emotive, di precetti culturali accettati e non, di quotidiane consuetudini e sporadiche occasioni d’incanto. È parola della vita in tutti i suoi aspetti, slancio incantato della vita individuale che riversa la volontà naturalmente umana di esprimere e comunicare sulla vita stessa: la plasma, la discute, la celebra, la rifiuta, la ama, la odia, la brama, la respinge. Non è possibile negare che poesia è la vita dell’uomo, sua espressione più umana e sublime; poiché nulla è più vita di quanto essa stessa che plasma e crea con l’aver per oggetto se stessa. In questo senso, poesia non è più il semplice annerire un foglio, è invero il naturale spiegarsi dell’umano ingenium. Anche il salumiere, sì; anche il falegname e il barbiere che svolgono la propria attività con perizia e passione, li chiamo poeti.

Alberto Savinio, Il sogno del poeta

Sarebbe tuttavia semplicistico, inesatto, forzato, ridurre la poesia-creatività a mera espressione di sé e della propria vita, a una semplice trasposizione sul piano materiale di ciò che un uomo è in seno alla propria esperienza biografica e culturale, e cioè alla propria coscienza di sé. Bisogna intendere per esperienza di vita oggetto della poesia quella che Nietzsche in uno scritto del 1874, “Verità e menzogna”, chiama “grande ragione”, il flusso convulso, indomo e sempre eccessivo, inesplicabile quanto incompreso, degli impulsi a-razionali che accompagnano ogni attimo della nostra esistenza, a cui pon freno e argine la “piccola ragione” razionale, emozionale, cosciente di sé e del mondo, col suo affermarsi e tendere all’equilibrio all’astrazione alla perfezione. La vera vita, secondo Nietzsche, sta nel terribile mistero della grande ragione, e «dire di sì alla vita», ergersi dinanzi a tutto questo, affrontarlo con tutti se stessi, è il primo passo della mente creativa.

L’atto creativo è la base concretamente umana di qualunque espressione materiale dell’uomo che non si dedichi «al ventre e al sonno». L’umanità diviene azione-creazione solo con l’atto creativo, che è la genesi d’ogni espressione artistica e culturale di cui è capace l’essere umano.

Chanchanito


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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