Racconto: “La libertà di amare” di Sara Manuela Cacioppo

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Marta si sarebbe affacciata a breve, l’appuntamento era alle diciannove, quando cadevano le luci insieme ai ricordi marci della giornata. Ci incontravamo sempre davanti alla stessa finestra, perché i nostri palazzi erano uno di fronte all’altro, un po’ malconci ma vissuti. Per strada ci passavamo accanto senza salutarci, a malapena Marta alzava la testa, camminava sempre con gli occhi sull’asfalto, come se la gente intorno non le interessasse o forse semplicemente era stanca di vedere.

Prendevamo insieme l’autobus per andare a scuola, solo che mentre lei si metteva in fondo con delle grandi cuffie sulle orecchie, io ero in prima fila vicino al conducente per timore che qualcuno mi rubasse la borsa con le matite dentro. Lei scendeva alla terza fermata, io alla quarta, le nostre scuole erano vicine eppure a ricreazione non la incontravo mai.

Giovedì Marta salì sull’autobus con un braccio viola e nonostante cercasse di nasconderlo sotto il maglione, se lo accarezzava di continuo, spogliandolo per lenire la ferita. Quella sera quando me lo mostrò in lontananza dalla finestra, riuscii a sentire il suo dolore.

Nel fine settimana i ragazzi del quartiere le mettevano uccelli morti sotto il portone per impaurirla, dimostrandole con i gesti e gli insulti di non essere accettata: «vattinni lesbica», le urlavano facendosi una risata.

Quelle parole sarebbero state una coltellata per chiunque, eccetto Marta, lei avanzava senza dare conto a nessuno immersa nelle sue fantasticherie. Era felice lo stesso perché aveva scoperto l’euforia di amare e di essere amata, era felice perché si era trovata e quella consapevolezza non poteva portargliela via nessuno, malgrado ci provassero con i cazzotti e le pietre che di continuo le scagliavano addosso.

A me invece la parola lesbica piaceva, quale altro nome è un’isola?

Marta mi parlò per la prima volta quando Giulio, il capetto del rione, si avvicinò per corteggiarmi a suo modo: mi tirò il vestito fino a strapparlo per intravedere le cosce, allora lei si mise davanti al mio corpo per difendermi come uno scudo e lo spinse.

Annuzza quantu si bedda  ̶   gridò Giulio mentre si allontanava, camminando all’indietro per sfidarci con lo sguardo.

Marta mi aveva protetta, rispettando quella promessa tacita che sera dopo sera ci scambiavamo dalla finestra prima di mettere il piede nel mondo dei sogni, ognuna nel proprio. Mi raccontò che il suo sogno ricorrente si chiamava Silvia, la figlia del bottegaio, conosciuta per i suoi grandi occhi blu simili alla pietra trovata in fondo all’oceano. Una volta Marta gliene regalò una uguale, un ciondolo a forma di cuore che lei non tolse mai. Si amavano silenziosamente e di nascosto perché non era concesso amarsi nel nostro rione o meglio non era concesso fra persone dello stesso sesso, nonostante a scuola ci insegnassero a combattere l’omofobia e ogni forma di violenza.

Marta era piena di lividi che non guarivano mai, eppure il sorriso lo conservava sempre sul volto, perché era fiera di se stessa, fiera di resistere. Io mi sentivo impotente, mentre lei continuava a stare all’estremità dell’autobus senza dirmi una parola. Non farsi vedere in pubblico con me era l’ennesimo tentativo di proteggermi, di tenermi lontana dai pettegolezzi: i ragazzi del quartiere avrebbero potuto pensare che fossimo uguali e in effetti lo eravamo, avevamo due occhi, un naso, una bocca…

Quando le strade erano desolate si appostavano sotto casa per pestarla senza pietà, senza ragione. E nessuno faceva niente, la gente faceva finta di avere gli occhi tappati.

Nun t’immiscari   ̶   mi dicevano, se osavo mettere bocca sul fatto.

Marta viveva con la nonna, perché i genitori li aveva persi in un incidente stradale l’anno prima. Mamma mi diede il permesso di ospitarla da noi per un po’: eravamo convinte che sarebbe stata più protetta.

Stando insieme, appiccicate nella stessa casa, Marta riuscì a fidarsi come non aveva mai fatto, permettendomi di entrare nel suo mondo che era ricco di libri e scrittura. Sognava di diventare una scrittrice, perché era convinta che le parole potessero fare la differenza.

̶   Le parole raccontano verità camuffandole in liquido nero   ̶   mi ripeteva   ̶   le userò per raccontare la mia, affinché chi verrà dopo di me non subirà quello che ho subito io.

La sera dormivamo strettissime perché Marta era sopraffatta dagli incubi, in sogno riviveva le botte, gli scossoni e le minacce. A volte la trovavo nel bagno a piangere nel bel mezzo della notte e quando non riusciva a dormire scriveva.

Silvia, di nascosto al padre, veniva a trovarci portandole ogni volta un regalo diverso. Si amavano di un amore puro e coraggioso, trovando l’una nell’altra la forza di non mollare. Quel sentimento mi commuoveva, così come vedere i loro corpi abbracciati in simbiosi. Marta e Silvia mi hanno insegnato che per amore vale sempre la pena di combattere. Progettavano di fuggire a Palermo una volta maggiorenni, si era sparsa la voce che fosse una città che ha braccia grandi abbastanza; dal paese invece Marta non era mai stata abbracciata.

Mancava una settimana alla maturità e le mie amiche avevano già tutto pronto per la fuga in pullman. Marta aveva messo dei soldi da parte, erano quelli della paghetta che sua nonna le dava per mangiare a ricreazione. Promisi loro che sarei andata a trovarle spesso con Carlo, il mio fidanzato, perché per me erano come sorelle.

Marta era una guerriera. Marta fu trovata morta accanto a un cassonetto della spazzatura, uccisa di percosse. Tappai la finestra da cui la luce non entrava più, continuai a prendere l’autobus ogni mattina cercandola fra i volti sconosciuti. Qualche mese dopo uscì il suo primo e ultimo romanzo, intitolato La libertà di amare.

Sara Manuela Cacioppo


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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