Un romanzo di Giuseppe Raudino.
(qui trovi la prima puntata)
«Questo caffè è buonissimo» disse Joan, allontanando il bicchiere di cartone come se avesse voluto leggere meglio la scritta Starbucks. «Ottimo, davvero ottimo.»
«Non viene da Starbucks» disse Marco.
«Come no? E da dove allora?» continuò Joan, osservando il fianco del bicchiere dopo aver inforcato gli occhiali.
«Viene dalla macchinetta dell’espresso di casa mia» disse Marco. «Ho riempito un bicchiere vuoto che mi ero procurato un po’ di tempo fa e poi ho riscaldato tutto nel microonde di là in cucina. E nonostante tutto ciò, è ancora ottimo. Lo vedi che il caffè italiano è il migliore al mondo?»
Joan tornò alla sua postazione bofonchiando qualcosa di incomprensibile e scuotendo il capo.
Marco partecipò alla riunione del mattino insieme con il direttore e i caporedattori. Poi uscì di corsa e andò senza indugio alla cattedrale di San Giuseppe. Il sagrestano l’aveva aperta da poco e lui si intrufolò dalla porta principale, girò l’angolo e si piazzò di fronte alla statua di Santa Teresina. Accese una candela, inserì l’obolo nel portamonete e sussurrò sottovoce i suoi pensieri rivolti alla santa. Non ci sto capendo nulla, farfugliava con lo sguardo rivolto verso l’alto, dammi un segno che mi illumini e che assicuri alla giustizia il colpevole. Perché tu lo sai, come lo so io, che la maestrina è stata assassinata, vero Santa Teresa? Dai, su, facciamole giustizia, almeno quella terrena: il colpevole va processato e io ci scrivo un bell’articolo che mi vale una promozione o una gratificazione economica.
Era ancora troppo presto perché padre Wegman si facesse vedere in chiesa. A quell’ora era in canonica oppure nel suo studio. Non volendolo disturbare, anche se una chiacchierata gli sarebbe piaciuta, Marco uscì e si diresse verso il punto in cui aveva parcheggiato la Vespa, solo che insieme alla Vespa ad attenderlo c’era anche Mirjam insolitamente con indosso l’uniforme della polizia, i capelli raccolti in uno chignon basso, sotto al cappello, e con in mano un mazzo di rose.
Rose! Quello era il segno che accompagnava le grazie di Santa Teresa di Lisieux! Era assodato dalla lunga tradizione che, ogniqualvolta lei era in grado di esaudire una richiesta, comunicava l’esito positivo facendo apparire dei fiori a coloro che l’avevano pregata entro quindici giorni.
«Ho visto la Vespa» disse Mirjam.
«Ho visto le rose» rispose con estremo buonumore Marco.
«Lavoro in polizia da dodici anni e mezzo…» disse lei.
Quell’affermazione per Marco fu chiara: si trattava di uno degli strani anniversari che venivano puntigliosamente osservati dai datori di lavoro olandesi per festeggiare i dipendenti più affezionati, quelli che restano fedeli e non cambiano lavoro con la facilità con cui si cambia lo spazzolino da denti. Siccome è davvero facile cambiare posizione lavorativa nei Paesi Bassi, i datori di lavoro tengono particolarmente a queste ricorrenze e ne fanno una specie di cerimonia, con tanto di discorso, rinfresco e a volte anche una gratificazione economica.
«Auguri» disse Marco.
«Forse potresti darmi un passaggio fino a casa?» propose Mirjam. «Ho voglia di togliermi questa divisa di dosso e devo mettere i fiori in un vaso. Stavo per andare in macchina, ma quando ho visto la tua Vespa… Ce l’hai un casco extra, vero?»
«Sta sempre nel bauletto» osservò Marco e, dopo aver fatto finta di porgerglielo, lo ritirò bruscamente a sé e aggiunse: «Ti accompagno a casa solo a patto che poi tu vieni con me dal perito.»
Mirjam sbarrò gli occhi.
«No! Ancora con questa storia? Mi prometti che, se vengo, poi non me ne parli mai più?»
Malgrado Mirjam avesse posto la massima cura nel tenere il mazzo di fiori tra sé e Marco durante la marcia in scooter, alcuni petali svolazzarono per le piste ciclabili di Groninga, some un amore che si sfalda pian piano ma allegramente, nella strafottenza degli interessati, come un brindisi al prosecco con qualche bollicina sempre in meno ogni anno che passa.
Quando la donna posizionò infine il vaso al centro della tavola tonda in cucina, Marco la guardava da dietro mentre stava appoggiato con una spalla allo stipite della porta. Dalla cintura le pendevano ancora sui fianchi un paio di manette dalla lucentezza tintinnante.
«Sai che non ho mai scopato una donna in divisa?» le disse.
Mirjam non si voltò del tutto. Ruotò solo di poco la testa, giusto per fargli capire che aveva sentito bene.
«Quello è un gran peccato per te» disse lei. Si sfilò la pistola d’ordinanza e senza estrarla dal fodero la poggiò accanto alle rose.
«Dici?» la incalzò Marco.
«Ne sono certa» rispose. «Ma mi faccio scopare in divisa solo se tu ti lasci ammanettare.»
Marco offrì i polsi distendendo le braccia in avanti. Lei gliene afferrò uno e glielo torse insieme a tutto il braccio. Fu un gesto così doloroso e repentino che Marco si dovette voltare il busto all’improvviso. Allora Mirjam, che venne così a trovarsi alle sue spalle, gli afferrò anche l’altro polso e lo spinse in avanti guidandolo verso la sedia più vicina. Lo fece sedere e poi lo ammanettò in modo che restasse bloccato con lo schienale.
Mirjam iniziò a spogliarsi davanti a lui, ma Marco la pregò di liberarsi solo del minimo necessario. Si tenne dunque la giacca, la camicia e il copricapo. Agguantò il cellulare, lo posizionò contro il vaso studiandone a lungo l’inquadratura.
«Le nostre teste sono fuori dallo schermo» lo tranquillizzò. «Poi te lo invio con Whatsapp»
Marco annuì e lei, vedendo che era già sufficientemente eccitato, gli si sedette in grembo. Quando fu il momento di concludere, scese dalla monta e si schermò il profilo con il berretto.
Quando tornarono alla Vespa, Mirjam notò che Marco aveva ancora i polsi arrossati. Mentre guidava afferrava le manopole dello scooter e i polsi erano bene in evidenza. Lo toccò vicino all’orologio. Fu una specie di carezza molto delicata e amorevole.
«Mi dispiace averti fatto la bua!» gli urlò all’orecchio, cercando di farsi sentire tra il sibilo della marmitta e l’imbottitura del casco.
Lo vide sorridere attraverso lo specchietto retrovisore.
«Non mi hai fatto male, ma mi vendico presto lo stesso, puoi starne sicura» le rispose.
Imboccarono la strada che fiancheggiava il canale che abbraccia tutto il centro di Groninga e poi si immisero nella Damsterdiep fino a intravedere i semafori nei dintorni della Sontweg.
Passarono davanti all’Ikea e davanti alle stalle della polizia, fino a raggiungere l’officina, dove scoprirono che il perito non aveva ancora avuto tempo di guardare la macchina della maestrina. Evidentemente Marco pensò che nessuno tra gli investigatori aveva ritenuto opportuno accelerare le indagini sull’incidente, perché tutti lo ritenevano una fatalità tutto sommato plausibile.
«Andiamo insieme a dare un’occhiata» disse il meccanico, un uomo corpulento dalle mani tutte sporche di grasso. «È lì da una settimana ma siamo indietro con il lavoro. La gente ci porta le auto per i controlli di rito poco prima delle vacanze e tra poco c’è la meivakantie. Non so perché aspettano fino all’ultimo momento.»
L’uomo conosceva Mirjam come appartenente alle forze dell’ordine, per cui scambiò Marco per un collega poliziotto. Fece strada all’interno di un moderno capannone e raggiunsero la Mini incidentata. Il cofano era deformato e accostato. Il meccanico lo sollevò e vi gettò dentro un fascio di luce che danzava nervosamente da una torcia grande quanto una biro. Fece cenno ad Mirjam e Marco di avvicinarsi. Indicò ai due la fodera con cui era tappezzata la parete interna del cofano.
«È una stoffa ignifuga che assorbe i rumori e rende la guida confortevole. Sta cadendo a brandelli ma non è colpa dell’incidente. Questo stato non l’ha potuto provocare l’impatto, era già così prima che l’auto si schiantasse.»
Poi il meccanico ruotò la torcia in direzione di alcuni tubi flessibili nei dintorni del radiatore. E Poi ancora dei cavi vicini al vano della batteria.
«Tutto devastato, tra poco si spaccava qualcosa e si sversava tutto il liquido di raffreddamento, oppure il motorino d’avviamento perdeva l’alimentazione.»
«Di che si tratta?» chiese Mirjam.
«Martore. Quelle bestiacce si sono messe d’impegno è hanno vandalizzato il vano motore.»
Marco ebbe un sobbalzo e si sentì mancare un paio di battiti ma non disse nulla.
«A questo punto non mi meraviglierei se l’impianto frenante fosse stato compromesso. Questo pomeriggio la mettiamo sul ponte e la ispeziono da sotto, ma quello che ho visto finora mi basta per sospettarlo fortemente.»
«Se le martore avessero davvero compromesso i freni,» chiese Mirjam «chi guidava non avrebbe dovuto accorgersene subito che qualcosa non andava? Per esempio, mentre faceva manovra per lasciare il parcheggio, prima di mettersi in marcia. Oppure al primo incrocio. Invece, in questo caso, la conducente è arrivata fino alla circonvallazione a scorrimento veloce.»
«Se davvero è stata colpa delle martore, non è detto che il danno abbia causato la perdita del liquido frenante nell’immediato. Quelle bestie mordono ogni cosa, forse hanno semplicemente indebolito qualche condotta che, al primo sollecito più forte, come nel caso di una frenata a velocità appena più sostenuta, non ha retto.»
«Pensavo che le martore distruggessero solo i tetti delle case» commentò Marco.
«Lei non ha un’automobile?» chiese il meccanico.
«No, guido una Vespa.»
«La tenga in garage il più possibile. Vede, le martore sono attirate dal profumo di certi liquidi frenanti, che a volte sono ottenuti con ingredienti naturali tra cui derivati di olio di pesce. Impazziscono quando ne sentono l’odore, e alcune case automobilistiche usano certe misture che risultano sfortunatamente più deliziose al loro olfatto. Per il resto, le martore rosicchiano tutto a prescindere; fili, cavi, tubi, imbottiture, cinghie… Non so se la Vespa faccia un odore ghiotto, ma nel dubbio la lasci fuori il meno possibile. E in ogni caso, non è necessario che l’odore sia ghiotto fin dall’inizio: conosco molti automobilisti disperati, specie se abitano in campagna o vicino ad aree verdi, perché le martore devastano e poi urinano, e l’urina attira altre martore in una catena senza fine.»
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