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Mulholland Drive, vent’anni dopo. Storia personale di un capolavoro

Mulholland Drive arrivò tra le mie mani molti anni dopo la sua uscita nelle sale. Fu una mia compagna di classe a prestarmelo, chiedendomi un dvd in prestito e insistendo affinché in cambio accettassi questo – è curioso, perché solo adesso che ci penso mi rendo conto che la mia personale vicenda di Mulholland Drive è legata a un film che occupa un’altra parte del mio cuore (ma questa, come si dice, è un’altra storia).

Una nuova via per il cinema

Ovviamente, avevo già sentito parlare di Mulholland Drive. E dico ovviamente perché sono sempre stato un cultore del cinema. Uno che guardava film, e non solo. Quasi tutto quello che leggevo – riviste, giornali, articoli – era sul cinema. Nulla di strano, però, che non lo avessi ancora visto: a casa non c’era Sky, e Netflix e compagnia bella non erano neanche nell’aria. Allora questo avevamo: la tv in chiaro e i dvd. In questo modo avevo già visto tantissime cose, di quelle che forse gli adolescenti non guardano: Venere in visone, La contessa scalza, Casablanca, Eva contro Eva. Mi stavo facendo una cultura classica, per me era quello il grande cinema. Via col vento mi aveva aperto una strada anni prima, non sapevo che Mulholland Drive me ne avrebbe indicata un’altra.

Non ho un ricordo preciso della prima volta in assoluto. Nella mente ho delle immagini che si sovrappongono, di me, nella mia stanza, al buio sul letto, di tutte le volte in cui ho replicato quell’esperienza di visione in altrettante esperienze simili – anche questo è curioso, perché l’inizio del film, se ben ricordate, è fatto di immagini che si sovrappongono. Mulholland Drive fa parte della schiera di eletti che rivedo ogni anno, specialmente quando c’è qualcosa che non va e ho bisogno di dare forma a quel qualcosa. Mulholland Drive è un neonoir, com’è stato definito, non si può uscirne alla fine con un sorriso. Ma è anche un thriller psicologico, un dramma surreale, una storia d’amore nella città dei sogni, così come i critici, David Lynch, tutti ormai l’hanno definito. Non può esistere una sola etichetta per un film tanto complesso, che in origine doveva addirittura essere una serie tv. Perché Mulholland Drive, come lo spieghi?

Come spiegare Mulholland Drive?

Negli anni l’ho sottoposto ai miei amici, i genitori, praticamente a chiunque potessi. Ho provato a chiarirglielo, a fornirgli indicazioni, partendo da quelle informazioni che io stesso avevo dovuto cercare dopo la prima visione. È quello che fanno tutti: se cercate Mulholland Drive su internet, “spiegazione” è uno dei primi suggerimenti che troverete. D’altronde è difficile venirne a capo senza uno straccio d’interpretazione – e tutti noi abbiamo tanto sperato che i dieci indizi di Lynch servissero davvero a sciogliere la matassa. Ma gli indizi sono disseminati ovunque, e arrivi a notarli anche dopo molto tempo. Una volta, durante una lezione all’università, la docente ci segnalò un singolo frame, un attimo quasi impercebile eppure epifanico. Avviene quando Betty sta andando a stabilirsi dalla zia Ruth e l’immagine cambia mostrandoci per un istante una sua soggettiva sulla strada costeggiata di palme: è una visione distorta, quasi sbilenca. Pensateci, anticipa tantissimo.

Alla fine un’interpretazione l’abbiamo ottenuta, era tutto un sogno di Betty, o Diane, o Naomi Watts, una costruzione onirica per compensare al senso di colpa di essere un’assassina. Oppure, come alcuni tra i miei conoscenti ebbero a dire, la prima parte è soltanto una presa in giro. Narrativamente irrilevante. Insomma, ci pensate come abbia potuto sentirmi? E del resto, anche se io non l’avrei messa esattamente su questo piano, una verità in quest’affermazione c’è. Non tutto ciò che viene da David Lynch deve per forza avere un significato. Se è vero che i suoi film viaggiano tra illusione e realtà, o tra incubo e sogno, allora possiamo fare pace col fatto che alcuni momenti siano un mero prodotto del suo estro creativo. Conturbanti, certo. Belli da vedere, per carità. Magari, però, anche solo un divertissement. D’altronde, a volte le cose acquistano più senso proprio per il fatto di non averne (e sì, sto pensando proprio alla scena del caffè).

“Il miglior film del XXI secolo”

Dopo i fallimenti personali, ho cercato consolazione nell’acclamazione universale. Sapete, può essere scoraggiante condividere l’entusiasmo personale con qualcuno che ricambi con un’alzata di spalle. In tutto il mondo, però, c’era un drappello di sostenitori che mi dava conforto. Poi li ho incontrati, gli appassionati di David Lynch, e mi hanno fatto sentire meno solo. Ogni volta che una testata autorevole se ne esce con una nuova proclamazione – come quando la BBC lo ha decretato il miglior film del XXI secolo – sapevo che non era successo solo a me. Ho un’amica che nutre una specie di venerazione per questo film e il suo autore, e vi dico una cosa: io sto con lei. Forse non sono ai medesimi livelli di ammirazione, ma ne sostengo fortemente le ragioni.

Mi chiedo come sarebbe stato il mio mondo se a un certo punto non ci fosse entrato Mulholland Drive. Voglio dire, se non fosse arrivato in quel momento lì. Non credo che ogni momento sia uguale, ce ne sono alcuni che fanno la differenza. Ci sono età, per esempio, in cui sei ancora abbastanza informe da poter assaporare qualunque tipo di esperienza e comprendere solo dopo quale sia il tuo gusto. Ecco, se non avessi accettato lo scambio, se avessi detto alla mia compagna di classe che non era necessario ricambiare il favore, probabilmente avrei conosciuto lo stesso David Lynch, un giorno. Ma sarebbe potuto essere troppo tardi. Magari, a quel punto, non avrei più visto Twin Peaks. Oppure non sarei stato in grado di apprezzare film come Il cigno nero, o come Shutter Island, o The Congress, o Sto pensando di finirla qui. E sì, lo so che Il sesto senso è venuto prima, e anche La donna che visse due volte. Ma Lynch ha spostato l’asticella decisamente dove nessuno aveva mai osato. Mi piace pensare che la mia percezione del cinema, dell’arte, di ciò che sia possibile fare con una macchina da presa e di quanto a fondo si possa scavare nella nostra testa fino ad arrivare al cuore derivi da quell’esatto momento. E credo che, se non fosse andata così, mi sarei perso molto.

Andrea Vitale

Andrea Vitale

Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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