Trent’anni senza Eduardo De Filippo

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A trent’ anni dalla morte di Eduardo De Filippo, per tutti solo Eduardo, ho sentito la necessità e il desiderio da napoletana di ricordare il grande drammaturgo, attore, sceneggiatore e poeta italiano. Un uomo semplice, formatosi con sacrifici, che ha vissuto il degrado, la povertà e la fame portati dalla guerra, e ha saputo allo stesso tempo raccontarlo con grande passione e delicatezza.

Su Eduardo hanno già scritto tanti, e tutti si sono misurati con la difficoltà di parlare di un mito, perché di mito si tratta per i napoletani e non solo. Io non ho avuto l’onore di poter esprimere la mia ammirazione per il suo teatro e le sue opere, vedendolo recitare dal vivo, ma sono cresciuta guardando tutto quello che ci ha lasciato, e oggi mi sono ritrovata all’università a studiare in parte il grande personaggio che è stato. Il teatro di Eduardo è ancora molto amato e molto attuale, probabilmente perché è sempre stato attento al sociale, ai rapporti inter-familiari, alle dinamiche domestiche.

Riconosciuto tra i massimi esponenti della cultura italiana del Novecento, per i suoi meriti artistici e per il suo impegno civile per Napoli, fu nominato senatore a vita nel 1982, poco più di due anni prima della sua morte. In quell’occasione Eduardo rivolse un’interpellanza all’allora ministro di Grazia e Giustizia Clelio Darida, sulla condizione dei giovani detenuti nell’Istituto “Filangieri” di Napoli; parlando anche di se stesso e del suo lavoro, rivendicandone in sostanza la valenza sociale, con un misto di umiltà e orgoglio:

Lasciando da parte i testi scritti durante il fascismo, quando le allusioni alle malefatte sociali e politiche erano, a dir poco, mal viste e quindi i granelli di satira bisognava nasconderli tra lazzi, risate e trovate comiche, a partire dal 1945 in poi non c’è stata commedia scritta da me che non abbia riflettuto aspetti della realtà sociale italiana.

e cita come esempio Napoli Milionaria 

Ho trattato vari problemi del nostro Paese, molti dei quali ancora oggi irrisolti, primo fra tutti la questione morale, poiché solo su una base morale l’uomo attraverso i secoli ha edificato società e civiltà.

L’ironia, la forza e la comicità del teatro eduardiano vivono sulle spinte contraddittorie su cui è progettata l’opera, una corrente alternata di distacco e simpatia che distingue il rapporto dell’autore-attore con il protagonista e consente così allo spettatore di ridere dei protagonisti, ma anche di compatirli. Cosa sono stati questi trent’ anni senza Eduardo per il teatro ? secondo il figlio Luca:

Per il teatro, trent’anni passati inutilmente. Perché si è fatto mettere ai margini della vita culturale senza ribellarsi. Per Eduardo il teatro era “un servizio sociale; anche quando è intrattenimento –  diceva  –  o serve per crescere o è inutile, fesso. Tutti i suoi testi parlano alle coscienze. Filumena Marturano, ad esempio, portò al riconoscimento dei figli fuori dal matrimonio.

Per tutti i napoletani la sua scomparsa è stata dolorosa come la morte di un padre, un maestro, ma in realtà nessun napoletano si è mai staccato da quella figura. Eduardo continua a vivere tra le vie di Napoli, e nelle nostre vite, basti pensare a come è ormai entrato nel nostro modo di pensare e di parlare, le continue citazioni che colorano i nostri discorsi, i nostri interventi, le nostre giornate. Tutto questo perché ha saputo dare voce a tutti sentimenti, i dolori e le contraddizioni dell’animo umano nelle situazioni più dolorose come in quelle più ironiche e comiche.
Mi piace concludere questo piccolo ricordo di Eduardo con una sua frase:

« … è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo!! Così si fa il teatro. Così ho fatto! ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! e l’ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato. »

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Anna Chiara Stellato


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Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

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