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Peninsulario, ovvero il ponente ligure secondo Magliani

Tipico scorcio della Riviera di Ponente

I margini della finzione

In tempi di odio-amore tra Francia e Italia, siamo abituati a sentire storie di intolleranza ed emigrazione non appena leggiamo sui giornali i nomi di certe località liguri di confine, come per esempio Ventimiglia. In generale, il ponente ligure è tutto uno spazio di movimento, di barriere e di limiti, di pareti scoscese e di passaggi frontalieri, di contaminazione culturale e transnazionale. Vengono in mente le immagini di pendolari italiani che lavorano a Nizza, francesi che vengono a passeggiare in Riviera, giovani attratti da discoteche e stabilimenti balneari, turiste “sabaude” che in estate si partono da località vicine quali Novara o Torino per un pellegrinaggio di divertimenti e sfizi sulla costa, dove poi si mischiano ad altre turiste più nordiche, le cosiddette “tedesche”, definite tali un po’ per sineddoche e un po’ per antonomasia, visto che in Riviera di Ponente non mancano le olandesi e le norvegesi. E mentre il divertimento notturno in riva al mare pullula di note e di locali che cambiano nome ogni anno, dalle valli più interne torme di giovani muratori dalle spalle abbronzate, ma anche di contadini più attempati e operai, si muovono verso la costa a cercare svago o a curare semplicemente i propri affari.

In questo panorama, là dove ciascuna valle ligure è isolata dalle altre ed è protesa verso il mare come una penisola indipendente, Marino Magliani ha ambientato i cinque racconti che costituiscono la sua ultima fatica letteraria. Il titolo della raccolta è appunto Peninsulario (edito da Italo Svevo), proprio a testimoniare, con questo neologismo, il bisogno di trattare certi luoghi come “microcosmi”, penisole uniche e protese verso il mare, come “estremità della regione costiera […] [ che] esondano dai margini della finzione”.

Il progetto letterario di frontiera come dichiarazione di poetica

Diciamolo subito: in questa raccolta di racconti, Marino Magliani non è parsimonioso nel rivelare alcuni dettagli autobiografici. L’io narrante, in certi casi, si dichiara persino uno scrittore alle prese con sogni di gloria, e confessa le difficoltà e le aspirazioni della sua scrittura. È un Magliani, come al solito, onesto e trasparente, in perenne andirivieni tra la costa della sua natia Liguria e quella della sua terra d’adozione, che sarebbe l’Olanda.

Marino Magliani (dal sito ufficiale dello scrittore)

Tra una battuta e l’altra, così, l’autore si sofferma sulla birra che a volte sostituisce il vino, l’orizzontalità olandese che si contrappone alla verticalità ligure, e parla di lidi – lidi dove talvolta si ambientava una certa storia che aveva nel titolo un riferimento al romanticismo (La spiaggia dei cani romantici, Instar Libri editore) e altre volte di lidi a cui anelavano certi disertori dopo la battaglia di Marengo (Il Cannocchiale del tenente Dumont, L’Orma editore).

In certi passaggi Magliani si apre a delle confessioni che toccano direttamente il modo di intendere la scrittura e le tematiche trattate. Certi dettagli sono importanti, soprattutto per chi studia e apprezza la sua produzione, in quanto gettano una luce interpretativa sulle sue opere partendo dalla posizione privilegiata dello stesso narratore. Così Magliani ci conferma che ne Il Cannocchiale del tenente Dumont non è affatto presente il topos del “ritorno”, perché i personaggi sono tesi a un viaggio verso un altrove indefinito e inaccessibile. La meta è forse un nonluogo, come quello a cui del resto Magliani è abituato, in quanto nonluogo è persino la sua costa olandese. Anzi, il peregrinare di Magliani coincide con una variazione di nonluoghi, toccati in circostanze biograficamente diverse della sua vita, tra cui Spagna, Norvegia e Argentina.

Se dunque non ha senso parlare di Nostos, ha certamente senso parlare di letteratura di frontiera o, meglio, di scrittura di frontiera.

E in cosa consiste questo progetto letterario di frontiera? Certamente da una parte c’è il miscuglio e il confronto di nazionalità e culture diverse (ne accennavamo all’inizio) ma anche (soprattutto) il non sentirsi mai a casa e il sentirsi sempre in esilio, come un disertore che fugge dal luogo e dal ruolo che teoricamente gli sarebbe stato assegnato dall’alto. Ribellione, dunque, e insofferenza alle regole inutili, che nell’insieme diventano un atteggiamento di libertà. E poi c’è l’essenzialità del paesaggio, che in questo progetto letterario detta il ritmo della storia a scapito della trama.

Infine, in questi cinque racconti che costituiscono il Peninsulario, Magliani fa apparire qua e là riferimenti a maestri e scrittori che ammira, con i quali in un certo senso si sente obbligato a confrontarsi, vuoi perché li apprezza, vuoi perché si vede sovente accostato in paragone dalla critica e dai lettori. Ed ecco che spuntano tra le righe Giovanni Boine, Mario Novaro, Italo Calvino, tutti profondamente legati a una certa geografia ligure che li accomuna a Magliani.

Paesaggio e umorismo, i due punti di forza

La forza e la bellezza di questi racconti è nella potenza evocativa e descrittiva dell’autore. Anche un paesaggio freddo e deserto viene fuori dalle pagine di Magliani come un affresco di poche – eppure decise, vivide e suggestive – pennellate, come in questo passo, per esempio: “A volte andavo al mare, era spazzato dal vento nordico, la sabbia finissima volava bassa, sulla lastra di ghiaccio e di conchiglie rotte, la marea lasciava a riva sacchi di spazzatura, corde, legname, cadaveri di crostacei.”

L’altro elemento che rende molto belli questi racconti è senz’altro l’umorismo di fondo che attraversa storie e personaggi. A pensarci bene, sono tanti i paradossi che si sposano con alcune descrizioni caratteriali a dir poco pirandelliane. Certo, non c’è lo jettatore che chiede al giudice di rilasciargli una speciale patente, ma c’è senz’altro un uomo che agisce come un cuculo e si intrufola nei nidi altrui, insediando mogli e proprietà; c’è un olandese trapiantato nelle colline terrazzate dove si ostina a sostituire i tipici muri a secco con quelli in cemento armato, che ricordano le dighe dei Paesi Bassi; e poi, ancora, c`è un poliziotto che entra in crisi per l’assenza di droga in città e che, pur di tornare ad acciuffare criminali e sequestrare stupefacenti, stringe un patto con uno spacciatore che lo metterà sulla via di una rocambolesca e bizzarra avventura. Non manca, infine, nemmeno lo stereotipato magnate milanese, che è tanto attivo da camminare velocemente anche quando si trova in vacanza nella sua tenuta ligure, che si aggira nei dintorni della campagna inseguito, pedinato, importunato da uno scrittore assai somigliante a Marino Magliani in cerca della gloriosa pubblicazione: uno spasso da leggere! E non manca, infine, neppure il classico latin lover locale che abborda e conquista la fauna femminile esotica (si diceva prima delle “tedesche”).

Riviera di Ponente

Prese una a una, queste situazioni sembrano tutte bizzarre e fantasiose ma, andando a scavare, non è escluso che il lettore non riesca a entrare in empatia con i personaggi, che a noi fanno ridere o sorridere di primo acchito, mentre loro vivono un profondo disagio; disagio che, analogamente al sentimento del contrario di Luigi Pirandello, tradisce un dramma, un dilemma, un conflitto interiore che lascia una punta di amaro in bocca.

Leggere questi racconti di Magliani è come leggere un saggio di etnografia: una comunità si confronta con altre comunità, e Magliani, osservatore partecipante, annota pregi e stranezze, peculiarità e gesti, credenze e abitudini, persino quelle poco confessabili, restituendo al lettore un prezioso spaccato di umanità con le sue glorie e le sue divertenti miserie.

Giuseppe Raudino

Giuseppe Raudino

Insegno Giornalismo e Teoria dei Media all'Università di Scienze Applicate di Groningen, in Olanda. Scrivo e racconto storie. Il mio nuovo romanzo si intitola "Quintetto d'estate" (Ianieri Edizioni, 2022). Instagram: @raudino - www.linktr.ee/raudino

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