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Le martore di Groninga – prima puntata

Un romanzo di Giuseppe Raudino.

La soffitta si riempì del suono di una pioggia d’oro. A provocare quel rumore era stato Marco versando i chicchi di una miscela a prevalenza arabica dentro la campana di plastica trasparente del macinino. Aveva compiuto il gesto mentre acconsentiva al suo sguardo sonnecchiante e distratto di indugiare fuori. Le prime luci dell’alba tagliavano trasversali i vetri doppi del finestrone posto sull’abbaino e i grumi di pulviscolo galleggiavano come particelle filosofiche ed elementari all’inseguimento del proprio clinamen. I raggi andavano a morire sulla superficie opaca della campana, progettata apposta per resistere agli ultravioletti e preservare l’aroma dei preziosi chicchi di caffè, che aveva cominciato a spandersi già caparbio nell’ambiente.

Aprile aveva portato il sole a Groninga, quell’anno. Di solito non era per forza così: la primavera olandese era una parentesi di cielo blu tra fitti e asfissianti nembostrati che lambivano il terreno in quasi tutte le stagioni. Capitava che il cielo si schiarisse solo a maggio o giugno, ma questa volta il risveglio era stato un po’ precoce. Presto, come invasate da uno spirito meteoropatico, le giovani olandesi si sarebbero svestite spudoratamente e avrebbero mostrato ampie porzioni di carni poco abbronzate, gambe e polpacci rassodati dalle pedalate, cosce nude che andavano su e giù al ritmo della bicicletta, e tutto questo sarebbe accaduto malgrado si sfiorassero appena i 15 gradi. Avrebbero passeggiato sotto casa di Marco, lungo il Noorderplatsoen, quel parco cittadino allungato e curvo appena sull’arco settentrionale della città, che la mattina era frequentato dai fanatici della corsa e tutto il giorno, fino a notte fonda, era attraversato da biciclette o gente a spasso col cane.

Marco spinse il portafiltro contro il grilletto del macinino e aspettò che si riempisse al punto giusto. Pressò il caffè con cura, agganciò il portafiltro alla macchinetta VBM con un movimento ben introiettato a forza d’abitudine e infine azionò la levetta, in perfetto automatismo. Il manometro schizzò tra gli otto e i nove bar, producendo un suono sforzato e un flusso flebile e nero che divenne presto dorato e ben visibile sulla superficie della tazzina.

Malgrado fosse mezzo olandese, Marco non avrebbe mai rinunciato al caffè espresso che ben si accordava alla sua semiatavica italianità.

Il Belpaese ce l’aveva nel sangue, avendolo ereditato dai geni che venivano dalla madre, una bella donna piccola dagli occhi scuri che un paio d’anni prima che lui nascesse si era trasferita su al nord per un dottorato. Dottorato che aveva dovuto interrompere quando si era accorta di essere rimasta incinta. Il padre di Marco, il signor Tammo van der Wal, appresa la notizia, aveva mostrato tutte le sfumature di pragmatismo di cui sono capaci gli abitanti dei Paesi Bassi, e nell’ordine aveva proposto: un aborto, un accordo di genitorialità condivisa, un contratto di convivenza a tempo determinato da rinnovarsi di sei mesi in sei mesi previa valutazione sull’esperienza dell’accudimento. In ogni caso si disse pronto a dargli un nome e ad ammettere la propria corresponsabilità di fronte a un addetto dell’ufficio anagrafe. L’innata propensione a mostrarsi onesti faceva anche parte delle sue doti di olandese doc. La donna, sconvolta dalla flemma glaciale con cui il padre del nascituro mostrava di voler affrontare certi imprevisti della vita, o forse ancora più scossa dal fatto di aver conosciuto solo in quel momento chi fosse davvero colui con il quale si era trattenuta sotto le lenzuola per tutti quei mesi, afferrò le valigie e se ne tornò in Sicilia.

Marco era nato e cresciuto ad Avola, un paesino del siracusano a forma esagonale nel quale tutti i conducenti di motorini tendono a risparmiare il copertone anteriore sollevandolo dall’asfalto con spiccata frequenza.

Anche lui aveva avuto uno di quei motorini, rigorosamente truccato e rigorosamente guidato senza casco. Sua madre, appena poteva, lo spediva in Olanda per le vacanze, soprattutto all’inizio dell’estate, quando le cattive compagnie del figlio si compattavano e si organizzavano per delinquere più efficacemente nella bella stagione. In Olanda, nel frattempo, il padre di Marco si era ricreduto sulla propria tendenza sessuale ed era andato a convivere con un iraniano che molti anni prima era sfuggito alle persecuzioni degli ayatollah e aveva ottenuto asilo politico.

Bevve tutto d’un sorso il caffè, ripose la tazzina nel lavandino e si diresse in bagno, dove controllava l’agenda e scorreva le anteprime delle email comodamente seduto sul gabinetto. La routine quotidiana era ferrea. Più che altro, era una protesta per tutti gli anni vissuti al sud con un senso di fastidio e insoddisfazione che solitamente di maturano per l’assenza di struttura. Marco amava la struttura, era metodico, organizzato, sistematico, abitudinario: per questo si era reso conto che la vita sarebbe stata un tantino più facile con suo padre in Olanda. E così dopo la maturità si era iscritto a giornalismo. Anzi, non proprio: prima aveva dovuto seguire un anno di lezioni che lo mettessero al pari degli altri col neerlandese, lingua che scriveva disastrosamente, prima di poter accedere agli studi universitari ufficiali.

L’olandese lo parlava benino, perché fin da piccolo aveva frequentato Groninga; qui aveva avuto alcuni amici più o meno fissi con cui riallacciava sempre il discorso di estate in estate, senza perdere troppo il filo malgrado i lunghi intervalli siciliani. Uno di questi amici si chiamava Hugo e ancora si vedevano con una certa frequenza.

Scartò le email che non gli parevano troppo interessanti, cestinò qualche comunicato stampa, attivò un paio di promemoria per qualcosa che doveva seguire nel pomeriggio. Poi si alzò dal trono di ceramica e come l’imperatore, nudo, si diresse verso la doccia per una breve e intensa rinfrescata.

Arrivò in redazione di buonora. Parcheggiò la Vespa LX 50 rossa fiammante sull’angolo della strada opposta che poteva tenere sott’occhio dalla finestra accanto alla sua scrivania preferita. La redazione era un open space, ma di solito si sedeva sempre nello stesso posto, quasi come se gli fosse stato assegnato. Se lo sentiva suo, tant’è che ci mise qualche effetto personale: un portamatite, una pallina antistress, un mouse ergonomico che lo aspettava là, pronto a connettersi con il suo laptop.

Salutò Joan, che anche quella notte aveva servito da copytaster. Joan era un vecchio giornalista con problemi di insonnia. Pare che avesse cominciato ad accusare questo disturbo dopo che aveva smesso di fumare, a seguito di un infarto per il quale ci era rimasto quasi secco. Da allora aveva sostituito il biondo tabacco della Virginia con le liquirizie salate, che ingoiava in quantità astronomiche tutto il giorno. Quando aveva espresso il desiderio di farsi assegnare quanto più spesso i turni della notte, in redazione nessuno si era opposto. Stava lì a monitorare le notizie, nel caso qualcosa di grosso fosse accaduto mentre tutti dormivano, e nel frattempo si godeva il silenzio di una redazione deserta.

«Niente degno di nota, Joan?» chiese Marco.

«Solo un senzatetto che ha provato ad accoltellare un altro senzatetto ma era talmente ubriaco che è caduto nel canale. Lo hanno ripescato subito, nulla di grave. Adesso è all’ospedale Martini.»

«Certo, e dove lo dovevano portare un alcolizzato.»

«Mai assaggiato Martini in vita mia» osservò Joan, non troppo entusiasta per la battuta.

«Ma tu devi appartenere al sottoproletariato urbano» disse Marco. «Solo birra e basta, eh?»

Diede un’occhiata fuori dalla finestra.

«Guarda che non te la ruba nessuno» lo punzecchiò Joan, sapendo che Marco stava controllando la Vespa.

«Ad Amsterdam ne rubano una ogni venti minuti» osservò Marco

«Qui siamo a Groninga, le Vespe non le vuole nessuno.»

«E invece sbagli, perché tutti si girano a guardare quando passo. Si vede che la desiderano, soprattutto quando li incrocio sulle piste ciclabili.»

«Perché, la tua può circolare sulla pista ciclabile?» chiese Joan, improvvisamente attento.

«Come no,» rispose Marco tutto orgoglioso «l’ho scelta apposta nella versione limitata. È uno snorfiets, ha tutti i diritti delle bici e tutti i pregi dei ciclomotori… A parte l’alcolizzato al Martini, nient’altro degno di novità?»

«Sì. Un incidente stradale, questa mattina presto sul ring. Una donna ha perso la vita, poverina. Incidente autonomo: sembra essersi schiantata contro un pilone del cavalcavia dopo aver perso il controllo della macchina, una Mini.»

Joan si accorse che sullo schermo si mise a lampeggiare una notifica più urgente delle altre.

«Conferenza stampa alla stazione di polizia questa mattina alle 11:00. Ci vai tu?»

Marco sbuffò. Nelle ultime settimane aveva avuto una mezza storia con Mirjam, la portavoce della polizia, e la cosa stava diventando un po’ soffocante. Aveva bisogno di mettere qualche paletto.

«Meglio se ci va qualcun altro, ho un appuntamento alle 11:30 e rischio di non arrivare in tempo.»

«Ma le conferenze stampa della polizia durano sì e no dieci minuti!» protestò Joan.

«Lo so, ma non voglio rischiare di far tardi. L’appuntamento non è nemmeno in centro» continuò a fingere Marco.

Joan sollevò le spalle e disse che avrebbe girato il comunicato a Rutger, che generalmente si occupava di iniziative sociali e associazionismo cittadino. Era un bel ragazzo fresco di laurea con ancora tanti ideali in testa e l’aria sbarazzina.

«Perché dovremmo mandarci proprio lui alla conferenza della polizia?» chiese Marco un po’ seccato all’idea che Mirjam potesse flirtare anche con Rutger.

«E perché no?» fu la risposta piccata di Joan. «Rutger si occupa di promozione civica e con l’incidente di stamattina la polizia sta annunciando l’anticipo di una campagna di sensibilizzazione per la sicurezza stradale che aveva inizialmente programmato per maggio, prima delle grandi partenze.»

Maggio. Come no? Maggio è il mese della settimana di vacanza, la cosiddetta meivakantie, quando i bambini sono liberi a scuola e i genitori testano la tenda o la roulotte prima della grande vacanza estiva. Maggio è anche il mese in cui generalmente cadono l’Ascensione e la Pentecoste, feste religiose nazionali in un paese ateo, che regalano però dei lunghi ponti di fine settimana ai quali si somma la settimana di ferie già programmata.

«Va bene, lascia stare Rutger, ci vado io dalla polizia. Anzi, sai che ti dico? Quando arriva il direttore digli che stamattina salto la riunione perché sto andando sul luogo dell’incidente a sentire se ci sono testimoni e a parlare con qualche poliziotto. Mi giri il comunicato e tutto il materiale che trovi sullo schianto?»

Marco afferrò il cellulare e le chiavi della Vespa dalla scrivania e lasciò la redazione di buon passo.

Giuseppe Raudino

Il mio nuovo romanzo si intitola IL FABBRO DI ORTIGIA (Bibliotheka Edizioni). Instagram: @raudino - www.linktr.ee/raudino Insegno Giornalismo e tengo corsi di scrittura all'Università di Scienze Applicate di Groningen, in Olanda. Scrivo e racconto storie.

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Giuseppe Raudino

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