Le martore di Groninga – seconda puntata
Un romanzo di Giuseppe Raudino.
(qui trovi la prima puntata)

Una pattuglia stradale insieme a un paio di elementi motorizzati della polizia erano ancora affaccendati con i rilevamenti. La zona era stata circondata dal nastro per tenere a distanza gli impiccioni. Negli ultimi tempi era un fiorire di siti amatoriali curati, nella maggior parte dei casi, da signori poso affaccendati in quanto percettori di reddito di cittadinanza, che si precipitavano sul luogo di ogni incidente armati di teleobiettivi per fotografare e diffondere online le scene più drammatiche e raccapriccianti. Marco capiva che il loro pubblico era interessato a certe immagini, che quel meccanismo malato rispondeva a un preciso criterio di notiziabilità capace di rendere appetitosa una brutta notizia, una tragedia, un dolore altrui che lasciava gioire tanti follower nel tripudio da schadenfreude; eppure Marco, a differenza dei disoccupati che si autoproclamavano citizen reporters, sapeva che il suo lavoro di giornalista si distingueva da quei fotoamatori per il senso etico e la responsabilità che bussavano alla sua coscienza tutte le volte che sceglieva una parola o che distingueva tra le immagini da mostrare e quelle da autocensurare.
Quando arrivò nelle vicinanze del relitto, un capannello di parassiti che generalmente era impegnato a succhiare il welfare dello Stato stava ora appollaiato sull’altro lato del cavalcavia. Cliccavano nervosamente sulle loro Canon, che non riuscivano a nascondere un ghigno di perfida soddisfazione. Marco, invece, da giornalista accreditato, era riuscito ad avvicinare uno dei poliziotti.
«Non vedo tracce di frenata» commentò Marco.
«Lo abbiamo subito notato anche noi.»
«Chi era la vittima?»
«Marieke Dijk, 30 anni, maestra di scuola elementare.»
«Stava andando sul posto di lavoro?»
«Pare di sì, se ho capito bene, ma io non sono autorizzato a dire nulla. Contatta Mirjam Bloem per avere qualche dichiarazione ufficiale.»
Non c’era bisogno di chiamare Mirjam. A Marco erano bastati il nome della vittima e il mestiere che faceva. Sul profilo Facebook della vittima trovò la scuola in cui lavorava e alcune condivisioni pubbliche che probabilmente tradivano il suo indirizzo attuale. Qualche settimana prima aveva messo online un link di Funda, il più grande e più popolare database immobiliare usato da chiunque avesse voglia di vendere o comprare casa in Olanda. Se il link non corrispondeva all’indirizzo attuale della vittima, di certo apparteneva a una persona a lei molto amica.
Marco controllò su Google Maps e poi partì in direzione ovest. Arrivò in meno di un quarto d’ora davanti a una piccola bifamiliare dal giardino anteriore ben curato. Non sapeva se aspettarsi da una maestra elementare qualcosa che andasse oltre un appartamento come il suo o al massimo una villetta a schiera. La sua prima impressione fu intrisa di moderato scetticismo. Camminò per il breve vialetto e lesse sul campanello il nome: M. Dijk.
Lo scetticismo svanì ed ebbe la conferma che ci aveva visto bene: l’indirizzo era proprio quello della vittima. Curiosò attraverso le ampie finestre che davano sul soggiorno e vide che era tutto in ordine. Poi, tornando al marciapiede dove aveva parcheggiato lo scooter, proprio accanto al cavalletto della Vespa, ma appena sulla strada, notò per terra un biglietto da visita.
MAARTEN MEIJER
DITTA DI PREVENZIONE
E RIPRISTINO DANNI
CAUSATI DA MARTORE
Seguiva numero di telefono e indirizzo. E poi c’era un disegnino di una martora, naturalmente. Solo che questa martora non aveva un’espressione simpatica, da animaletto stilizzato, ma era raffigurata con un ghigno affilato e minaccioso. Forse fu un’associazione involontaria e inconscia se Marco si immaginò questo signor Maarten Meijer come un essere poco simpatico e tendente allo spregevole.
Si mise in tasca il bigliettino e si allontanò dal quartiere per avvicinarsi lentamente al centro. Spostarsi in Vespa con quel tepore prematuro d’aprile era piacevolissimo, e Marco si godeva tutto il tragitto dando appena un filo di gas. Sbucò da un vicolo all’altro, zigzagando per le fioriere colorate che avevano il compito di rallentare il traffico nelle stradine secondarie, finché non vide svettare la Martinitoren, la torre tardo quattrocentesca di quella che una volta era stata la cattedrale, prima di venire espropriata e spogliata dall’algida sobrietà dei protestanti calvinisti. La sua ombra si proiettava sulla Grote Markt, la piazza principale su cui si affacciava anche il municipio, e Marco sfiorò quell’ombra con gli pneumatici dello scooter per poi proseguire verso un’altra piazza a poche centinaia di metri più a sud, la Rademarkt, sulla quale si affacciava la stazione centrale della Politie e la parte posteriore dell’abside della Chiesa di San Giuseppe, elevata al rango di Cattedrale Cattolica dopo anni di timida assenza.
Era ancora presto per la conferenza stampa. Marco ne approfittò per entrare nell’edificio religioso e abbandonarsi per un abbondante quarto d’ora alle panche di legno dell’ultima fila.
Gli allestimenti pomposi, insieme alle immagini e alle statue policrome dei santi, gli ricordavano la sua infanzia spensierata. Dentro quella chiesa ritrovava gli stessi profumi di candele e incenso, e i medesimi colori di ghirlande e quadri che animavano con allegria le chiese siciliane. Non era un cristiano fervente, ma se aveva una necessità o qualche brutto pensiero se ne andava qualche minuto lì ad accendere un cero o a passeggiare per la navata laterale. Una volta era capitato di giovedì, in piena adorazione eucaristica, e si era soffermato istintivamente più a lungo. Poi gli si era avvicinato padre Wegman, un sacerdote un po’ attempato che alternava espressioni burbere a sorrisi dirompenti. Erano diventati amici e ogni tanto si facevano pure qualche chiacchierata in sagrestia. I fedeli erano pochissimi, eppure non c’erano altri che avessero il polso della situazione come lo aveva padre Wegman: alle sue orecchie giungevano voci di umori, malumori, iniziative e progetti ancora prima che raggiungessero i comunicati stampa o il dibattito pubblico. La riservatezza professionale degli olandesi permetteva che le notizie trapelassero molto difficilmente dagli ambienti lavorativi e dalle mura delle istituzioni, ma padre Wegman le captava come se avesse avuto un radar o una bacchetta da rabdomante.
Gli avvertimenti di padre Wegman erano delle dritte portentose che mettevano Marco sulla pista giusta quando era in cerca di una buona storia da raccontare. Molto spesso, data la provenienza ecclesiastica della fonte, questo tipo di pista lambiva l’ambito dell’associazionismo e Rutger si sentiva bruciato sul tempo. Più di una volta, infatti, il giovane Rutger, proponendo al direttore un’idea per sviluppare un pezzo, si era sentito rispondere che a quella stessa storia appena proposta ci stava già lavorando il collega Marco da una settimana.
La conferenza stampa della polizia fu breve, noiosa, e per nulla necessaria, come il novanta per cento delle conferenze. Marco sapeva quali conferenze offrivano vero materiale per una storia giornalistica e quali invece erano una perdita di tempo. Evitava le seconde come la peste ma di questa fattispecie continuava a frequentare quelle della polizia per mantenersi formalmente in buoni rapporti.
La Politie era sempre molto parca di informazioni. A volte bisognava tirar fuori una dichiarazione con le tenaglie. Contava di più il rapporto personale con qualche poliziotto che acconsentisse anonimamente a segnalare qualche dettaglio delle operazioni. La cultura del curarsi il proprio orticello senza badare troppo agli affari degli altri e vivere in santa pace permeava la vita di tutti ed era una filosofia abbracciata anche dagli inquirenti, che non dicevano mai una parola di troppo.
«Che fai stasera?» gli chiese Mirjam.
Aveva sempre quel modo di fare, così diretto che quasi lo imbarazzava.
«Ti va di bere qualcosa da me?» continuò la donna, senza aspettare la risposta.
«Stanotte sono di turno in redazione» mentì lui.
«A che ora comincia il turno? Puoi passare prima da me lo stesso, anche se non beviamo.»
Non faceva dunque mistero che per lei la bevuta non era mai stata pensata come l’intrattenimento principale della serata.
