Racconto: Il pranzo – Luca Lezziero

Racconto: Milleuno
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Una donna giovane e bionda entra nel ristorante.  Cammina sicura attraversando le luci soffuse e le teche di vetro con bottiglie in mostra. Raggiunge un tavolo, saluta un uomo elegante che accenna ad alzarsi e abbozza un inchino. C’è anche un bambino seduto con lui. È raggiante e osserva ora l’uno ora l’altra con uno sguardo di beatitudine.

Gli adulti iniziano a chiacchierare, sorridono, sembrano a proprio agio. C’è intimità, confidenza, rilassata familiarità. Arriva un cameriere coi menù. Guardano la lista, consigliano il bambino che è sempre più felice. Osservano il sommelier stappare il vino. Sembra costoso, assaggia lui, annuisce. I due calici riempiti, un primo brindisi, al piccolo un goccio dentro un bicchiere d’acqua, perché possa partecipare. Esiste una scena più bella? Più desiderabile di vita familiare? Il pranzo in un giorno di festa?

Ecco però che alla prima portata già qualcosa si incrina. È un impercettibile cambio di energia, di atmosfera. Il sorriso di lei si fa contratto, di circostanza, ha perduto quella sfumatura di verità che abbiamo visto solo pochi minuti prima. Lui continua a parlare, non sembra essersene accorto – il piccolo forse sì? Interviene appena può, cerca di insinuarsi nel discorso. Con visibile ansia prova a “tenere su” la conversazione con le sue piccole forze. Ma il piano inclinato della scena, la regia segreta del momento sembra spingere tutti verso una sceneggiatura già scritta. Lui si piega sul tavolo, sta per dirle qualcosa ma, ecco! Il cameriere arriva a riprendere i piatti vuoti e interrompe il primo possibile scontro. L’uomo si appoggia allo schienale, la donna guarda verso il basso, il bambino gira lo sguardo angosciato dall’uno all’altra come lo spettatore di una folle partita.

L’uomo dice qualcosa. Deve essere una battuta, perché entrambi scoppiano a ridere e insieme a loro il bambino, per emulazione e per sollievo! Le prime nuvolaglie di tempesta sono scacciate dal suo umorismo, dalla frase giusta che certo sa sempre trovare per stemperare la tensione, il conflitto possibile. Lei lo ama anche per quello, probabilmente.
Servono i secondi. Gli occhi nel piatto, qualche commento sulla bontà del cibo. Il locale rinomato, nel centro della città, non deve essere stato scelto a caso.

Ma perché una presunta mamma raggiunge solo dopo il forse-marito e il può-darsi-figlio in una giornata simile? Perché non sono arrivati insieme? Certo, le spiegazioni possono essere molte; un mattino con le amiche e “vediamoci direttamente al ristorante”. È plausibile, anche se non probabile. Papà e figlio che si trovano al tavolo prima di lei e aspettano la ritardataria, che per colpa delle chiacchiere ha mancato l’orario dell’autobus, o il taxi fermato di fretta che la prende larga. Non lo abbiamo ancora detto, ma non ci sono telefoni portatili. Siamo infatti negli anni Settanta.

Ora è lui a fermarsi, come paralizzato, le posate in aria a una frase di lei. Inizia a scuotere lentamente la testa, poggia coltello e forchetta, alza lo sguardo, sillaba le parole, si capisce che sono definitive, pesanti, che vanno scandite bene, che riguardano verità e non sciocchezze. Lei scuote la testa, abbassa di nuovo lo sguardo, atteggia le labbra a una smorfia perplessa. Non è convinta. Non è d’accordo e lo fa capire.

Il piccolo smette di mangiare, sembra disarmato davanti a questo nuovo cambio di registro. Forse ha giocato le sue ultime forze emotive nel cercare di rintuzzare la crisi precedente e ora non ce la fa più. Tenere insieme due adulti è un compito arduo per un bambino. Specie quando vissuto nella solitudine, inconsapevoli i genitori che non si accorgono di questo titanico sforzo, di questo scambio di ruoli, quando sono i bambini a dover fare i grandi davanti a due litigiosi adulti.
E la situazione non sembra migliorare. Non arrivano battute fulminanti che spezzano la tensione. Si mangia in silenzio, con gli occhi che si evitano. Il cameriere passa a chiedere se tutto va bene, ma si direbbe che non vada bene nulla.

Una frase di lei, pronunciata puntando il coltello verso l’uomo e poi indicando il bambino.
Non un buon segno. Lui risponde per le rime, è evidente che questa volta non vuole abbozzare. La conversazione alza di tono, qualche parola a volume troppo alto vola nell’aria: “donne!”, “ero solo!”, “e allora tu?”. Sono appoggiati al bordo del tavolo, si urlano frasi mozze a pochi centimetri dal viso, il bambino è atterrito. 

Poi lei si alza d’improvviso, getta il tovagliolo sul tavolo, afferra la borsa, si gira e prende l’uscita attraversando il ristorante con passo nervoso, che fa risuonare i tacchi con il loro duro “toc” sul pavimento.
L’uomo guarda il bambino, alza i due avambracci, i palmi delle mani verso l’alto come a dire “che ci vuoi fare”. Accenna un sorriso triste, fa un gesto al cameriere per il conto.
Il bambino è con lo sguardo fisso verso il fondo della sala, dove la donna è scomparsa.
– Mi scusi? Scusi? –
Questo sono io, che vi parlo. Sto chiamando il cameriere.
– Senta, mi sa dire per caso chi è quella coppia col bambino? Li conosce? –
– Loro? Sì, certo. Sono nostri clienti da anni. Eh, lo so – allarga le braccia, ha già capito cosa voglio sapere.
– Sono separati, credo. Da un po’. È almeno un anno che vediamo a pranzo solo lui o lei col figlio. Infatti oggi eravamo tutti stupiti, qui al locale, di ritrovarli uniti. Vuoi mica dire che sono tornati insieme, ci chiedevamo? –
– E invece non mi sembra –
– Eh, pare di no, infatti. Sono partiti bene, poi… Le porto un caffè? –
Si alzano. Il padre (ora so che è un “padre”) si incammina verso l’uscita, seguito dal figlio un po’ imbambolato. Passano vicino al tavolo, il bambino incontra il mio sguardo, gli faccio un sorriso, un cenno di saluto. Mi risponde, con un timido movimento della mano, mi supera e la sua sagoma scura si perde, insieme a quella del padre, nel riflesso della porta a vetri dell’entrata, ora incendiata dal sole.

Sta arrivando il caffè.


Luca Lezziero è art director, regista, autore e musicista. Ha scritto testi e canzoni per La Crus, The Dining Rooms, Cesare Malfatti, Alessio Bertallot. Ha pubblicato due album con la band Iride, il progetto Madre con l’etichetta Minus Habens (storica label di elettronica), l’album lezziero nel 2018 e il progetto
autorale/elettronico due nel 2019. Ha scritto tre libri di poesia: Senso per le Edizioni Pulcinoelefante, Il tempo che noi viviamo per Lietocolle e L’abbandono per La Vita Felice. Ha lavorato come autore televisivo, in particolare per Segnali di fumo, storico programma di Videomusic.

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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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