Scrittura di Scrittura. L’attraversamento della letteratura in Anatomia di un profeta di Demetrio Paolin

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Parlare di Bibbia, oggi, nel contesto desacralizzato e tendenzialmente a-religioso in cui siamo inseriti, può sembrare anacronistico. Anatomia di un profeta di Demetrio Paolin, però, uscito per Voland pochi mesi fa, cerca di mettere in relazione un episodio biblico (quello di Geremia) con personaggi a noi contemporanei, e lo fa non solo sovrapponendo le storie fra loro, ma anche sovrapponendole alla storia della costruzione del romanzo stesso, quindi alla storia dell’autore. Anatomia di un profeta, insomma, è un libro con forte impronta metanarrativa, a metà tra (col mescolamento di) romanzo e saggistica.

Il fenomeno e le sue interpretazioni

Il centro della vicenda è il suicidio – per ingerimento di veleno – di Patrick, un bambino. Si diano subito dei confini alla definizione di “centro della vicenda”: Anatomia di un profeta ci impone un tipo di lettura e di ermeneutica diversa da quella dei romanzi “soliti”. Il “centro della vicenda”, qui, è un centro di pensiero, il polo da cui si propaga l’esercizio (di cui parlerò meglio più avanti) di riscrittura e riflessione che informa il romanzo; non è – non in senso forte – il centro narratologico della storia, dacché la narrazione – per quanto diegeticamente fondata su questo evento originario – evapora poi in forme che non permettono di individuare in maniera netta fabula e intreccio.

Del resto, in appendice, l’autore è lucidissimo nell’interpretare lo statuto anfibio della propria opera: «Ho sempre cercato di chiamare le cose con il proprio nome. Ecco perché in questo libro Patrick si chiama Patrick e io mi chiamo Demetrio. Ecco perché questo libro non è un romanzo. […] Risponde certamente a fatti documentabili che Patrick sia morto in dicembre all’età di undici anni bevendo diserbanti e pesticidi, e corrisponde al vero che sia morto dopo nove giorni di agonia, ma il resto è una pura ricostruzione della mia mente […] E quindi non è neppure così strano che questo libro sia effettivamente un romanzo». (pag. 236)

Un’essenza doppia, quindi: essere romanzo vista l’invenzione; essere non-romanzo vista la coincidenza con la realtà. E infatti Anatomia di un profeta è innanzitutto, a mio parere, un libro che viaggia sul crinale della creazione scritturale, che si colloca nel punto esatto in cui si incrociano la produzione letteraria e la vita.

Dicevamo della (striminzita, ma tragica) vicenda che è alla base del libro: consideriamo la morte del bambino come un fenomeno primordiale, come anzi l’evento originario, che ha la stessa incidenza, nell’economia dell’opera, della creazione divina nell’economia dell’universo. Da lì, tutto il resto: il libro è infatti un tentativo che Demetrio autore-personaggio compie – servendosi delle sue conoscenze letterarie e filosofiche – di interpretare il big bang semantico originario. E questa interpretazione problematica nasce dalla percezione di contro-naturalità di un (doppio) fenomeno: la morte di un bambino (contro-naturale a livello temporale); il suicidio di un bambino (contro-naturale a livello morale ed esperienziale: il bambino che desidera già la morte e che sa già come ottenerla).

La fede che anima il libro («Io credo nella resurrezione della carne. Questo mi fa credere in Dio», p. 66), proprio perché profondamente kierkegaardiana («la fede è questo scandalo, questo salto non logico», p 66), non può lasciare al non-senso l’evento originario, e deve giustificare la necessità sia dell’enorme dolore che provoca, sia del suo statuto (apparentemente) contro-naturale. Tutta la filosofia del libro è quindi imperniata sul rapporto tra bene e male e sull’idea che questi si congiungano nel valore di Dio e fuori dall’intelligenza umana («C’è il male e c’è il bene. È questo lo scandalo che bisogna accettare. Non c’è ragione in tutto questo: solo che il male si trova laddove c’è anche il bene», p. 178).

La figura e l’anatomia biblica

Vista la complessità del fattore scatenante, Demetrio può leggere la figura di Patrick sovrapponendola a quella di Geremia (Patrick, come lui, è in qualche modo il profeta inascoltato di una catastrofe, che è il dissolvimento del mondo e la consunzione del significato), a quella di se stesso (testimone della “profezia” di Patrick, quindi destinato a ripercorrerla e a caricare su di sé il suo valore), a quella di Cristo («Cristo muore in Croce, ma se ti dicessi che si suicida, che la nostra fede si basa su un tremendo atto volontario, quello di un uomo che si suicida per noi?», p. 211).

Ne emerge una teoria della storia e del significato che assomiglia al concetto di figura teorizzato da Auerbach: c’è un legame tra le quattro figure principali del libro (Patrick, Demetrio, Geremia, Cristo), ed è un legame di rispondenza di significato, di anticipazione e profezia, e quindi di responsabilità individuale all’interno del flusso del mondo che è un flusso organizzato dalla parola di Dio.

La rispondenza tra le figure, però, è più logica che cronologica; non si sottolinea cioè il piano della storia in cui sono inseriti, semmai quello del significato. Certamente, da questa prospettiva, significato e storia mirano a coincidere; ma il procedimento di Paolin è quello di attraversare sincronicamente il significato universale, metterne in relazione fra loro le parti (i personaggi di cui sopra), e farlo soprattutto per via letteraria.

Voglio dire: l’Anatomia del titolo può intendersi come scandaglio profondo, come smontaggio delle parti costituenti del profeta (non senza un forte riferimento al corpo: e del resto la morte di Patrick è descritta in tutta la sua violenta fisicità); ma se la cultura di riferimento è una cultura logocentrica, che pone al centro la parola, così come di fatto è quella ebraico-cristiana (basta pensare all’incipit del Vangelo di Giovanni), l’anatomia del profeta – anche per il fatto che la sua identità è molteplice; è profeta Patrick, lo è Geremia – coincide con l’anatomia biblica, dove biblica significa sia relativo alla Bibbia, sia relativo ai libri tout court. E il romanzo è infatti soprattutto una scomposizione e riscrittura di passi biblici (con predilezione – è ovvio – di Geremia), ma anche romanzo di romanzi, meta-scrittura universale. Wallace, Sterne, Wefrel, Pascal, Kierkegaard tra i più significativi; e tutti i citati compaiono in una bibliografia in chiusura di volume che sottolinea, d’altronde, il carattere para-romanzesco e insieme pseudo-saggistico dell’opera.

Semantizzazione della pagina

Se il cristianesimo è incarnazione del Verbo, se la scrittura diventa attraversamento dell’esperienza del significato del mondo tramite il puzzle di ogni scrittura, il passo ulteriore è l’uscita dal testo, come atto di definitivo innesto tra parola e materia: questa si verifica qui – e potremmo parlare, con una formula un po’ contorta, di allegoria verbale della non (sola) verbalità della parola – attraverso la letterarizzazione (o semantizzazione tout court) del paratesto e della pagina in senso fisico.

La struttura tipografica consueta del libro è infatti minata da continui interventi di manipolazione dell’immagine della pagina, sottoposta a stress, a trasformazioni. Queste possono farsi in diverse maniere, e dunque possono assumere differenti valori semantici: c’è l’alternanza tra prosa e verso (e questo accade soprattutto nei momenti lirici o più filosoficamente alti: del resto anche la Bibbia è un prosimetro), c’è l’a parte simil-teatrale (che vale come confessione dell’autore, come precisazione: ad esempio il rettangolo di p. 79), i rimandi intratestuali tramite la nota a piè di pagina (che risente certamente dell’influenza di D. F. Wallace) o direttamente con la freccia (p. 138), la distorsione del carattere, della struttura della parola o della disposizione sulla pagina (che sovraccaricano la tensione emotiva del significato).

Questi meccanismi, dunque, consolidano la ricerca del libro nella direzione non della (sola)  scrittura, né della (sola) metascrittura, ma della letteratura come voragine: Anantomia di un profeta è un libro che la letteratura la attraversa; ne smaschera la finzione, ne restituisce l’impianto intertestuale, ma ne sottolinea – soprattutto – il valore di pensiero in atto, e quello di analisi per via simbolica ed evenemenziale di un senso che sia (o, almeno, che si vuole) universale.

Antonio Francesco Perozzi


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