Raccontare il manicomio

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Raccontare il manicomio. La macchina narrativa di Basaglia fra parole e immagini, Franco Cesati ed.,  parte da un presupposto semplice: non raccontare «la follia» ma «gli spazi di reclusione sociale», per cercare di decifrare con quale strategia diegetica è stato scardinato il «paradigma manicomiale», puntando soprattutto su quelle opere che hanno avuto più fortuna nel tempo, escludendo le testimonianze più individualistiche (Ottieri, Merini).

Il saggio si apre con una presentazione della “ricezione sociale del folle” e con la “rappresentazione della follia” nel corso dei secoli, riprendendo vari studi di Foucault (“Storia della follia nell’età classica”, “Spazi altri. I luoghi delle eterotopie”) sottolineando quanto arbitrario e insensato fosse stato per anni l’internamento dei cittadini, e in che tipo di strutture avvenisse. Dopo Foucault, i concetti di malattia, follia, anormalità si trasformarono in un problema di carattere politico-sociale ed appare chiara questa divisione lungo tutto il testo.

I luoghi e l’esperienza

Il saggio si può dividere in due parti e un intermezzo; nella prima parte vengono ricordate inchieste giornalistiche di clamoroso impatto come “Manicomi come lager” (1966) di Angelo Del Boca, esperimenti come la gita aerea di medici e malati del 1975, da Ronchi “Centro Trasvolatori dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale”, filmata da Silvano Agosti; locandine-simbolo come l’autoritratto di Hugo Pratt come internato.

Documentari passati alla storia come “I giardini di Abele” (1969, Rai1) di Sergio Zavoli, che rivelò, forse per la prima vera volta, cosa significasse che i manicomi venissero costruiti sempre ai margini delle città, e quanto fosse naturale e pacifico intervistare i matti, e quanto giusto fosse interessarsi al malato più che alla malattia;  il film “Nessuno o tutti” di Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, poi ribattezzato “Matti da slegare”; naturalmente viene ricordato il celeberrimo “One Flew Over The Cuckoo’s Nest”, film di Forman e romanzo di Ken Kesey. Viene menzionato anche il recente “La pecora nera” di Ascanio Celestini, storia di un bambino cresciuto per caso in un ospedale psichiatrico e là rimasto segregato, “per inerzia, per malvolere o per ottusità”.

Nell’intermezzo l’autrice analizza l’esperienza collettiva goriziana della costruzione di Marco Cavallo (1972-73), il grande cavallo di cartapesta, divenuto incarnazione del “sogno di una cosa migliore” per Basaglia: “dispositivo narrativo che narra tanto quanto viene narrato e produce narrazioni” e come “oggetto transizionale” (Winnicott). Nelle parole della scrittrice Ramondino, Marco “era un cavallo aggiogato a un carretto che trasportava lungo i viali del san Giovanni la biancheria sporca e le vettovaglie. Eppure, nel ricordo di coloro che per decenni erano stati a guardarlo da dietro le sbarre, era un’immagine di libertà”; per la professoressa Guglielmi, “non solo rappresenterà l’animale salvato, ma diventerà contenitore di tutte le storie possibili, collocate simbolicamente negli oggetti che i malati inseriranno nella sua pancia cava”.

Nella seconda parte del saggio: “Raccontare gli spazi dall’interno”, l’attenzione si sposta su quella parte della rivoluzione basagliana che puntava soprattutto a cambiare l’aspetto delle nostre città: cambiare la destinazione d’uso delle strutture esistenti e di quelle all’epoca in via di completamento; trasformare luoghi di repressione e reclusione in luoghi di accoglienza; riconoscere la decisiva relazione tra spazi e stati d’animo.
In questa parte del saggio la prof.ssa Guglielmi si concentra su diverse opere narrative e cinematografiche in cui le riflessioni della riforma di Basaglia sulla “contaminazione esistente tra spazio della reclusione e internati” vengono elaborate in diverse narrazioni. Si parte dal dottor Tobino, gran rivale della rivoluzione, che scriveva nelle “Libere donne di Magliano” che “nel manicomio tutto si svolge tra i muri. È un castello”, e accuratamente riferiva quanto fossero strette le celle delle internate, sostanzialmente dei carceri dalle pareti nude, ciascuna chiusa da un pesante portone, con pratico spioncino per poter monitorare il “paziente”.

Per la Guglielmi, due sono le istanze decisive alla sua concezione della malattia mentale:

In primo luogo, il manicomio è rappresentato come il contenitore silente, il testimone muto – con le sue mura e le sue celle – dei deliri della follia. In secondo luogo, esso rappresenta, per i sani, la difesa necessaria contro la violenza subdola del folle.

Contrapposta a Tobino è la testimonianza di Fabrizia Ramondino in “Passaggio a Trieste” il suo diario dei due soggiorni nel Centro di Salute Mentale, completo di saggi rilievi sull’opportunità di armonizzare l’architettura dei luoghi con l’esperienza estetica di chi li abita.

Manicomi aperti

Quando Basaglia nel 1961, incomincia a lavorare come direttore di manicomio a Gorizia, era ancora in vigore la Legge 36 del 1904, la prima legge nazionale sui manicomi che aveva come obiettivo quello di proteggere la società da elementi di disturbo per la sicurezza sociale e per la morale pubblica, non certo  di curare gli «alienati», come venivano chiamati nella legge.

Tra  il 1965-69, lo psichiatra denuncia apertamente le responsabilità di medici e istituzioni nei confronti della segregazione dei malati, non ricoverati con l’obiettivo di assisterli e curarli. Sarà anche per questa forma di violenza che Basaglia concepì la creazione di un’alternativa che rinnovasse strutturalmente questi spazi di reclusione. Nel periodo in cui dirige l’ospedale psichiatrico di Trieste (1971-1978), la sua attività avrà un ruolo decisivo e sfruttando anche la risonanza data dai mass media  farà in modo che il suo pensiero si diffonda tra l’opinione pubblica, nell’immaginario dei cittadini.

La Legge 180 formulata dallo psichiatra e senatore democristiano Bruno Orsini, approvata nel 1978, è comunemente nota come legge Basaglia perché derivava soprattutto dal lavoro ventennale all’interno dei manicomi fatto da Basaglia,  dai suoi scritti, dai volumi collettivi curati insieme alla moglie Franca Ongaro Basaglia e da un insieme di azioni concrete come manifestazioni, sensibilizzazione sul problema degli internati, interviste e colloqui con i lavoratori del settore psichiatrico.

La professoressa  Guglielmi spiega come «a partire dall’attività dello psichiatra Franco Basaglia si sia innescato un meccanismo narrativo che ha mostrato e narrato i luoghi manicomiali sottraendoli – insieme ai loro folli inquilini – all’invisibilità. Tutte le attività di Basaglia, a partire dalla direzione del manicomio di Gorizia nei primi anni Sessanta, sono state mirate ad aprire gli spazi chiusi degli ospedali psichiatrici e a trasformare radicalmente i luoghi preposti al controllo della follia. Per raggiungere questo obiettivo, concretizzatosi nel 1978 con la Legge 180, nota come legge Basaglia, lo psichiatra ha fatto dei manicomi l’argomento cardine di una macroscopica narrazione e ha innescato intorno a sé un processo narrativo irreversibile che ha coinvolto scrittori, artisti e intellettuali, psichiatri e politici, filosofi e operatori medici, registi e giornalisti, insieme a tutte le persone che in qualche modo si sono sentite di avere qualcosa da dire sulla questione».

Oggi possiamo dire che ci relazioniamo con chi è affetto da un disturbo psichico diversamente rispetto a quando ancora gli internati erano tali per sempre, forse anche perché ormai si conoscono molte più patologie e si cerca una via che porti all’integrazione e non alla segregazione.   Talvolta sono gli stessi prodotti culturali a insidiare l’immaginario, com’è accaduto con le espressioni artistiche, cinematografiche, teatrali e letterarie che hanno cambiato la nostra idea della malattia mentale, emancipando i malati dalla nicchia dimenticata in cui erano stati abbandonati.

Guglielmi ragiona profondamente su cosa siano e siano stati gli spazi, reali e mentali, interni ed esterni. Raccontare il manicomio è la storia di quello che potrebbe considerarsi come un battesimo all’umanità di chi per tanto tempo è stato invisibile, perché il malato è più della sua malattia: rappresenta un soggetto vero e proprio, con diritti e doveri, come tutti, e va trattato in quanto tale.

Anna Chiara Stellato

 


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Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

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