“El abrazo de la serpiente”, le buone cause del cinema di Ciro Guerra

Condividi!

Con il suo terzo film, El abrazo de la serpiente, Ciro Guerra narra una drammatica e pc2vedic7-15n1photo01dimenticata storia dell’Amazzonia nord-occidentale: non una storia sociologica o politica, bensì un’utopia (di solidarietà e di convivenza civile) non realizzata, una conciliazione non avvenuta. Il tutto filtrato dalla coscienza solitaria dei protagonisti. Il realismo dell’ultimo film di Guerra è quello che partendo dai dati della realtà trova forme originali e consustanziali alla materia per coglierne l’intima essenza “naturale”.

Giova sottolineare la sapienza e la sensibilità con cui Guerra affida al paesaggio, alla scenografia, a piccoli tocchi di sceneggiatura, insomma all’area inestricabile e indefinibile delle metonimie la manifestazione del suo giudizio critico sul mondo rappresentato. Il film immerge lo spettatore in un bianco e nero di altissima presa visiva, che serve a potenziare la forza di un ambiente al quale la cosiddetta civiltà sta, oggi più che mai, creando danni incalcolabili che si riverberano poi sull’intero ecosistema planetario.

Il film racconta due storie, che si svolgono nel 1909 e 1940, entrambe interpretate da Karamakate (Antonio Bolivar), uno sciamano dell’Amazzonia e ultimo sopravvissuto della sua tribù. Viaggia con due scienziati, il tedesco Theodor Koch-Grunberg (Jan Bijvoet) e lo statunitense Richard Evans Schultes (Brionne Davis), per cercare una rara pianta sacra. Il plot è liberamente ispirato ai diari scritti dai due scienziati durante il loro lavoro sul campo in Amazzonia.

abrazo-serpiente_0È un film in cui molto si cammina e molto si ascolta. C’è il viaggio nel tempo e nello spazio, insieme reale e metafisico; il viaggio inteso come evasione, desiderio di libertà e di avventura, ricerca delle proprie radici e di realizzazione interiore, scoperta e tentativo di conoscenza, sogno, utopia o simbolo stesso della vita: anch’essa, per definizione, un viaggio fino all’ultima meta. Ci sono delle “scene madri” che si impongono nell’immaginario dello spettatore per la loro forza evocativa ed emotiva: scene immerse nella misteriosa e fascinosa atmosfera dell’Amazzonia ancora ricca di visioni naturali pacificate e valori umani. Una sorta di “luogo dell’anima” in cui valori e ideali si manifestavano e che ancora emergono pur confusamente, in modo misterioso.

Anche in questo ambito la passione ideale e la lucidità critica si intrecciano indissolubilmente, spazio del cinema e del rigore intellettuale. Ciò che bisogna tenere presente è che lo sguardo di Guerra sulla Storia e sul nostro presente non è uno sguardo “di denuncia”, né di indignazione moralista, ma contiene e rimanda continuamente a un’immagine della Storia di grande raffinatezza, tenuta per certi versi nascosta dal regista ma probabilmente suo tema segreto, forse fin dall’inizio. L’Amazzonia è allora, innanzitutto, possibilità di uno sguardo “contropelo” sulla Storia, di una prospettiva ribaltata e completamente diversa di progresso e decadenza, sviluppo e decadenza, sviluppo e sottosviluppo, ancora dominanti a livello di ideologia economica e culturale.

abrazo-serpienteScoprire l’inquietudine, la sospensione e la memoria di situazioni affettive (quest’ultima si delinea nel secondo viaggio con Schultes), ma anche la possibilità di una buona relazione umana: è questo il maggior insegnamento, estetico e morale, del film. Le sequenze, apparentemente vuote d’azione, manifestano un sentimento di sospensione e d’attesa. I movimenti della macchina da presa non fanno altro che esprimere i movimenti degli stati d’animo dei personaggi e cercano il contatto con le cose con l’ambiente, con il paesaggio, per focalizzare meglio lo sguardo sui caratteri e sugli animi rivelatori. Le due storie di Karamakate con Koch-Grunberg e Schultes sono storie di riflessione e di ascolto, tese a cogliere le istanze spirituali e sociali dell’altro con un respiro pacato nel discorso, senza mai alzare i toni. Guerra mette in evidenza i destini per lo più fallimentari, di personaggi designati all’infelicità in un mondo guastato e marcio. La storia di Karamakate è intesa come paradigma di una delle possibili condizioni umane ed esistenziali. El abrazo de la serpiente è un film che non mostra solo delle storie ma che offre allo spettatore la possibilità di confrontarsi con i propri problemi e con la realtà che lo circonda e questo è reso evidente dalla scelta del bianco e nero. È un film raro perché non conciliante. Un film capace di assumersi problemi ostici, di difficile risoluzione (come i danni all’ambiente causati dall’uomo).

Confronti generazionali, confronti di civiltà; la difficoltà a costruire dei rapporti umani pieni e risolutivi; il tema del ricordo, i nodi tribali, la consapevolezza del dolore di esistere. L’assoluto enigma dell’altro e la necessità di solidarietà tra le anime; il viaggio, nel tempo, nello spazio, dentro se stessi. Il bisogno di confrontarsi con il proprio passato e la propria storia.

Enrico Riccardo Montone


Condividi!

Enrico Riccardo Montone nasce a Caltagirone il 26 luglio 1993. Laureato in comunicazione all’Università degli Studi di Catania, nel 2015 pubblica A ciascuno il suo cinema (Cromografica, Roma 2015), un mosaico di letture, film, storie e spunti sul mondo del cinema con l’unico intento di aiutare lo spettatore di aguzzare occhi e orecchie, a stimolare la riflessione e a incrementare il suo piacere al cinema. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro) (GEDI Gruppo Editoriale). Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

Lascia un commento

Torna su