Racconto: Un cielo di piombo – Francesco Montonati

Racconto Milleuno
Call


«Con tutte quelle idee finirai per farti beccare, Jessie-Joe. Finirai che ti prendono e ti sbattono dentro, Jessie-Joe. Finirai che per farti bella…»

«Vuoi chiudere quella cazzo di bocca? Mi irriti. La tua vocina petulante mi urta i nervi. Non lo vedi che mi sto concentrando?»

«Io dico solo che va bene così, Jessie-Joe. Non fa niente. Va bene anche così.»

«Andrà bene per te. Per me no.»

Ninetta aprì la finestra. «È sempre la stessa strada, Jessie-Joe. È sempre la stessa strada che risale la collina e si perde di là, chissà dove. È sempre lo stesso casale. Gli stessi abeti, la stessa catasta di legna di papà. È tutto uguale a prima. Il ruscello, Jessie. Lo vedi il ruscello? Scorre come sempre. Non è cambiato niente.»

Jessie-Joe gettò uno sguardo fuori dalla finestra. «Non lo vedi che brucia?»

«Che cosa brucia, Jessi-Joe? Non vedo niente.»

«La montagna, Ninetta. La montagna, brucia.»

«È una collina.»

«E il sangue che scorre nel ruscello, Ninetta. Lo vedi?»

«Non dire scemate.»

«E le nubi nere e viola? Le vedi almeno quelle?»

«Ho detto di smetterla.»

«Sembra un cielo di piombo, il coperchio di una cassa da morto, sembra. Da dentro. Noi siamo i morti, Ninetta. Noi.»

«C’è il sole, Jessie. Guarda bene.»

Jessie-Joe diede un pugno al vetro. «Eccolo lì! Con la sua pancia schifosa.»

Papà camminava in giardino con il cane al suo fianco e l’ascia in mano. Un cappello di tela gli copriva la testa.

«Guardalo com’è tranquillo, con il suo cane di merda.»

«Cosa ti ha fatto, anche lui?»

«Gli sta fra le gambe. Un cane rammollito che non sa scegliere tra bene e male. Che non sa schierarsi dalla parte giusta.»

Ninetta si sdraiò sul letto. «Oh, Jessie, cosa vuoi che ne sappia un cane.»

«Appunto. Non capisce un cazzo.»

Ninetta mise i palmi sotto la testa. «Mamma ha detto che domenica fa la torta di mele.»

«Eccone un’altra del club delle merde.»

«Anche lei.»

Jessie-Joe digrignò i denti. «Sì, anche lei! Devi farla finita, Ninetta. Devi smetterla di dirmi come pensare. Torta di mele.»

«Ma la mamma, dai.»

«La mamma cosa?»

«Che colpa ne ha?»

«Perché, pensi che non lo sapesse? Che non fosse andata apposta a trovare sua sorella?»

«Qualche volta ci va.»

«E guarda caso proprio questa volta quel maiale ha deciso di rimanere a casa.»

Ninetta scrollò le spalle.

«I lividi? I lividi non li ha visti?»

«Le ho detto che ho sbattuto contro il cancello con la bici e sono rotolata in terra.»

«Sì, e poi sei caduta dal dirupo in mezzo ai rovi.»

«Oh, Jessie. Anche se fosse, anche se sapesse, se avesse capito. È una vittima quanto lo siamo noi.»

«Lo è stata per sedici anni. Sarebbe anche ora di svegliarsi.»

«Non è facile.»

«Certo, fosse per te.»

Ninetta prese una caramella gommosa dal cestello sul comodino. Aveva un sapore avvolgente, di scuola e di compagni di classe. Di gite. Come quella al museo, in città, qualche settimana prima. Il pullman aveva fatto il giro della valle raccogliendo dai paesi lì intorno un sacco di studenti di altre scuole. Vestivano tutti leggeri perché era giugno e faceva caldo. Lei aveva una gonnellina a fiori che le scendeva fin sopra il ginocchio, ma le altre avevano le gambe nude, lei calze coprenti. Andrea gli aveva dato questa caramella prima di provare a baciarla.

Ninetta disse secca: «Adesso la mamma è a scuola.»

«Come?»

«Non torna per un po’.»

«Sì, ma all’una è già qua», disse Jessie-Joe.

Ninetta fece no col dito. «C’è il consiglio docenti oggi. Torna più tardi.»

«È oggi?»

Ninetta annuì. «Hai tutto il tempo.»

«Abbiamo», la corresse Jessie-Joe.

Ninetta si alzò dal letto e andò allo specchio della cassettiera. Il livido sull’occhio le anneriva la faccia, ma la crosta sulle labbra iniziava a guarire a poco a poco.

«Di questo passo», disse, «la settimana prossima dovremo tornare anche noi, a scuola. E allora non avrai più tempo.»

«Perché», disse Jessie-Joe, «dovrei farlo io da sola?»

«Lo sai che sarò con te.»

Aprì il cassetto e prese la forbice grande, quella per tagliare i fogli spessi, che aveva lame lunghe e affilate. Dal cassetto arrivò il profumo di cancelleria. Di scuola. Di banchi, del legno dei banchi. Ninetta rivide nella mente il viso di lui illuminato dal sole. Tentava di baciarla.

«No!» S’era ritratta. «Cosa fai?»

Il pullman era affollato e c’era un gran baccano, per questo non le aveva dato fastidio che l’avesse detto apertamente, perché le voci l’avevano quasi coperto e, ovattato a quel modo, non le era sembrato affatto minaccioso.

«Cerco di baciarti», le aveva risposto Andrea.

Un bacio tira l’altro, si sa. E poi? Se avesse visto? Se avesse scoperto i segni sul suo corpo? I lividi, i graffi, i morsi.

«Stammi lontano», aveva risposto Jessie-Joe. «Levati proprio. Cambia posto, non ti voglio tra i piedi. Sciò, sciò.»

Andrea s’era scambiato di posto con Ottavio, che era sì bruttino e brufoloso, ma almeno innocuo. Ed era stato a causa di quella rinuncia forzata, l’ennesimo sopruso, l’offesa di troppo, che Jessie-Joe aveva trovato la forza di reagire, di uscire allo scoperto, quello il momento in cui per la prima volta nella testa di Nina era comparsa la sua voce.

«Ok», aveva detto Jessie-Joe. «Io lo ammazzo».

Nina Gessica Giovanna si guardò ancora il livido allo specchio, le labbra, le vide tappate da una mano tozza, vide i propri occhi sgranati dal terrore. Ricordò il dolore salirle dalla pancia fino al cervello e risuonarle nella scatola cranica, come una scossa elettrica. Un dolore strisciante, lacerante.

Strinse le forbici nella mano e sbatté il cassetto per chiuderlo. Andò alla porta, abbassò la maniglia e spinse con tutta la sua forza. Lanciò un grido rabbioso.

Insieme al cane, papà alzò la testa e si guardò attorno. Non sentendo altri rumori sputò sui guanti da lavoro, asciugò la fronte con l’avambraccio, mise un ciocco in piedi e riprese a spaccare la legna.

La porta era rimasta immobile, chiusa a chiave. Dall’esterno.


Francesco Montonati è da sempre appassionato di libri: leggerli, scriverli, revisionarli. Il primo l’ha scritto a undici anni – un tenero libro-game che conserva ancora, vergato a mano, su un quaderno a righe di quinta. Lavora come freelance in ambito editoriale, ha pubblicato racconti su alcune riviste letterarie (Luna di Traverso, MagO’) e il romanzo La viola di Sara, per Aporema Edizioni.

Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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