E ora (s)parliamo di Supersex

Vorrei tanto non dover scrivere tutto questo. Essere di un’altra opinione. E dire che ci avevo anche creduto, che Supersex l’avevo tanto aspettata. Che le avevo accordato tutta la mia curiosità, quando io mai prima d’ora, a memoria mia, ho iniziato una serie tv proprio nel giorno del suo rilascio. Di solito aspetto, vedo come va a finire, ché il tempo è poco e non mi va di sprecarlo con chi non lo merita. Non stavolta, però: un po’ perché il marketing ha giocato bene, e l’attesa ha iniziato a farsi sentire quando doveva; un po’ perché nonostante mi abbia già più volte deluso, va a finire sempre che sto più tempo su Netflix che su qualunque altra piattaforma; e un po’ perché suvvia, dai, stiamo parlando di Rocco Siffredi.

Rocco è un mito, nel senso che diamo alla parola per indicare qualcuno capace di travalicare lo spazio e il tempo e diventare icona assoluta di riferimento. Un simbolo, insomma. In genere, è uno status che si attribuisce a chi non è più al mondo, come Gandhi, Elvis Presley o Marilyn Monroe. Infatti, in molti sui social esprimevano la propria perplessità su un’operazione biografica cucita su un personaggio ancora vivo e vegeto (e bello attivo, per giunta). Il fatto è che Rocco condivide coi miti la caratteristica di debordare dai confini dell’ambito che lo ha reso celebre per diventare altro, un po’ come con le ragazze che indossano le t-shirt con le stampe di Marilyn senza averne mai visto un film. Scegliete pure voi per cosa stia quell’altro: un emblema di mascolinità, lo stallone (che brutta parola) per eccellenza, lo sdoganamento del tabù della sessualità che si incarna in un vip qualunque per la tv generalista. Però, prima, con i miti devi condividere pure un requisito imprescindibile, e cioè quello di avere una storia.

Non che Rocco non ce l’abbia. In fondo, tutti noi abbiamo sentito il suo nome, ma quanti ne conoscono davvero la vita e le opere? Quanti, prima di Supersex, sapevano delle sue origini abruzzesi, o delle sue traversie familiari? Quanti lo hanno davvero mai visto in azione? Quanti sanno degli innumerevoli premi vinti per il suo lavoro? Manco a voler dire che è la serie a non avere una storia: è solo che, forse, la prospettiva era sbagliata.

A questo punto, possiamo dare per scontato che, a differenza della filmografia dell’attore Rocco Siffredi, Supersex sia stata vista praticamente da tutti, chi per intero, chi assaggiandone un paio di episodi giusto per farsi un’idea. È noto, dunque, che la serie parta da un momento di crisi del Rocco adulto, per poi andare subito indietro, al Rocco bambino, curioso e immacolato, proprio come un biopic. Prosegue subito con il Rocco ragazzo, alla scoperta di sé e del mondo, o del mondo attraverso di sé, proprio come un coming of age. Nel terzo episodio, infine, si mette in pari, con il Rocco nuovamente adulto che ha sempre il fisico e il volto di Alessandro Borghi, alle prese con gli esordi difficili, relazioni difficili, una famiglia difficile, proprio come un drammone qualunque.

E il sesso? Il sesso c’è, ovviamente. In ogni puntata, tra Rocco e le fidanzate, Rocco e le colleghe, Rocco e le prostitute, Rocco e le donne occasionali. Va da sé che, senza prenderci in giro, se ci danno una serie sul pornodivo italiano più famoso nel globo e la intitolano Supersex, noi ce la guardiamo proprio perché ci aspettiamo il sesso (quello, e i famosi centimetri). Però non basta mica il sesso a tenerci svegli – anche perché, diciamocelo, noi tutti abbiamo internet. Quindi, prima o poi, ci stufiamo pure di sbirciare il movimento sopra e sotto le lenzuola, ma vogliamo anche la drammaturgia.

E pensare che, neanche un anno fa, abbiamo avuto un significativo esempio al riguardo: si chiamava The Idol, fu presentato con clamore e sussulti nientemeno che a Cannes, per poi infrangersi al suolo delle nostre aspettative di telespettatori. Che cosa ricordiamo, a oggi, della serie di Sam Levinson e colleghi, se non quella fantastica colonna sonora e la meravigliosa messa in scena? Se non, vale a dire, la confezione? Niente. Neanche le scene di sesso. Forse, soltanto la noia e la difficoltà di arrivare fino alla fine.

Ecco, possiamo dirlo senza troppi peli sulla lingua? Il problema di Supersex è che è noioso. Si perde nel racconto di Tommaso e Lucia, il fratello maggiore di Rocco da lui tanto idolatrato e sua moglie, che da un certo punto in poi neanche si capisce più perché siano così importanti, se non per lo scopo apparente di creare nella trama un (inadeguato) filone simil-gangster. Trascina sullo schermo la figura inconsistente di Sylvie, la fidanzatina parigina del nostro, senza darle una sua linea. Al contrario, relega la madre a una voce all’altro capo del telefono, quando è chiaro che il dramma cominci proprio lì, a Ortona, e si dimentica poi del padre, del rapporto di Rocco con la religione, della morte del fratello Claudio, dopo averci illuso che avrebbero avuto una qualche utilità ai fini del racconto.

Ora, qualcuno ci dirà di soprassedere anche alla mancanza di una prospettiva femminile: ma perché, poi? Perché non possiamo aspettarci che Supersex desse la parola, anche una soltanto – e non quelle ridicole messe in bocca a Linda Caridi – anche all’altra metà del cielo, a quelle compagne di lavoro dell’uomo famoso per il sesso selvaggio e indelicato? Qualcun altro dirà che in fondo Supersex è una serie ottimamente recitata, ed è vero: sono tutti talmente bravi che si vorrebbe rendere merito a ognuno degli interpreti – Adriano Giannini, Vincenzo Nemolato e Mario Pirrello sono sublimi, e parlare di Borghi è quasi scontato. Ma perché dobbiamo accontentarci?

Perché dobbiamo farci bastare che Supersex sia meglio di tanta serialità Rai, che oggi spopola quasi senza merito, quando ancora una volta non siamo riusciti a fare il salto di qualità che ci meritiamo? Solo perché sostituisce un pornodivo alle narrazioni dei soliti santi, eroi nazionali e Marie Montessori? O perché Netflix non ha paura di mostrare un po’ di genitali quando di là si censurano ancora i baci omosessuali? Ma come può bastare a noi spettatori del nuovo millennio, dopo tutto quello che la tv on demand ci ha regalato?

Noi vogliamo una composizione estetica originale, che non sembri il facsimile dei prodotti made in Groenlandia (la casa di produzione, non l’isola: guardate Mixed by Erry, poi guardate la prima puntata, e mi dite), vogliamo una colonna sonora che accompagni, non che sovrasti, vogliamo che qualcuno dica a Jasmine Trinca di alzare la voce quando recita. Sapete che cosa, più di tutto, sarebbe stato bello? Se avessero usato un po’ più di ironia. Rocco Siffredi, lo dicevamo, gli italiani lo conoscono tutti. Ma ce lo ricordiamo ammiccante e autoironico nello spot delle patatine, o mentre asseconda le gag di Paola Cortellesi, o mentre si spoglia in diretta all’Isola dei Famosi, e mentre in questi giorni impersona un idraulico in un altro spot. Insomma, ce lo ricordiamo ironico. Si poteva partire da qui, e alleggerirci la storia da cotanta pesantezza. Evitando, magari, di fare del sesso uno stigma a ogni scena. Di renderlo meno sporco, problematico, sbagliato. Questo sì, che sarebbe stato un bello smacco alla Rai. Peccato. Poteva essere una bella occasione, e invece tocca aggiungervi un aggettivo: sprecata.

Roberto La Spina

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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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